Il vuoto fuori dalle sette: un viaggio tra dissonanza, libertà e ricerca di senso
- 24 ore fa
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Storie di chi esce dalle sette e la difficoltà di ritrovare sé stessi

Marco ha cinquant’anni e da cinque vive in una comunità che sa essere abusante, ma non riesce a immaginare un’alternativa. Non è felice, ma fuori da lì teme di perdere l’unico senso che ha dato alla sua esistenza. Maria è scappata un anno fa da un gruppo pseudo-religioso dove il leader l’ha abusata sessualmente, eppure non piange per quello che ha subito, ma per aver abbandonato la sua "crescita spirituale". Genoveffa, dopo cinquantadue anni in una realtà totalitaria, non ha mai potuto studiare o avere una famiglia. Ora che è libera, non sa cosa farsene di questa libertà e si chiede se non abbia commesso un errore a lasciare chi è rimasto indietro.
Queste storie non sono eccezioni, ma rappresentano esempi di un fenomeno diffuso: il vuoto che si apre quando si esce da una setta, da un gruppo radicale, da una relazione tossica che, nonostante tutto, dava una struttura, un’identità, un orizzonte. Fuori da lì, il mondo sembra privo di significato, e la libertà — quella stessa libertà per cui si è lottato — diventa un peso insostenibile, un abisso da riempire.
La Dissonanza Cognitiva: quando la mente si divide
Nel 1957, lo psicologo sociale Leon Festinger pubblicò A Theory of Cognitive Dissonance, un’opera che avrebbe rivoluzionato la comprensione dei meccanismi psicologici dietro le scelte umane. Festinger osservò che quando le nostre credenze, valori o comportamenti entrano in contraddizione, la mente prova un disagio tale da spingerci a ridurre quella dissonanza, anche a costo di negare l’evidenza. Nel contesto delle sette, questa teoria spiega perché sia così difficile uscire, anche quando si riconosce l’abuso.
Chi vive in una setta spesso interiorizza un sistema di credenze che giustifica la sofferenza: "È per il mio bene", "È la volontà divina", "Fuori non ci sono alternative".
Quando si comincia a dubitare, la dissonanza diventa insopportabile. Se esco, ammetto che ho sprecato anni della mia vita? Se resto, continuo a subire? La mente, per proteggersi, tende a razionalizzare: "Forse non è così male", "Fuori non troverò mai nulla di meglio","Questa è l'unica esperienza che mi ha permesso di conoscermi a fondo".
E così, anche dopo l’uscita, il dubbio persiste: ho fatto la scelta giusta?
Il vuoto che si prova non è solo assenza di senso, ma anche il risultato di una battaglia interna non risolta, dove la libertà si scontra con la paura di aver perso tutto.
Viktor Frankl e il senso della sofferenza
Nel 1946, Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, pubblicò Uno psicologo nei lager, dove descrisse come la ricerca di senso fosse la forza trainante della resistenza umana. Frankl sosteneva che l’essere umano può sopportare qualsiasi sofferenza, purché trovi un significato in essa. Secondo Frankl la vita vale la pena di essere vissuta, in tutte le circostanze, perché l’uomo non può mutarle, ma può scegliere come affrontarle e ha la responsabilità della sua scelta, potendo “mutare una tragedia personale in un trionfo”. E questo è applicabile a tutti i campi di “situazioni-limite” che possono presentarsi nella vita dell’uomo e che “sfidano la capacità umana di resistere e di sopravvivere”.
Ma cosa succede quando quel significato viene meno?
Per chi esce da una setta, il problema non è solo aver perso una comunità, ma aver perso una narrazione che dava forma alla propria vita. Frankl parlava di "vuoto esistenziale" come di una condizione in cui l’individuo si sente perso, senza scopo. La libertà, invece di essere liberatoria, diventa un carico: "Cosa faccio ora? Chi sono io senza quella realtà?" Frankl avrebbe detto che la risposta non sta nel cercare un senso già pronto, ma nel crearlo, giorno dopo giorno, attraverso l’arte, l’amore, il lavoro, persino la sofferenza. Ma per chi ha vissuto in un contesto totalitario, questo processo è una montagna da scalare senza attrezzatura.
-Altre voci sul Vvuoto e la ricostruzione di sé
Negli anni ’50, Rollo May, uno dei padri della psicologia esistenzialista, scrisse The Meaning of Anxiety (1950), dove esplorò il paradosso della libertà: la libertà ci libera, ma ci costringe anche a confrontarci con la nostra responsabilità. Chi esce da una setta spesso sperimenta questa ansia: senza regole imposte, deve inventare le proprie, e questo può essere terrorizzante. May avrebbe detto che l’ansia non va evitata, ma attraversata, perché è proprio nel momento in cui ci sentiamo persi che possiamo scoprire chi siamo davvero.
Erich Fromm, nel suo Fuga dalla Libertà (1941), descrisse come, in situazioni di crisi, l’individuo possa essere tentato di rifugiarsi in nuove forme di dipendenza: altre sette, relazioni tossiche, ideologie estreme. Questo meccanismo spiega perché alcune persone, dopo aver lasciato una setta, finiscano per cadere in altre trappole simili. Fromm sosteneva che la vera libertà richiede coraggio: il coraggio di essere sé stessi, anche quando questo significa stare nel dubbio, nell’incertezza.
Carl Rogers, negli anni ’60, sviluppò un approccio terapeutico centrato sulla persona, dove l’autenticità è la chiave della guarigione.
Per chi esce da una setta, il percorso verso sé stessi passa attraverso il riconoscimento delle proprie emozioni, anche quelle più dolorose, e la graduale ricostruzione di un’immagine di sé non condizionata da dogmi esterni. Rogers avrebbe detto che la crescita è possibile solo in un ambiente dove ci si sente accettati per ciò che si è, senza giudizi.
Infine, Boris Cyrulnik, neurologo e psichiatra francese, ha studiato la resilienza come processo dinamico. Nel suo Les Vilains Petits Canards (2001), Cyrulnik ha mostrato come la capacità di rinascere dopo un trauma non sia innata, ma si costruisca attraverso relazioni significative e la possibilità di dare un nuovo senso alla propria storia. Per chi esce da una setta, questo significa trovare persone che ascoltino, che non giudichino, che aiutino a tessere una nuova narrazione.
Come Si Riempie il Vuoto?
Non esiste una ricetta, ma ci sono strade che altri hanno percorso. La terapia, ad esempio, può essere uno spazio sicuro per elaborare il trauma e ricostruire un’identità autonoma. I gruppi di auto-aiuto, moderati da facilitatori che conoscono la tematica, community e gruppi dedicati, offrono la possibilità di incontrare altre persone con esperienze simili, riducendo il senso di isolamento.
Ritrovare il corpo è un altro passo fondamentale. Le sette spesso negano le emozioni e i bisogni fisici. E' importate riuscire a riconnettersi con sé stessi a livello profondo. Scrivere, raccontare la propria storia, anche attraverso diari o blog, è un modo per dare forma al caos interiore e trovare un nuovo significato.
Infine, c’è il coraggio delle piccole scelte. Imparare a decidere cosa mangiare, come vestirsi, dove andare: gesti apparentemente banali che, però, sono esercizi di libertà. Ogni scelta, anche minima, è un mattone nella ricostruzione di sé.
Conclusione: Il vuoto come possibilità
Le storie di Marco, Maria e Genoveffa (nomi di fantasia) parlano di un dolore profondo, ma anche di una possibilità. Il vuoto esistenziale non è una condanna, ma uno spazio aperto, un invito a ricostruire sé stessi senza catene. Come scriveva Nietzsche in Così parlò Zarathustra (1883-1885), "Chi ha un ‘perché’ [per vivere] può sopportare quasi ogni ‘come’". Il percorso è lungo, faticoso, ma non impossibile. E, forse, è proprio nel vuoto che nasce la vera libertà: quella di scegliere, sbagliare, ricominciare. Senza guru, senza dogmi, ma con la propria voce come unica guida.
-Bibliografia
- Cyrulnik, B. (2001). Les Vilains Petits Canards. Odile Jacob.
- Festinger, L. (1957). A Theory of Cognitive Dissonance. Stanford University Press.
- Frankl, V. E. (1946). Uno psicologo nei lager. Edizioni Ares.
- Fromm, E. (1941). Fuga dalla Libertà. Mondadori.
- May, R. (1950). The Meaning of Anxiety. The Ronald Press Company.
- Marzari, M. Tinelli, L. (2023). 7 Sette e manipolazione mentale. Piemme.
- Nietzsche, F. (1883-1885). Così parlò Zarathustra. Adelphi.
- Rogers, C. R. (1961). On Becoming a Person. Houghton Mifflin.
- Tinelli, L. e altri (2024). Gli abusi della manipolazione. CSA Edizioni.
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