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Il caso Moschicella: 38 anni dopo, il mistero e l’orrore di una setta che sconvolse l’Italia

  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min


Dal culto dello “zio Antonio” alla guida carismatica di Lidia Naccarato, la parabola della setta culminò nel 1988 con un efferato omicidio. Una tragedia che sconvolse la Calabria lasciando una ferita ancora aperta nella memoria locale




Siamo a San Pietro in Amantea, provincia di Cosenza. Un piccolo paese di circa 400 anime.

Il 28 maggio del 1988 la polizia scopre in quella località una masseria trasformata in una specie di convento.

Questo perchè nella notte tra il 25 e il 26 maggio 1988 giunge all’ospedale di Cosenza un uomo ferito di striscio da un colpo di pistola: il suo nome è Lorenzo Tommasicchio e dice di essere stato rapinato. Ma dinnanzi alle domande delle forze dell’ordine Tommasicchio finisce per racconta qualcos’altro: c’è un gruppo di preghiera a San Pietro di Amantea, in una masseria di Contrada Moschicella adiacente a una grotta, lì sarebbe stato ferito.

Le forze dell’ordine si recano sul posto vedono solo un gruppo di preghiera con poco più di una trentina di persone sudate e scalze che si tengono per mano, mentre in una stanzetta la giovane “santona” in veste bianca, Lidia Naccarato, è su un lettino in estasi, risvegliata solo dai militari. Nella stanza sono esposti un quadro della Madonna, un ritratto dello zio di Naccarato - il fondatore della setta - e un ritaglio di giornale che riporta la notizia del rapimento di Marco Fiora, un bambino di 7 anni.

I militari stanno quasi per andarsene, quando notano qualcosa di insolito: uno stanzino sigillato. Rompono i sigilli e all’interno trovano un corpo incaprettato e crivellato da colpi di pistola. Verrà fuori che si tratta di un adepto, Pietro Latella, ucciso da 12 proiettili esplosi da non meno di 3 persone, forse murato mentre era agonizzante, ancora vivo. L’uomo, come emergerà a processo, era stato sacrificato perché avrebbe incarnato il Maligno, e il suo omicidio sarebbe stato funzionale alla resurrezione del capo carismatico fondatore della setta. Non solo: le forze dell’ordine trovano un arsenale con pistole, fucili, munizioni e quasi un miliardo di lire in contanti, assegni e depositi postali.



La storia del "Gruppo di Preghiera del Rosario", noto come la setta di San Pietro in Amantea, è una delle pagine più cupe e affascinanti della cronaca nera italiana. Un racconto che intreccia fanatismo religioso, manipolazione psicologica e alienazione sociale, culminato in un omicidio brutale che, a distanza di 38 anni, continua a interrogare l’Italia su come la fede possa trasformarsi in delirio collettivo.


Dalle radici torinesi al dramma calabrese


Tutto iniziò a Torino, negli anni Settanta, dove Antonio Naccarato, soprannominato "zio Antonio", un emigrato calabrese, diventò il punto di riferimento di una comunità di connazionali in cerca di identità in una città che li emarginava. Carismatico e considerato dotato di poteri taumaturgici, zio Antonio radunò attorno a sé un gruppo devozionale incentrato sulla preghiera e sulla lettura di testi mistici.


Ma fu con l’ascesa di Lidia Naccarato, nipote di Antonio e laureata in biologia, che la setta assunse una piega sempre più estremista. Nel 1973, Lidia iniziò a dichiarare di ricevere messaggi divini: la sua missione era preparare il mondo al ritorno di Cristo. Insieme allo zio, elaborò una cosmologia teologica in cui esistevano 246 coppie "prescelte" per riparare il peccato originale. Quando zio Antonio morì, Lidia proclamò che non era davvero morto, ma solo "assentato" per preparare il suo ritorno trionfale.


L’Apocalisse attesa: il trasferimento a Moschicella


Sotto la guida di Lidia, il gruppo si convinse che l’Apocalisse fosse imminente. Nel 1987, i seguaci si trasferirono in un casolare isolato a Moschicella, una zona rurale e impervia di San Pietro in Amantea. Qui, la setta si chiuse al mondo esterno, organizzandosi in una gerarchia rigida:


- I "Consacrati": uomini che avevano abbandonato lavoro e famiglia.


- Le "Verginelle": giovani donne che circondavano la leader.


La vita quotidiana divenne un incubo di preghiere incessanti, digiuni e privazione del sonno, con un controllo psicologico totale. Sulle porte del casolare furono dipinti cerchi bianchi con nove croci, simboli di protezione contro il male. I membri vendevano i loro beni per finanziare la comunità, in attesa del ritorno di zio Antonio, previsto per la primavera del 1988.


Il delitto: il capro espiatorio di un delirio


Quando la profezia non si avverò, il gruppo non mise in discussione le proprie convinzioni, ma cercò un colpevole. Il delirio persecutorio si concentrò su Claudio Naccarato, 27 anni, cugino di Lidia, che aveva espresso il desiderio di lasciare il casolare per tornare a Torino. Quel gesto fu interpretato come un tradimento supremo: Claudio fu identificato come l’incarnazione del demonio.


Il 25 maggio 1988, Claudio fu sottoposto a una "seduta di purificazione" guidata da Lidia. Quello che avrebbe dovuto essere un rituale si trasformò in un linciaggio collettivo: il giovane fu picchiato per ore dai Consacrati sotto lo sguardo della cugina. Morì per asfissia e traumi, e il suo corpo fu nascosto nella Grotta dei Pipistrelli.


La fine del delirio: l’intervento delle forze dell’ordine


La tragedia si interruppe grazie a Lorenzo Tomasicchio, un ambulante barese intrappolato nella comunità. Intuendo di essere il prossimo bersaglio, Tomasicchio fuggì nei boschi, nonostante fosse stato ferito da un colpo d’arma da fuoco. Raggiunse la statale e allertò i Carabinieri. All’alba del 26 maggio 1988, le forze dell’ordine fecero irruzione nel casolare, arrestando 35 persone.


Gli indagati non mostrarono sollievo, ma una compattezza delirante e una totale sottomissione a Lidia. La donna fu sottoposta a sette perizie psichiatriche contrastanti: per alcuni era una manipolatrice lucida, per altri il nucleo di una "folie à plusieurs" che aveva annullato la capacità critica del gruppo. Condannata, Lidia trascorse gli anni nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere, dove continuò a tentare il proselitismo.


L’eredità di una tragedia: un monito per il futuro


Per San Pietro in Amantea, il caso Moschicella fu uno shock indelebile. Inizialmente, i residenti consideravano i membri della setta come eccentrici fanatici, ma dopo il blitz, il paese fu travolto da orrore e vergogna. Per decenni, la vicenda rimase un tabù doloroso, una ferita che la comunità preferiva dimenticare.


Oggi, a 38 anni di distanza, il caso Moschicella continua a suscitare domande e riflessioni su come il fanatismo, l’isolamento e la manipolazione possano portare al crollo della ragione. La figura di Claudio Naccarato, vittima innocente e capro espiatorio, rimane un simbolo di pietà e commozione per la comunità locale.


Un caso che ci ricorda come la follia collettiva non abbia confini, e come la storia, a volte, si ripeta.

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