Gabbie dorate: come i gruppi ad alta influenza ci catturano senza che ce ne accorgiamo

Nessuno entra in una setta, consapevole di farlo.
Nessuno si sveglia una mattina deciso a consegnare la propria vita a un gruppo che ne controllerà pensieri, relazioni e finanze. Eppure accade, e accade a persone normali: studenti, professionisti, genitori, persone sensibili e intelligenti. È questo il punto che ribadisco sempre, anche nella trasmissione a cui ho partecipato la scorsa settimana su Telenorba: la manipolazione mentale non colpisce gli sprovveduti, colpisce chiunque si trovi nel momento giusto, cioè in un momento di fragilità.
La trappola non ha l'aspetto di una trappola
I gruppi ad alta influenza, come li chiama la letteratura scientifica, non si presentano per ciò che sono. Non promettono segregazione, dipendenza, annullamento: promettono appartenenza, senso, crescita personale, una famiglia, una comunità di persone straordinarie che ti accolgono come nessuno ha mai fatto.
Nella prima fase il neofita riceve un'attenzione sconcertante, un calore che non ha quasi mai sperimentato. I ricercatori la chiamano love bombing, bombardamento d'amore: una pioggia di affetto, complimenti, disponibilità e ascolto che agisce su di noi come un potentissimo disinibente psicologico.
Quando lo spiego nei miei incontri vedo sempre la stessa reazione: "Ma io me ne accorgerei".
No, non è vero, e questo è il cuore del problema. Le strategie di reclutamento sono sottili proprio perché devono aggirare le difese razionali. Nessuno chiede adesione a un sistema totalizzante: si propone una cena, un corso di meditazione, un seminario di crescita, un'attività di volontariato, un gruppo di lettura spirituale. Il contenuto potenzialmente rischioso arriva dopo, quando la persona è già dentro una rete di legami affettivi che rendono il ritiro psicologicamente costoso.
Le fasi descritte dalla psicologia sociale sono ormai ben documentate. Il gruppo individua un bisogno (solitudine, lutto, una crisi sentimentale o professionale, una domanda di senso), risponde a quel bisogno con pronta e calda disponibilità, introduce gradualmente impegni sempre maggiori, isola la persona dalle sue relazioni precedenti presentando l'allontanamento come "crescita" o "purificazione", e costruisce un linguaggio proprio che a poco a poco sostituisce il modo di pensare di prima.
Robert Jay Lifton, lo psichiatra che per primo ha studiato sistematicamente la riforma del pensiero nei gruppi totalizzanti, ha descritto otto criteri, dal controllo dell'ambiente alla dottrina sopra la persona, dalla manipolazione del linguaggio alla richiesta di purezza: ognuno di questi, da solo, sembra innocuo. Insieme formano una gabbia.
La gabbia dorata
Chiamo "gabbia dorata" una condizione precisa: il gruppo non ti toglie la libertà con le catene, te la toglie con la gratitudine. All'interno trovi ruoli, riconoscimenti, una identità, talvolta un lavoro, una casa, un partner, una missione. Soprattutto trovi una risposta a ogni domanda e un giudizio già pronto su ogni tuo dubbio: se stai male è colpa tua, non hai abbastanza fede o impegno; se dubiti è il nemico che agisce dentro di te; se vuoi andare via stai per distruggere tutto ciò che di bello hai costruito.
Chi sta in una gabbia dorata non soffre in modo evidente, e questo la rende ancora più insidiosa. Dall'esterno, spesso, invidia: una vita comunitaria intensa, valori condivisi, sicurezza. Dall'interno non si vede la gabbia, perché le sbarre sono fatte di emozioni: paura di perdere gli affetti, vergogna di ammettere l'errore, senso di colpa verso chi è rimasto, terrore del mondo esterno descritto come pericoloso e corrotto.
Nei miei anni di ascolto e consulenza alle vittime di controllo mentale ho incontrato fuoriusciti che impiegavano anni a nominare ciò che era stato loro fatto: non perché fossero deboli, ma perché il coinvolgimento è graduale e ogni singolo passo era, sul momento, difendibile.
La chiave di volta è l'investimento. Più una persona dà al gruppo (tempo, denaro, relazioni, scelte di vita), più diventa difficile andarsene, per quel meccanismo che Leon Festinger ha chiamato dissonanza cognitiva: ammettere di aver speso anni per qualcosa di sbagliato è così doloroso che la mente preferisce aumentare l'impegno.
Steven Hassan, ex membro di un gruppo ad alta influenza e oggi uno dei massimi studiosi del fenomeno, ha sintetizzato i meccanismi di controllo nel modello BITE: controllo del comportamento, dell'informazione, del pensiero e delle emozioni. Sono le quattro pareti della gabbia.
E Robert Cialdini, il padre della psicologia della persuasione, ha mostrato quanto i principi che questi gruppi usano, come riprova sociale, scarsità, autorità e impegno, funzionino anche sulle menti più lucide: la manipolazione migliore è quella che non viene percepita come tale.
Tutti possono caderci

Questa è la frase che ripeto sempre, anche in televisione, perché smonta in un colpo solo il muro di distanza che ognuno costruisce: "certo, ma io non ci cascherei mai".
Ho raccontato questo fenomeno, con le storie reali di chi ne è uscito, nel libro "7. Sette e manipolazioni mentali", scritto con l'avvocato Marco Marzari e pubblicato da Piemme. La domanda da cui parte è semplice: come si rimane invischiati in una setta? La risposta è scomoda: una brava persona, in un momento di fragilità, incontra qualcuno che le offre esattamente ciò di cui ha bisogno. Il reclutamento non convince, accoglie.
Il libro nasce dal nostro lavoro quotidiano con i fuoriusciti e con le loro famiglie, e questo ci ha insegnato che la vera prevenzione non è diffidenza, è consapevolezza: conoscere le dinamiche, riconoscere i segnali, sapere che cosa succede nella mente di chi entra e perché è così difficile uscirne.
I campanelli d'allarme
Qualche domanda che consiglio di porsi, per sé o per chi ci sta accanto:
Ti viene chiesto di tagliare o ridimensionare i rapporti con chi non condivide il gruppo?
Il gruppo ha una risposta pronta e assoluta per ogni tua domanda, e i dubbi sono considerati difetti tuoi?
L'impegno richiesto cresce gradualmente, e sempre in modo che al momento sembri ragionevole?
Criticare il leader o la dottrina è impensabile, e chi se ne va viene descritto come debole, traditore o perduto?
Ti senti profondamente amato finché obbedisci, e colpevole appena esiti?
Se più di una di queste domande trova una risposta, non state guardando una comunità: state guardando le sbarre di una gabbia.
Uscirne è possibile, e accade ogni giorno. Ma richiede tempo, rispetto per la storia della persona, pazienza e aiuto competente, sia psicologico che legale. Il primo passo è sempre lo stesso, ed è quello che ho cercato di accendere anche in trasmissione: dare alla persona la possibilità di porsi domande. Perché una gabbia dorata, per quanto dorata, resta una gabbia. E la libertà comincia esattamente dal momento in cui lo si può pensare.




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