Il gaslighting collettivo: quando la narrazione diventa un'arma
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 5 min
Come una bugia ripetuta può diventare una "verità" - il caso del mio curriculum "gonfiato"

Nella trilogia sul Gaslighing abbiamo esplorato questo fenomeno a 360 gradi, analizzandolo da molteplici prospettive.
Abbiamo iniziato con una definizione chiara e scientifica, per comprendere cosa si nasconde dietro questo termine così diffuso: una delle forme più aggressive di manipolazione psicologica che porta la vittima a mettere in discussione la propria percezione della realtà, i propri ricordi e persino la propria sanità mentale.
Abbiamo approfondito le dinamiche che lo caratterizzano, svelando i meccanismi attraverso cui il gaslighter agisce: dalla negazione dei fatti alla distorsione della verità, fino alla colpevolizzazione della vittima.
Abbiamo raccontato storie, drammatiche, reali.
Ma è nel terzo volume della trilogia che il focus si sposta dal gasligthing individuale a quello collettivo: un fenomeno ancora più subdolo perchè attinge su scala sociale.

Qui il gasligthing non è più solo una strategia di manipolazione tra persone, ma diventa uno strumento di controllo delle masse, capace di distorcere la percezione della realtà per normalizzare concetti, abitudini o comportamenti dannosi.
Attraverso la mistificazione della realtà chiunque può indurre una collettività ad accettare ciò che in realtà è deviante o addirittura nocivo o magari qualcosa che non è reale. Questo è un processo graduale che può indurre anche a cambiamenti radicali di comportamento della collettività: si negano i fatti, si ridicolizzano le critiche, si creano narrazioni alternative che, ripetute le tempo, diventano "verità" condivisa.
Un altro aspetto cruciale è la creazione di un nemico.
Essa è una strategia antica che trasforma la critica in delegittimazione. Si erode cioè l'umanità e la credibilità di un avversario, fino a renderlo una caricatura funzionale a giustificare poteri. Si semina dubbi sull'onestà dell'altro o sulle sue competenze dell'altro, al fine di rendere meno credibile agli occhi della collettività la sua storia e le sue capacità. E' questo un meccanismo che alimenta polarizzazioni, perchè il nemico, una volta svuotato di credibilità, diventa un capro espiatorio su cui riversare frustrazioni collettive.
La vicenda personale: un esempio di gaslighting collettivo
Il terzo volume della trilogia sul gaslighting si concentra sull'analisi di alcuni eventi personali vissuti da noi autrici, che rappresentano esempi concreti e significativi dell'incidenza del gaslighting nelle nostre vite.
Un esempio lampante è l'attacco costante e ripetuto, da parte di un gruppo persone, sempre lo stesso, alla mia credibilità, attraverso la delegittimazione del mio curriculum.
Ne ho parlato lungamente nel libro, riportando documenti ed aneddoti, ma qui mi preme evidenziare come il mio curriculum sia diventato spesso un bersaglio tramite blog anonimi, e non solo, che mi hanno dipinta come un "caso" dal curriculum "lungo quanto Guerra e Pace" (tra l'altro se un'opera di uno dei più grandi scrittori russi dell'ottocento, Tolstoj, viene ricordata per la sua lunghezza e non per il contenuto, rivela molto su chi mi attacca).
Oltre alla sua lunghezza il mio curriculum è stato accusato di essere "gonfiato", non perché contenesse titoli inesistenti o competenze non possedute, ma semplicemente perché io vi avevo incluso un articolo scritto anni fa per un notiziario. Un notiziario iscritto regolarmente al tribunale come notiziario periodico, con un direttore giornalista, che trattava tematiche sociali e sanitarie. L’unica "colpa" di questo notiziario? Era finanziato da una parrocchia.
Ecco il punto: nessuno dei miei detrattori ha mai letto l’articolo. Nessuno ne ha valutato il contenuto, la qualità o la rilevanza. Il giudizio è stato emesso a priori, basato unicamente sulla provenienza del mezzo. Come se la fonte, e non il merito, fosse l’unico parametro per stabilire il valore di un’esperienza.
Quindi il vero problema non è la critica in sé, quanto il metodo: non si contesta il contenuto, si attacca la legittimità della fonte. È una strategia che non mira a dimostrare l’inesattezza di un dato, ma a instillare il dubbio sulla sua rilevanza.
Questo è un classico esempio di gaslighting dell’informazione: una tecnica manipolatoria che non si limita a negare la realtà, ma induce la vittima a dubitare di sé stessa. Io stessa mi sono chiesta: "Ma avrò esagerato nell'inserirlo?". Questa domanda mi ha tormentato dopo aver letto le critiche dei miei detrattori. Poi, ho capito che il vero cortocircuito non era nel mio operato, ma nella volontà di minare la mia credibilità. Ho risolto il dubbio analizzando chi fossero questi soggetti e quali le loro motivazioni.
Il messaggio implicito della loro azione è chiaro: "Se l'articolo non è pubblicato su un giornale mainstream, non conta". E, l'averlo elencato nel mio curriculum rappresenta una "aggiunta impropria", "un vezzo inaccettabile", una "falsificazione".
Ma chi decide cosa è "degno" di essere incluso in un curriculum? La risposta è semplice: solo chi lo scrive, purché ciò che vi è riportato sia vero e verificabile.
Un articolo su un notiziario parrocchiale che tratta temi sociali o sanitari non è meno valido di uno pubblicato su una testata nazionale, se il contenuto è rigoroso, documentato e rilevante. Anzi, in un’epoca in cui l’informazione è sempre più omologata, le voci indipendenti e di nicchia possono offrire spunti di riflessione unici e preziosi.
Il meccanismo del gaslighting collettivo: come funziona?
Nel libro gli esempi di delegittimazione personali attraverso il gaslighting collettivo ci hanno permesso di esplicitare un metodo:
1. Selezionare un bersaglio: Si individua una persona il cui lavoro, reputazione o influenza si vuole minare.
2. Isolare un elemento debole (o presunto tale): Nel mio caso, l’articolo su un notiziario parrocchiale. Non importa se il contenuto è valido: basta che la fonte non sia "mainstream" per poterla sminuire.
3. Diffondere il dubbio: Si inizia a ripetere, in cori sempre più ampi, che "quella cosa non conta", che "non è rilevante", che "è gonfiato". Non serve dimostrarlo: basta che il dubbio si insinui.
4. Delegittimare la persona: Se la vittima prova a difendersi, si risponde con domande retoriche o accuse generiche ("Ma perché ti difendi tanto? Non sarà che hai qualcosa da nascondere?").
5. Creare un clima di consenso: Più persone ripetono la stessa narrazione, più questa diventa "verità" agli occhi di chi non ha gli strumenti per verificare.
Il risultato? La realtà viene mistificata, e la vittima si trova a dover difendere non solo il proprio operato, ma la stessa legittimità delle proprie esperienze.
Perché si usa questa tecnica?
Il gaslighting collettivo è un’arma efficace e subdola perché:
- Non richiede prove: Basta ripetere una narrazione per farla passare come vera.
- Sfrutta i pregiudizi: In una società in cui il prestigio della fonte spesso conta più del contenuto, è facile sminuire ciò che non proviene da "canali ufficiali".
- Isola la vittima: Chi subisce questa forma di manipolazione si trova spesso solo contro un coro di voci, il che rende difficile difendersi.
- Distoglie l’attenzione dai fatti: Invece di discutere il merito, si sposta il focus sulla legittimità della persona.
Quanto ho qui riportato è solo un piccolo esempio dell'opera di delegittimazione portata avanti negli ultimi vent'anni da un gruppo di persone, che ancora oggi ripete lo stesso mantra. Il libro svela metodi, dinamiche e profili e offre spunti di riflessione che meritano di essere letti.
Leggetelo: ne vale la pena



Commenti