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L’impotenza appresa e le gabbie invisibili delle sette

  • 30 giu
  • Tempo di lettura: 4 min




Perché non scappano, se la porta è aperta?


Per anni, chi osservava dall’esterno si è posto una domanda angosciante: come è possibile che una persona rimanga intrappolata in una setta per anni, anche quando la via d’uscita sembra a portata di mano? Perché non fugge, non si ribella, non approfitta di un’opportunità per liberarsi?

La risposta, come spesso accade nelle storie più complesse, non sta nella debolezza o nella mancanza di coraggio. Sta in un meccanismo psicologico profondo, scoperto quasi per caso nel 1967 da Martin Seligman, uno dei padri fondatori della psicologia positiva e allora giovane ricercatore all’Università della Pennsylvania, insieme al suo collega Steven Maier. I loro esperimenti — eticamente discutibili, ma rivoluzionari — hanno svelato un fenomeno che spiega molto di ciò che accade anche nelle dinamiche di controllo delle sette: l’impotenza appresa.









L’esperimento che ha cambiato il modo di vedere la resa


Immaginate una stanza con tre gruppi di cani. Tutti ricevono delle scosse elettriche, ma con una differenza cruciale:

  • Il primo gruppo non subisce alcuna scossa.

  • Il secondo gruppo può interrompere il dolore premendo un pannello con il muso.

  • Il terzo gruppo, invece, riceve le stesse scosse, con la stessa intensità e durata, ma non ha alcuna possibilità di sfuggire. Non importa quanto si dimeni, quanto abbaia o quanto cerchi di reagire: il dolore non si ferma.


Poi, tutti i cani vengono spostati in una nuova gabbia. Questa volta, per evitare la scossa, basta saltare una piccola barriera. La via d’uscita c’è, è visibile, è a portata di zampa.

Eppure, i cani del terzo gruppo restano fermi. Non perché non possano muoversi, non perché non abbiano la forza fisica per saltare. Ma perché il loro cervello ha già imparato una lezione amara: non importa quello che faccio, tanto non cambia nulla.


Seligman chiamò questo fenomeno impotenza appresa. E, per la prima volta, la scienza dimostrava che la resa non è sempre una scelta. A volte è una conclusione logica, frutto di un apprendimento doloroso.






Dalle gabbie dei cani alle gabbie invisibili delle sette


Fino a quel momento, si pensava che chi non reagiva alle difficoltà fosse semplicemente pigro, privo di motivazione o di forza di volontà. Ma lo studio di Seligman raccontava una storia diversa: a volte non è il carattere a cedere, è la mente che ha imparato, attraverso esperienze ripetute, che qualsiasi tentativo è inutile.


Ecco perché, nelle sette, molte persone non scappano anche quando potrebbero:

  • Hanno provato a ribellarsi, ma ogni volta sono state umiliate, isolate o punite.

  • Hanno cercato aiuto all’interno del gruppo, ma sono state convinte che il problema era loro ("Sei tu che non hai fede", "Sei tu che non capisci").

  • Hanno tentato di dubitare, ma il sistema ha deriso le loro domande, facendole sembrare stupide o "peccaminose".

  • Hanno pensato di andarsene, ma il gruppo ha minacciato conseguenze catastrofiche: "Fuori c’è solo il male", "Senza di noi non sei nulla", "La tua famiglia ti rinnegherà".


Risultato? Il cervello impara che resistere non serve. Che la porta, anche se socchiusa, non porta da nessuna parte. Che è più sicuro restare fermi, accettare, obbedire. Perché, in fondo, cosa c’è di peggio della speranza delusa?



La scoperta del 2016: e se la passività fosse la nostra risposta naturale?


Nel 2016, Seligman e Maier tornarono sulla loro teoria e la aggiornarono. All’inizio pensavano che l’impotenza fosse una condizione appresa attraverso l’esposizione a stimoli incontrollabili. Ma la neuroscienza aveva nel frattempo svelato qualcosa di ancora più inquietante: la passività di fronte a un evento negativo che non possiamo controllare potrebbe essere la risposta naturale del cervello.

In altre parole, non è che impariamo a essere passivi. Siamo già programmati per esserlo. È la capacità di continuare a lottare, anche dopo fallimenti ripetuti, che richiede un apprendimento specifico — un circuito che si attiva solo quando l’organismo percepisce di avere ancora un margine di controllo.


Nelle sette, questo margine viene sistematicamente eroso attraverso:

  • l'Isolamento: i contatti con l’esterno sono limitati, quindi non ci sono punti di riferimento alternativi.

  • la Dipendenza emotiva: il gruppo diventa l’unica fonte di affetto, riconoscimento e identità.

  • la Manipolazione cognitiva: la realtà viene distorta ("Fuori c’è solo il male", "Senza di noi non sei nulla").

  • le Punizioni e ricompense: l’obbedienza viene premiata, la ribellione punita, fino a quando la persona smette di provare a ribellarsi.



La porta è sempre stata aperta


Ma c’è una buona notizia. La parte più importante della storia di Seligman è anche la più speranzosa: ciò che viene appreso può essere disimparato.

Per chi è intrappolato in una setta, la via d’uscita spesso esiste. Basta un contatto esterno che offra un punto di vista diverso, un momento di dubbio in cui la manipolazione vacilla, un aiuto concreto (un amico, un familiare, un esperto) che mostri che agire può fare la differenza.

Ma serve tempo. Serve pazienza. Serve che qualcuno resti al fianco della persona mentre scavalca una piccola barriera dopo l’altra, fino a quando non ricorda più di essere capace di saltare.

Perché la porta, a volte, è rimasta aperta per tutto il tempo. Semplicemente, il sistema ha fatto in modo che non la vedesse.



Fonti


- Overmier, J. B., & Seligman, M. E. P. (1967). Effects of inescapable shock upon subsequent escape and avoidance responding. Journal of Comparative and Physiological Psychology.


- Seligman, M. E. P., & Maier, S. F. (1967). Failure to escape traumatic shock. Journal of Experimental Psychology.


- Maier, S. F., & Seligman, M. E. P. (2016). Learned helplessness at fifty: Insights from neuroscience. Psychological Review.


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