La violenza domestica come sistema settario
- 4 apr
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Aggiornamento: 7 apr

Cultic Studies Journal, 2000, Volume 17, pagine 42-55
di David WardLogan Counseling CentreBrisbane, Australia
Traduzione di Lorita Tinelli
Abstract
Il fenomeno della violenza domestica è stato ampiamente esplorato negli ultimi anni nella letteratura terapeutica. Nel frattempo anche la conoscenza della comunità terapeutica sui culti distruttivi è aumentata. Tuttavia, poco è stato scritto, confrontando le conoscenze provenienti da questi due ambiti. Questo articolo intende offrire una breve analisi di alcune delle analogie vissute dalle vittime di culti e dalle vittime di violenza domestica. Verranno prima delineati i concetti teorici di entrambe le aree, seguiti da alcune analogie specifiche. Infine, verranno discusse alcune implicazioni per la terapia.
Nonostante l’enorme e crescente quantità di pubblicazioni sulla violenza domestica, il dibattito continua. Inizialmente, la patologia veniva attribuita all’individuo e si presumeva derivasse da esperienze traumatiche durante gli anni formativi. Col passare del tempo, e in particolare con l’ampia diffusione della teoria dei sistemi, la disfunzione è stata esplorata, analizzata e affrontata in ambiti psicosociali e sociopolitici più ampi. Questo approccio è proseguito con crescente intensità, al punto che oggi la patologia è sempre meno vista come esperienza individuale e sempre più attribuita al linguaggio, alla comunicazione e al discorso culturale (Gibney, 1996). Questo articolo non intende ignorare i progressi dei modelli precedenti, ma piuttosto integrare le conoscenze esaminando i principi del potere abusivo in un contesto, la violenza domestica, per comprendere meglio un altro, l’abuso settario. Inizio con una breve panoramica delle dinamiche dei culti.
Dinamiche dei culti
Esistono molte definizioni di “culto”, tra cui la seguente, adatta agli scopi di questo articolo:
"Un gruppo o movimento che manifesta una devozione o dedizione eccessiva verso una persona, un’idea o una cosa, e che utilizza tecniche manipolative o coercitive non etiche di persuasione e controllo per promuovere gli obiettivi dei leader del gruppo, a discapito reale o potenziale dei membri, delle loro famiglie o della comunità". (Tobias & Lalich, 1994, p.12)
Diversi modelli sono stati proposti per spiegare queste tecniche manipolative e coercitive. Di seguito si riassume il modello di Singer (1995):
Mantenere la persona inconsapevole di ciò che sta accadendo e di come viene cambiata gradualmente.
Controllare l’ambiente sociale e/o fisico, soprattutto il tempo della persona.
Creare sistematicamente un senso di impotenza.
Manipolare un sistema di ricompense e punizioni per inibire il comportamento legato all’identità precedente.
Promuovere l’ideologia del gruppo tramite ricompense e punizioni.
Stabilire un sistema logico chiuso e autoritario che non ammette feedback.
Queste dinamiche descrivono un ambiente abusante e difficile da abbandonare, in cui la dipendenza può durare anni.
Chi non ha mai vissuto un contesto simile fatica a comprendere come una persona possa “scegliere” di entrarvi e restarvi. Questa prospettiva è simile a quella riferita alle vittime di violenza domestica: “Perché resta? Perché non se ne va?”
Violenza domestica
Nel corso degli anni, i ricercatori hanno studiato diversi aspetti delle relazioni violente:
Storia familiare patologica: chi ha vissuto violenza da bambino può considerarla normale.
Fattori socioeconomici: lasciare la relazione spesso significa peggiorare la situazione economica.
Fattori sociopolitici: ruoli di genere interiorizzati.
Bisogni psicologici: dipendenza emotiva tra i partner.
Condizionamento psicologico: rinforzo intermittente e impotenza appresa.
Questi approcci spesso si sovrappongono. Il modello delle “barriere” (Grigsby & Hartman, 1997) integra fattori politici, ambientali e intrapsichici.
La violenza domestica come sistema settario
Esistono numerose analogie tra violenza domestica e sistemi settari. Tra le più rilevanti:
Ambiente rigidamente controllato
Il partner abusante può isolare la donna da amici e famiglia, controllarne movimenti, abbigliamento e tempo. Questo impedisce il confronto con la realtà esterna e rende il partner la principale fonte di “verità”.
Distruzione del senso di sé
Le vittime descrivono la perdita dell’identità come sentirsi un “guscio vuoto”. I sistemi abusivi destabilizzano l’identità e la ricostruiscono secondo i propri schemi.
Processo descritto in tre fasi:
Scongelamento (Unfreezing): destabilizzazione dell’identità
Cambiamento (Changing): adozione di nuove credenze
Ricongelamento (Refreezing): consolidamento della nuova identità
Questo cambiamento è fortemente dipendente dall’ambiente.
Somiglianze principali
Tra vittime di culti e di violenza domestica:
destabilizzazione del sé
introduzione di nuove credenze
rinforzo ambientale delle nuove convinzioni
recupero dell’identità dopo l’uscita dal contesto abusivo
Fenomeni correlati includono:
identità fittizia
identificazione con l’aggressore
sindrome di Stoccolma
sindrome della donna maltrattata
Implicazioni terapeutiche
Tre aree principali da affrontare:
1. Concetto di sé
Le vittime spesso mantengono un senso di lealtà verso l’abusante. Comprendere le dinamiche settarie può aiutare a normalizzare questa esperienza.
2. Trigger (stimoli scatenanti)
Situazioni o elementi che ricordano l’abuso possono provocare disagio. Riconoscerli e rielaborarli è fondamentale.
3. Lutto e perdita
Entrambi i gruppi sperimentano perdite significative:
stabilità economica
relazioni familiari
senso di scopo
anni “persi”
La terapia deve favorire l’autonomia e il recupero del controllo personale.
Conclusione
Lavorare con vittime di violenza domestica e con ex membri di culti è complesso ma anche gratificante. Nonostante le somiglianze tra questi ambiti, pochi studi li hanno collegati direttamente. Questo lavoro mira a colmare tale lacuna, aiutando terapeuti e vittime a comprendere meglio le dinamiche del controllo abusivo.
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