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Lorita Tinelli

Prefiero morir de pie a vivir arrodillado – Il Che

International Journal of Cultic Studies, Vol. 6, 2015, 69-82

Alan W. Scheflin

Santa Clara University School of Law

Abstract

Gli esperti che hanno testimoniato in tribunale sui processi di influenza estrema, esercitata da influenzatori intelligenti nei confronti di influenzati sensibili e vulnerabili, hanno incontrato difficoltà da parte di alcuni giudici, i quali hanno esitato o rifiutato di ascoltare le testimonianze sul  lavaggio del cervello, sul controllo mentale e sulla riforma del pensiero, in quanto, secondo loro, tali concetti mancano di validità scientifica. Questo lavoro suggerisce che il concetto giuridico di indebita influenza può essere utilizzato come veicolo per tali testimonianze. Il documento fornisce anche un Modello di Influenza Sociale (SIM) per aiutare un esperto a presentare l’ampia scienza della influenza sociale a giudici e giurati.

 

Nessuno possiede la propria personalità. Il proprio ego o individualità si costruisce grazie alla costituzione genetica e alla società in cui si è nati. Ognuno ha avuto voce in capitolo sul tipo di personalità acquisita, e non c’è ragione di credere che si dovrebbe avere il diritto di rifiutare di acquisire una nuova personalità se la vecchia è antisociale. La Costituzione non garantisce il diritto di mantenere la personalità inviolata, essa si impone su di voi prima di tutto. —James V. McConnell (1970, p. 74)

 

 

Il Dr. Paul Martin è stato un medico della salute mentale, un insegnante, un trainer e un testimone. E’ questo ultimo ruolo, che l’ha portato nei tribunali per testimoniare come esperto sulla manipolazione mentale coercitiva, serve come oggetto della mia discussione. All’interno del tribunale, e fuori di esso pure, Paul ha combattuto diligentemente per il diritto di ogni persona ad avere una mente libera in una società libera. Nessuna battaglia è più importante. E nessun guerriero ha combattuto più duramente di Paul.

Dr. Paul Martin

 

Paul sarebbe stato sconvolto dal commento sopra citato dello psicologo James V. McConnell. E’ troppo. Anche McConnell è stato costretto a fare marcia indietro dopo la reazione avversa al suo intervento, che lo travolse. [2]

La libertà di pensiero è stata particolarmente preziosa per i Padri Fondatori. Essi sapevano che, senza di essa tutte le altre libertà sono relativamente insignificanti. E a causa della sua soppressione in Inghilterra, soprattutto per quanto riguardava il pensiero religioso e politico, che è nata l’America. Thomas Jefferson, il 23 settembre del 1800, ha scritto una lettera al dottor Benjamin Rush, il cui volto appare ora sul logo della American Psychiatric Association. La mente umana era un argomento di grande interesse per entrambi i signori, il politico e lo psichiatra. Jefferson ha scritto, “ho giurato sull’altare di Dio eterna ostilità contro ogni forma di tirannia sulla mente dell’uomo“.

L’impegno di Jefferson ha trovato sostegno  un secolo e mezzo più tardi, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (10 dicembre 1948). L’articolo 18 di tale documento, destinato ad essere vincolante  per l’alleanza di tutti i governi  e di tutte le persone del nostro pianeta, afferma: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione …“. Queste libertà sono la primogenitura dell’essere una persona.

 

 

Jefferson e le Nazioni Unite avevano in mente la soppressione e la punizione del discorso politico e religioso – la capacità del governo di eliminare la libertà individuale di scegliere ciò che una persona vuole credere o adorare. Le loro preoccupazioni riguardavano la censura di espressioni lontane dalla consapevolezza. Anche se le persone non potevano né pubblicamente esprimere né praticare il loro credo, erano ancora libere di nutrire pensieri segreti, opinioni e credenze.

Oggi abbiamo di fronte una prospettiva più spaventosa: le persone potrebbero avere le loro menti invase internamente e controllate, in modo che esse non possano formulare e amare le propri personali opinioni private. Questa nuova minaccia, più insidiosa di tutto ciò che l’ha preceduta, riguarda il mio argomento di discussione.

 

 

Il lavaggio del cervello

 

L’influenza sociale è il mare in cui la comunicazione e l’interazione umana nuotano. Possiamo tutti, singolarmente, essere atomi, ma ci sforziamo di connetterci con gli altri per diventare molecole. L’influenza è il legame che compie quel processo.

Sebbene l’influenza sia inevitabile, non sempre è legittima. Ci sono dei limiti morali e legali nel modo in cui una persona può trattare un’altra. In nessun luogo questo punto è più chiaro che nell’interazione sociale chiamata “lavaggio del cervello“.

Edward Hunter coniò il termine “lavaggio del cervello” alla fine del 1940, all’interno del suo lavoro specializzato in pubbliche relazioni del governo che cercava di screditare l’ideologia comunista. La genesi del termine non è scientifica; era politica. La creazione di Hunter del termine “lavaggio del cervello” era destinata a richiamare l’attenzione su eventi sociali preoccupanti nell’Unione Sovietica, Corea e Cina, ed è stata un enorme successo per fini propagandistici. La parola scioccava e spaventava la gente, e ha creato il supporto per l’opposizione americana al comunismo.

Siccome il  lavaggio del cervello era un termine politico, molti professionisti hanno visto in esso semplicemente la retorica, non la scienza. Essi hanno ignorato i fatti all’origine che hanno reso un’immagine del lavaggio del cervello efficace per eventi reali. Ad esempio, il dottor Thomas Szasz, uno psichiatra schietto che spesso ha scritto in modo convincente contro la saggezza ereditata della sua professione, una volta in maniera colorita ha detto che non si può “lavare” un cervello più “di quanto non si possa farlo sanguinare con un taglierino” (Szasz , 1976 p. 11). Szasz, però, non è riuscito a vedere che a volte c’è il fuoco dietro il fumo.

Altri professionisti sono stati più scaltri. Hanno percepito la vera minaccia della manipolazione mentale estrema. Il 10 aprile 1953, il direttore della CIA, Allen Dulles, ha tenuto un discorso agli alunni del Princeton a Hot Springs, Virginia. Ha sostenuto che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano impegnati in una “battaglia per la mente degli uomini“, e che i sovietici possedevano il potere di lavare il cervello ripulendolo dai pensieri e dai processi mentali del passato e … creando nuovi processi cerebrali e nuovi pensieri che la vittima, come un pappagallo, ripete. In effetti, il cervello in queste circostanze diventa la riproduzione fonografica di un disco messo sul suo mandrino da un genio esterno e sul quale non si ha alcun controllo. (Pp. 354-355)

Pochi giorni dopo, Dulles ha autorizzato la CIA ad iniziare il più massiccio programma scientifico segreto sulla mente e sul controllo del comportamento mai condotto (Scheflin & Opton, Jr., 1979).

Quando il lavaggio del cervello, come una tecnica di intenso indottrinamento e dirottamento mentale passa dal governo alle organizzazioni private di culto, la necessità della testimonianza di un esperto per la protezione delle vittime innocenti diventa fondamentale. Per far capire e spiegare al governo gli sforzi dell’estrema influenza, questi esperti, naturalmente, hanno usato la letteratura scientifica che si era sviluppata. Così gli esperti hanno parlato di lavaggio del cervello, della riforma del pensiero e del controllo mentale. Ma questi esperti hanno affrontato problemi nei loro sforzi di portare spiegazioni sul lavaggio del cervello in aula.

 

 

Obiezioni al lavaggio del cervello come difesa

 

 

Quando sono diventato presidente della ICSA nel 2003, [3] una delle mie prime preoccupazioni è stata di spostare il dialogo lontano dall’uso di termini come il lavaggio del cervello o controllo della mente o riforma del pensiero. Non è che mi sia opposto a queste parole che descrivono in maniera colorata e accuratamente le immagini inquietanti che correttamente evocavano nella mente; è che ho trovato che esse erano inefficaci quando venivano usate nei tribunali. Il lavaggio del cervello non è un concetto giuridico. Non vi è alcun illecito civile (reato) di lavaggio del cervello, nessun crimine di lavaggio del cervello e il lavaggio del cervello non viene riconosciuto in qualsiasi giurisdizione come una difesa per la cattiva condotta civile o penale. Secondo Lunde e Wilson (1977), “nessun caso che ha accettato il lavaggio del cervello come una difesa di responsabilità penale è riportato nel diritto anglo-americano” (pp. 354-355). [4]

Ho avuto anche un’altra preoccupazione in mente in quel momento. Il lavaggio del cervello, il controllo mentale, la riforma del pensiero e le etichette simili, mentre inizialmente erano usate per descrivere gli eventi reali che coinvolgono vittime reali e manipolatori reali in luoghi come l’Ungheria, l’Unione Sovietica, la Corea e la Cina, avevano da tempo smesso di essere pubblicamente riconoscibili nei loro riferimenti storici. La maggior parte delle persone oggi sa poco o nulla degli eventi sociali in quei paesi che hanno dato origine ai timori che la mente è più malleabile di quanto si fosse mai immaginato. Il 1950 è stato molto tempo fa. I termini di lavaggio del cervello e simili erano passati nel regno della retorica, della fantascienza e dei film horror di Hollywood. Parlando di lavaggio del cervello, le persone erano meno propense a prenderlo sul serio. Anche quando vengono utilizzate in riferimento a gruppi settari, queste parole hanno acquisito un significato derisorio che mina qualsiasi seria discussione importante sul tema della libertà della mente dalla manipolazione malevola esterna. Questi termini erano passati dal fatto alla finzione. In effetti, la maggior parte di  essi abitavano nel regno della cultura dell’insulto, se non ti piace il parere di qualcuno, si dice che la persona è stata plagiata. La cosa più importante, tuttavia, era che questi termini avevano perso qualsiasi significato scientifico, tanto da rendere la testimonianza di esperti praticamente impossibile.

 

 

L’obiezione scientifica

 

 

Nella sentenza Daubert verso Merrell Dow Pharmaceuticals, Inc. (1993), la Corte Suprema degli Stati Uniti ha fornito una prova di quattro punti, ora denominata  test Daubert, per determinare l’ammissibilità di testimonianze di esperti:
Sia possibile testare la teoria o la tecnica del perito;
Siano state la teoria o la tecnica del perito sottoposte a pubblicazione o a revisione paritetica;
Sia noto il tasso di errore della teoria o della tecnica dell’esperto; e
Siano la teoria o la tecnica del perito generalmente accettate dalla comunità scientifica di riferimento.

La maggior parte di questi punti del test Daubert vengono applicati  in tutti i tribunali federali e statali.

I tribunali sono stati poco inclini a dare credibilità scientifica a ciò che essi considerano concetti politici. Negli Stati Uniti vs Fishman (1990), il giudice federale Jensen ha concluso che la teoria del lavaggio del cervello/riforma del pensiero non ha soddisfatto i criteri di accettazione generale nella comunità scientifica di riferimento, e quindi non poteva costituire la base per la testimonianza di esperti. Altri giudici si sono affidati al suo parere per giungere a conclusioni analoghe.

 

 

L’obiezione pregiudizievole

 

La testimonianza degli esperti, che altrimenti potrebbe essere ammissibile, può essere esclusa se il suo valore probatorio è sostanzialmente superato dal pericolo di un pregiudizio ingiusto. Il pregiudizio si verifica quando la testimonianza può indurre nei giurati una decisione basata sulla loro confusione, passione o emozione, e non sulla base delle prove presentate. A titolo di esempio, le immagini estremamente cruente che raffigurano accuratamente la scena del delitto potrebbero essere escluse dalla considerazione dei giurati, perché le foto possono essere tanto stimolanti da distrarli dall’impegno dell’attento esame delle prove.

Anche se i giudici dovessero accettare la validità scientifica del lavaggio del cervello riconoscendo che si tratta semplicemente di un marchio colorato per processi sociali estremi che si studiano nei corsi di psicologia sociale, sono ancora riluttanti a sollevare questi problemi. Come una corte d’appello federale ha recentemente osservato, “Il lavaggio del cervello dei culti è un argomento di raro successo” (Robidoux v. O’Brien, 2011). I giudici guardano spesso a tali argomenti al massimo come un Ave-Maria  o come un’ammissione che nessuna altra teoria riconosciuta aiuterà il cliente.

Vorrei aggiungere che molti tribunali non sono turbati dalla introduzione di testimonianze di esperti sul lavaggio del cervello, ed i giudici in questi casi capiscono che la questione giuridica coinvolta non è sul concetto di lavaggio del cervello di per sé, ma piuttosto è sul fatto che le tattiche di estrema influenza sociale hanno tentato di superare l’autonomia della mente del ricorrente. In altre parole, questi giudici vedono oltre l’etichetta, a differenza di altri giudici che sono più spesso interessati a semplificare casi su cui non presiederanno (United States v. Fishman, 1990).

Tuttavia, la legittimità della testimonianza di un esperto di tattiche di estrema influenza non dovrebbe dipendere dal capriccio di un singolo magistrato. Non ha senso dire che il dottor X può testimoniare in Florida, per esempio, ma che non può dare lo stesso testimonianza in Illinois. I cittadini in ogni giurisdizione americana dovrebbero avere diritto ad una eguale tutela dalla legge e dovrebbe essere data la stessa possibilità di presentare i propri casi con supporto scientifico.

 

 

Una soluzione: l’influenza indebita come difesa

 

 

Facendo un passo indietro da queste obiezioni, qualcuno può seriamente dubitare che persone innocenti cadano preda di imbonitori intelligenti, che schiavizzano e offuscano la mente per comandare il loro comportamento e acquisire la loro obbedienza e le attività? Queste vittime hanno bisogno di sollievo e, a mio parere, lo meritano. Ma i tribunali non hanno riconosciuto alcuna teoria legale valida che potrebbe fornire un rimedio in questi casi. Ero turbato da questo fatto, come lo è stato Paul Martin. E’ diventato necessario trovare il modo giusto per fare la cosa giusta, per proteggere la dignità umana.

E’ stato a quel punto che mi sono ricordato di Florece Roisman. La signora Roisman era un avvocato di Washington che nel 1960  ha rappresentato gli inquilini che vivono in squallidi condomini di  proprietà di ricchi irlandesi. Caso dopo caso, ella ha fatto appello con successo al cuore dei giudici, ma non alle loro menti. Il loro messaggio a lei era che lei stava presentando un caso di diritto di proprietà, ed è chiaro che i proprietari di immobili hanno tutti i diritti legali. I suoi clienti non ne avevano nessuno. Un giorno, però, tutto è cambiato. Florence è entrata in aula e ha detto in sostanza che “non sto qui a sostere la legge della proprietà. Io sostengo  la legge dei contratti. I miei clienti hanno il diritto di abitazioni abitabili; altrimenti, i contratti di locazione che hanno firmato sono illusori“. I giudici hanno così risposto,”Oh, si sta discutendo di diritto contrattuale. Questa è una cosa completamente diversa“.

Si noti che i fatti, lo squallore in cui i clienti della signora Roisman vivevano, non erano cambiati, soltanto la teoria legale che sosteneva la riparazione. Roisman vinse la sua causa, e nel giro di un decennio ogni stato del paese ha obbligato i proprietari a fornire agli inquilini abitazioni sanitarie decenti, perché ogni contratto per abitazione portava con sé una garanzia implicita giudizialmente creata di abitabilità.

Con questa storia di successo in mente, ho cominciato incoraggiare il passaggio da un concetto di lavaggio del cervello al concetto di influenza indebita o, in questi casi, quello che potremmo chiamare estrema influenza. Per più di 500 anni, l’influenza indebita è stato un concetto giuridico legittimo, utilizzato per fornire un rimedio per le persone che sono diventate vittime di uomini e donne truffatori. Con questo cambiamento, il problema dei giudici che non prendono sul serio il concetto del lavaggio del cervello, sembrava risolto.

 

 

Gli ostacoli della indebita-influenza

 

Non sorprende, tuttavia, che il passaggio a una teoria giuridica di indebita influenza ha incontrato qualche problema che deve ancora essere risolto. Io innanzitutto identifico queste nuove sfide prima di proporre soluzioni innovative.

 

 

L’estraneità del problema

 

 

Paradossalmente, anche se il sistema legale per diversi secoli ha riconosciuto la validità delle sfide della indebita influenza, la maggior parte dei giudici non ha mai affrontato il tema  nelle proprie aule di tribunale. Secondo il professor Madoff (1997),

Ogni anno oltre $ 100 miliardi transitano per cessioni di morte negli Stati Uniti. In concomitanza con la mancanza di capacità mentale, l’indebita influenza è il terreno più frequente per invalidare una volontà testamentaria …. Eppure, nonostante la sua importanza, poco lavoro scientifico è stato fatto nell’esame dei parametri e a giustificazione della teoria della influenza indebita. (P. 572)

Secondo gli studiosi di legge, la creazione del diritto di indebita-influenza è stata una risposta diretta alla crescente preoccupazione che “la chiesa stava prendendo vantaggio …  sui propri fedeli [sul letto di morte] con timori esagerati” (Sherman, 2008, p . 581). Come osservato in un antico caso inglese, “Non esistono casi in cui gli uomini siano così facilmente vulnerabili  come al momento della loro morte, col pretesto della carità ….” (procuratore generale v. Bains, 1708, p. 272) Pertanto, la legge di influenza indebita è stata sviluppata come un mezzo per proteggere la ricchezza privata da chierici religiosi zelanti e predatori. Nel corso dei secoli, i casi di influenza indebita si sono espansi oltre la religione per includere situazioni in cui le interazioni finanziarie sollevavano la possibilità che il trasferimento di beni, al momento della morte non sarebbe stato il prodotto di una scelta libera e volontaria.

Questa volontà testamentaria e i casi dei beni finanziari, non le idee, e non le identità coinvolte. Tuttavia, oggi vediamo le tecniche sottili e seducenti di influenza e di controllo utilizzate  per far cambiare le idee, per impiantare le credenze e per modificare l’identità della persona influenzata, il tutto per servire al meglio gli interessi di un influenzatore astuto e manipolativo.

Quando ci muoviamo dal regno fisico, lo scambio di denaro, al regno mentale della creazione, modifica e dell’inserimento di sistemi di credenze, e persino dell’identità, altri problemi danno preoccupazoni gravi ai giudici. Naturalmente, questi casi più moderni sono ancor meno familiari ai giudici, e creano così altri ostacoli per la  testimonianza degli esperti.

 

 

Il problema della chiarezza

 

 

Due eminenti giuristi, Jesse Dukeminier e Stanley M. Johanson (1995), hanno sottolineato giustamente che “indebito è uno dei concetti più fastidiosi di tutta la legge. Non può essere definito con precisione“(p. 160).

Questo problema di definizione non è né insolito né risolutivo. Molti concetti di diritto, quali il “giusto processo di legge”, possono essere compresi solo dopo notevoli interpretazioni sulla base di varie analisi,  infatti, di modelli dinanzi ai tribunali. In effetti, il concetto di ragionevole dubbio, che è una parte importante di ogni processo penale, non è chiaro, e in molti Stati mancherebbero giudici che tentano anche di spiegarlo alle giurie, perché le definizioni stesse sono troppo confuse. Come la Corte Suprema del Missouri ha detto in Stato v. Robinson (1893), “E’ difficile spiegare con parole semplici il concetto di ‘ragionevole dubbio’, in modo da renderlo più semplice …. Ogni tentativo di spiegarlo rende necessaria una spiegazione della spiegazione“(p. 1069).

La Corte Suprema della California (Rice v. Clark, 2002) ha definito indebita una “pressione esercitata direttamente sull’atto testamentario, sufficiente a superare la libera volontà del testatore, pari in effetti alla coercizione che distrugge il libero arbitrio del testatore” (p. 528). Questa dichiarazione fornisce poche indicazioni per quando sarà applicata la dottrina dell’indebita influenza. Ma è un fatto ci dà un indizio.

Se il fattore di influenza è determinato e abbastanza intelligente, e le tecniche utilizzate sono sofisticate e abbastanza potenti, gli esperti ritengono che poche persone saranno in grado di resistere a diventare vittime di influenza indebita (Quinn, 2010, p. 93). Una Corte d’appello 80 anni prima, in un caso di contesta testamenteria in California, ci si è così accordati (In re di Olson Estate, 1912):

La sanità di mente e di corpo non implica l’immunità da qualsiasi influenza indebita. Si può richiedere un maggiore ingegno per influenzare indebitamente una persona sana di mente e di corpo, e altre prove possono essere necessarie per dimostrare che una tale persona è stata soggiogata, nel caso di una debolezza del corpo e della mente. Ma la storia e l’esperienza insegnano che le menti di uomini e donne forti sono state spesso sopraffatte, e sono state convinte dalla mente di un maestro a consentire a ciò che nei loro momenti sobri e normali, e liberi da ogni influenza indebita, non avrebbero fatto. (P. 386)

Prendo questi commenti indipendenti nel senso che tutti, quasi, in determinate circostanze, sono potenzialmente vulnerabili; e che mi suggeriscono che la dottrina della indebita influenza non dovrebbe essere limitata ai casi di volontà, né ai casi che coinvolgono altri misfatti finanziari. In altre parole, il passaggio da influenzatori che mirano ai conti bancari a quelli che mirano alle idee e all’identità rende la dottrina della indebita influenza anche una preoccupazione più immediata per la protezione delle vittime vulnerabili.

 

 

Il problema della Scala mobile

 

 

Quando un’eccessiva influenza sfugge dai confini fiscali in cui è stata in gran parte contenuta, si pone un problema più grave: dove tracciare la linea di confine. Non esistono demarcazioni chiare su come si passa da una guida, alla consulenza, alla formazione, alla suggestione, alla seduzione, all’indottrinamento, alla riforma del pensiero. Questa progressione mette il giudice nella difficile posizione di decidere sulla base del parere, non della legge o della scienza, perché la legge non è in grado di dirci in anticipo ciò che è lecito e ciò che non lo è, tranne che agli estremi. Un tribunale ha osservato che “anche se la gentilezza e l’attenzione da sole non costituiscono influenza indebita, esse potrebbero, in combinazione con altri fattori, giungere a tale influenza” (in Re immobiliare di Rohde, 1958, p. 495).

Quello che è utile per me, e spero lo sarà anche per voi, è di non concentrarsi sulla legge specifica, ma piuttosto sulla politica dietro la legge. La legge di indebita influenza, a mio parere, deve trovare quello che io chiamo il punto di interazione inaccettabile. Questo punto si verifica quando si dice a se stessi sulla condotta di qualcuno, “Non si può trattare la gente così. E se lo fai, la legge ti punirà“. Questa prospettiva non chiarisce nulla nello specifico, ma per me aiuta a indicare una strada.

In tutti i casi civili, la persona che inizia una causa sta dicendo che lo status quo è sbagliato e il tribunale dovrebbe porvi rimedio. Quella persona ha l’onere di provare che il giudice deve intervenire e non lasciare sole le parti nella loro situazione attuale. Nessuna legge potrà mai con precisione, e in anticipo, definire quando il giudice deve agire perché ogni modello infatti è unico. Ma mi piace l’idea che un test informale possa essere “Non si può trattare la gente così“, e che le prove e la scienza sostenessero tale affermazione.

Ci sono due analogie nella legge che ci aiutano a capire questo punto di vista. La legge dei contratti che riconosce il concetto di iniquità. Quando due persone si incontrano per negoziare ed eventualmente firmare un contratto che commemora il loro accordo definitivo, la legge saprà far rispettare questo contratto, perché si trattava di un comune accordo-scambio. Il fatto che una delle parti ottiene il migliore affare non è un motivo sufficiente per decidere che il contratto non dovrebbe essere applicato. Ma cosa succede se l’accordo è gravemente iniquo, come è avvenuto nelle situazioni che Florence Roisman sostenevano per i suoi inquilini-clienti? L’ingiustizia generalmente non è  il rimedio giuridico. Tuttavia, se l’ingiustizia è un prodotto di sfruttamento, fino al punto in cui la vulnerabilità di una persona è stata così compromessa che le scelte fatte non possono essere considerate uno stato volontario, i giudici dichiarano il contratto nullo.

L’altra analogia riguarda la legge degli illeciti. I tribunali hanno da tempo riconosciuto l’illecito di induzione intenzionale di stress emotivo. In questi casi, il comportamento di una persona verso un’altra è così moralmente e socialmente scandalosa che “sconvolge la coscienza” e chiede il risarcimento del danno.

Casi di iniquità e di intenzionalità di induzione di distress emotivo hanno esattamente lo stesso problema della scala mobile dei casi di indebita-influenza. Tutti questi sono risolti con un test dello “scuotere la coscienza” che in pratica dice: “Non si può trattare una persona in quel modo“. Quello che voglio dire è che tutti e tre i casi riguardano il punto di interazione inaccettabile. È generalmente compito delle giurie decidere quando quel punto è stata raggiunto.

 

 

Il problema del paradosso

 

 

Si potrebbe sostenere che l’unico vero modo per proteggere la libertà di pensiero non è di interferire con essa. Le persone prendono decisioni; lasciamoli essere vincolati tra loro. Vi è una forte preferenza nella legge per la libera volontà, l’autonomia individuale, e il mantenimento della responsabilità delle  persone verso le loro scelte. E questa è una buona cosa; protegge il diritto di essere se stessi. Per questo motivo, vi è riluttanza ad ampliare la portata delle giustificazioni e delle scuse per ignorare le scelte, non importa quanto sfortunate tali scelte potrebbero risultare per la persona che le ha fatte.

Questa politica della giudiziaria del lavarsi le mani contrappone chiaramente l’influenza indebita alla libertà di scelta. Così abbiamo un paradosso: alle corti viene chiesto di proteggere la vostra libertà di scelta negando o alterando le scelte già effettuate. I giudici sono molto sensibili a non diventare un alter ego per contendenti scontenti. Essi assumono che non è compito di un giudice  sostituire la propria decisione a quella fatta dal singolo. Il paradosso è facilmente comprensibile nel contesto di procedimenti.

Supponiamo che uomo ottantenne si innamori di una donna di 27 anni. Dopo che lo fa, si scopre che nei pochi mesi in cui i due erano insieme, l’uomo ha cambiato la sua volontà testamentaria e ha lasciato la sua fortuna alla sua giovane fidanzata, senza donare nulla alla sua famiglia. Come dovrebbe decidere un tribunale quando la famiglia ne mette in discussione la volontà? Quando è coinvolto molto denaro, quando le credenze e le identità sono in discussione, il paradosso per tribunali diventa ancora più pronunciato. Si protegge la libertà mentale non facendo nulla, o distruggendo le scelte apparentemente fatte dall’influenzato in circostanze in cui l’influenza   inammissibile potrebbe essersi verificata?

Molti tribunali statali usano un test per rispondere a queste domande. Il test valuta se l’influenzato è stato ingannato da una “persona abile e macchinatrice“. Confesso di essere appassionato di quel test, non perché è chiaro, ma perché, nel suo linguaggio dickensiano, attira la nostra attenzione sugli ingredienti chiave dell’indebito condizionamento della vittima vulnerabile battuta da un manipolatore egoista e intelligente.

Ma qualunque sia il test, il paradosso rimane. Proteggere la libertà della mente accogliendo le scelte effettivamente effettuate, o distruggendo le decisioni sulla base del fatto che erano il prodotto di una frode sofisticata?

 

 

Il problema costituzionale

 

 

Anche se un giudice fosse propenso a intervenire per individuare l’indebito condizionamento, c’è il problema del Primo Emendamento, che protegge la libertà di espressione e la libertà di religione. Fortunatamente, nella maggior parte dei casi il problema non si pone, perché i comportamenti, non le credenze specifiche, sono in discussione.

Nel mese di aprile di quest’anno, il gruppo estremista islamico nigeriano Boko Haram ha rapito più di 200 ragazze adolescenti. Un video, che è stato pubblicato, mostra circa 150 delle ragazze vestite in abito tradizionale che recitano il Corano musulmano o ne cantano i versi. Il il leader del Boko Haram, Abubakar Shekau, sosteneva di aver liberato le ragazze e che molte di loro erano diventate musulmane dopo aver vissuto come infedeli.

 

 

Qualcuno sostiene che per salvare queste ragazze e annullare il danno mentale che hanno subito, tra cui l’indottrinamento involontario forzato che hanno sopportato, si violerebbe la libertà di religione? La politica di base in concessione del risarcimento dei danni per la legge sugli illeciti stabilisce che quando un danno è stato provocato a qualcuno (come un sequestro e un’aggressione), l’individuo ha diritto ad un rimedio che lo metterà nuovamente nella posizione in cui era prima che si è verificato quel danno. Così le ragazze rapite con forza e coercitivamente indottrinate dovrebbero avere il diritto di essere restituite alle loro famiglie e alle credenze che avevano prima di essere catturate. Tuttavia, questa conclusione solleva un intrigante “da che parte siete sulla” questione: Se è inammissibile utilizzare tattiche sofisticate eppure sottili di indottrinamento per indurre una persona a tenere certe credenze religiose, è lecito deprogrammare quella persona su quelle credenze (Fautre, 2014)?

Non c’è tempo qui per discutere e sviluppare le complessità della responsabilità civile o di diritto del Primo Emendamento, se non per dire che i tribunali sono diffidenti nei confronti dell’intrusione in ogni caso in cui la religione ne è un fattore. Tuttavia, due sviluppi attuali meritano di essere menzionati perché possono cambiare i contorni del nostro modo di pensare alla religione e alla indebita influenza.

Il primo è il problema in corso di ciò che costituisce una religione. Scientology si è qualificata come religione in alcuni tribunali, ma per quanto riguarda lo yoga (Fraser, 2014)? Questi casi sono ora in corso. E che dire del satanismo (Harvard, 2014)? E che dire dell’ateismo (“umanesimo laico”) che un tribunale ha appena dichiarato che si qualifica come una religione (American Humanist Association v. Stati Uniti, 2014)? Fino a che punto saranno disposti i giudici  a concedere lo status di religione ad un numero crescente di organizzazioni e sistemi di credenze (Fautre, 2014; Hamilton, 2014; Irons, 2007)?

Un secondo e di relativo sviluppo molto recente è la reazione contro un trattamento speciale per le organizzazioni religiose. Bill Moyers (2012), in un video saggio e riflessivo sottotitolato “Come onorare la libertà religiosa senza che diventi la libertà di imporre credenze morali su altri?“, ha sollevato la questione che ci dovrebbe essere un corollario al Primo Emendamento sulla libertà di religione. Questo corollario sarebbe la libertà dalla religione. Moyers riassume, “La nostra soluzione pratica è … proteggere la libertà di religione … e proteggere la libertà dalla religione“.

Questa idea induce parecchia attenzione (Mutch, 2014), soprattutto a seguito della decisione 5-a-4  della Corte Suprema degli Stati Uniti di Burwell in verso la Hobby Lobby Stores, Inc. (2014). Da un lato c’è quello che è stato definito “la destra religiosa“. Il Governatore repubblicano della Louisiana, Bobby Jindal (2014) che ha recentemente dichiarato che

Il mondo di oggi è sempre più ostile alle questioni di fede …. la cultura americana è in molti modi diventata una cultura secolare.

Il popolo americano, che lo sappiamo o no, è impantanato in una guerra silenziosa. (Discorso di inizio)

L’altro lato aderisce all’idea che la protezione della religione è andata troppo oltre e ora la religione gode delle libertà che vengono imposte sulle persone ad altre o con nessuna di tali credenze. Coloro che attualmente cercano protezione dalla religione traggono sostegno da un altro repubblicano convinto, che era anche un governatore (dell’Illinois), ma uno che è vissuto 150 anni fa. Robert Ingersoll (1878) che ha affermato che

[I Padri Fondatori] sapevano che mettere Dio nella Costituzione avrebbe significato mettere l’uomo fuori. Sapevano che il riconoscimento di una divinità sarebbe stato strumentalizzato da fanatici come pretesto per distruggere la libertà di pensiero. Sapevano la terribile storia della chiesa troppo bene per aver posto nella sua custodia, o nella tenuta del suo Dio, i sacri diritti dell’uomo. (Http://hermiene.net/essays-trans/individuality.html)

Alle preoccupazioni di Ingersoll possiamo aggiungere quelle di Voltaire, da uno scritto di un secolo prima di Ingersoll sulla religione e sul controllo della mente: “Coloro che possono farti credere assurdità, possono farti commettere atrocità“.

Come conseguenza della causa di Hobby Stores, Inc., i contorni del Primo Emendamento sulla libertà di religione sono in procinto di essere riscritti. Nel bilancio si trova il destino di molti casi di richieste di influenza indebita. E’ troppo presto per dire come la polvere si depositerà, ma è già chiaro che il governatore Jindal ha parzialmente ragione: vi è infatti una forma di guerra che coinvolge il  ruolo appropriato che si  dovrebbe giocare nei tribunali quando le questioni religiose sono sostenute davanti ai giudici.

 

 

L’Influenza Indebita nelle Corti

 

Influenza indebita

 

Nei primi casi di testamenti contestati, le corti seguivano un test per decidere se  era stata applicata indebita influenza al testatore. In sostanza, la prova analizzava ciò che una persona deve dimostrare quando sostiene che si è verificato un illecito. Il test è semplice, ma utile perché apre la strada per capire il motivo per cui gli esperti dovrebbero essere autorizzati a testimoniare in casi di indebita-influenza e che cosa devono dire.

 

 

Il test SODR

 

Siccome il concetto di influenza indebita non è ben definito, i tribunali hanno faticato a trovare un quadro concettuale adeguato in cui valutare le circostanze di ciascun caso. Il maggior successo è stato dato dalla prova SODR, che ha i seguenti quattro elementi:

La predisposizione alla indebita influenza
L’opportunità di esercitare influenza
La disposizione di esercitare influenza
Il risultato dell’influenza

Non vi sono indicazioni che i giudici che hanno utilizzato il test SODR lo abbiano applicato all’ammissibilità di testimonianze di esperti. Infatti, non vi è quasi nessuna informazione da questi tribunali su come i giudici lo abbiano applicato, se non del tutto, per arrivare alle loro decisioni. Ma il test ha ancora un aspetto che è di valore. Esso è un indicatore di alcuni dei problemi discussi in precedenza che coinvolgono la chiarezza e le scale mobili, che possono essere superati con un  struttura  scientifica da usare per la presentazione di una perizia e per la determinazione di dove il punto di interazione inaccettabile viene a verificarsi in un determinato caso.

 

Il Modello di Influenza Sociale  (SIM)

Ho convertito il test SODR in un Modello di influenza sociale  (SIM) per l’utilizzo da parte di esperti che testimoniano in tribunale. Il SIM è progettato per ospitare diversi obiettivi. In primo luogo, è uno strumento laico. Trasmette succintamente le pertinenti dimensioni di un processo di influenza, e lo fa in un modo comprensibile. In secondo luogo, è tecnico. Il SIM permette la presentazione della scienza rilevante che supporta la manipolazione mentale. Esso fornisce un modo per semplificare studi complessi e presentarli più facilmente. In terzo luogo, è giuridico. I giudici che ricercano o presiedono casi di indebita-influenza sono tenuti a utilizzare il test SODR. Visto che il SIM è simile al test SODR, più probabilmente potrà essere accettato come uno strumento idoneo per la presentazione di elementi pratici e scientifici. Infine, il SIM si presta all’apprendimento visivo. Gli avvocati possono fare un grafico del SIM per aiutare i giurati (e giudici) nel vedere come possono valutare e comprendere gli elementi di prova. Pertanto esso serve come strumento efficace convincente.

Ecco il SIM:
Influenzatore (Identità e statuto)
MOTIVI dell’influenzatore (Scopo)
METODI dell’infuenzatore (Tecniche)
CIRCOSTANZE (Tempi e Setting)
RECETTIVITA’/VULNERABILITA’ dell’influenzato (differenze individuali)
Conseguenze (Risultati)

Nello sviluppare il SIM, io sono stato originariamente ispirato da una parte del Just So Stories di Rudyard Kipling (1902). La poesia è “I miei sei servi”.  La parte citata di seguito (corsivo aggiunto) è insegnata ai giornalisti come guida per scrivere una storia completa e avvincente, che informerà e anche per tenere alta l’attenzione di un pubblico. Ecco qui:

Io posseggo sei onesti servitori

Mi hanno insegnato tutto quello che so;

I loro nomi sono COSA e PERCHE’ e QUANDO

E COME e DOVE e CHI.

Vorrei applicare la poesia di Kipling al SIM, nel seguente modo:
Influenzatore [CHI]
MOTIVI dell’influenzatore [PERCHE']
METODI dell’influenzatore [COSA/COME]
CIRCOSTANZA [DOVE/QUANDO]
RICETTIVITA’/VULNERABILITA’ dell’influenzato [CHI]
CONSEGUENZE [COSA]

Gli esperti nell’indebita influenza, specialmente quelli che sono stati formati con la letteratura del lavaggio del cervello e del controllo del pensiero, hanno familiarità con i  molti approcci diversi alla comprensione di questi processi  molto manipolativi, per esempio gli otto criteri di Lifton di riforma del pensiero (Lifton, 1989); il modello BITE di Hassan (Hassan, 2012); e le sei condizioni per il controllo del pensiero di Singer e Lalich  (Singer & Lalich, 1995). Questi approcci possono facilmente rientrare nel SIM per essere utilizzati nelle aule dei tribunali.

Non importa quale degli approcci viene utilizzato, lo scopo è quello di stabilire se il processo di influenza ha portato a quello che i medici Louis J. West e Paul R. Martin hanno definito “disturbo di pseudo-identità” (West & Martin, 1994), o quello che la legge potrebbe chiamare “involontaria servitù mentale”.

 

 

ESPANDERE IL SIM

 

Il tempo permette solo un breve esempio di come si possa utilizzare il SIM per presentare le prove scientifiche di esperti in tribunale. Questa sezione vuole essere illustrativa, non esaustiva.
INFLUENZATORE [CHI]

Rapporto con l’Influenzato

- Figura dell’Autorità

- Relazione confidenziale

- Consulente

- Membro della Famiglia
MOTIVI dell’influenzatore (Scopo) [PERCHE']

- Guadagno finanziario

- Comportamento di Acquiescenza

- Aderenza ideologica

- Gratificazione dell’Ego

- Potere Politico o Sociale
METODI dell’influenzatore [COSA/COME]

“Piede nella porta” [piccola richiesta iniziale, quindi una più grande, successiva]

“Porta-in-faccia” [Grande richiesta iniziale, successivamente piccola]

“Help Me Help You”

“Non vi aiuterài?”

«Non vuoi fare la cosa giusta?”

“Sono davvero dipendente da te?”

“Questa potrebbe essere l’unica Chance”

“Ognuno sta facendo quacosa” ["nessuno viene lasciato indietro"]

“Dio ti ha scelto”

“Love-Bombing”

“Grooming”/Progressione di seduzione

-l’Esca

- la Costruzione della Fiducia

- Truffa ‘addolcita’

- Frode
CONTESTI [DOVE / QUANDO]

Posizione

Controllo dell’ambiente fisico

Controllo delle Informazioni (ingresso e uscita)

L’accesso a consulenze indipendenti

Frequenza, durata e natura dei contatti
RICETTIVITA’/VULNERABILITA’ dell’influenzato [CHI] [5]

Tipologia di personalità (Differenze Individuali)

Profilo di induzione ipnotica (HIP)

Revisione del Profilo di Stanford di suscettibilità ipnotica, I e II Modulo

Scala di suggestionabilità Gudjonsson

 

 

CONSEGUENZE [COSA]

Finanziarie

Comportamentali

Ideologiche

Supporto scientifico emergente per il lavaggio del cervello e per l’influenza indebita

 

Gli eventi del passato decennio e quelli in corso oggi sollevano una prospettiva interessante che potrebbero rendere i giudici e gli altri  più sensibili alle richieste sul lavaggio del cervello e di indebito condizionamento in ambito psicologico, al contrario di quello finanziario. Ad esempio, il lavaggio del cervello di Kathleen Taylor: The Science of Thought Control (2004) invita i neuroscienziati a studiare le implicazioni fisiologiche del lavaggio del cervello e delle altre forme di estrema influenza sociale. Il lavaggio del cervello può essere descritto e compreso da dentro il cervello, esaminando i cambiamenti fisiologici che si verificano quando i metodi di estrema influenza sono impiegati per alterare i pensieri e le convinzioni di una persona? Taylor pone cinque domande psicologiche che lei crede meritino un indagine neuroscientifica:
Perché alcune persone sono più suscettibili all’influenza estrema, mentre altre resistono più facilmente?
Quali tecniche sono più efficaci e nei confronti di quali individui particolari?
Con il lavaggio del cervello come singolo modello, si può organizzare un controllo mentale di massa?
Quanta vicina è la scienza alla possibilità del controllo definitivo della mente?
Come può una persona resistere ai metodi di lavaggio del cervello?

Se questi studi chiariranno o offuscheranno la nostra comprensione dei processi di estrema influenza, resta da vedere. Ciò che è importante, tuttavia, è che il lavaggio del cervello è un concetto che sta attirando l’attenzione di un intero nuovo gruppo di ricercatori scientifici.

Un altro libro riunisce le ricerche sostanziali sugli aspetti più benigni della suggestione e della interazione. La scienza di influenza sociale (Pratkanis, 2007) e la comparsa dell’influenza  costituiscono un buon caso per il fatto che esistono sufficienti dati di ricerca psicologica a sostegno delle rivendicazioni circa la testimonianza di esperti in materia di influenza, in grado di soddisfare le norme giuridiche di ricevibilità, dalla conversazione alla coercizione.

Detto in altro modo, la psicologia e la sociologia hanno ora prodotto spiegazioni basate sui dati e teorie testate di come funziona l’influenza, o non funziona, a seconda delle variabili che rientrano nel SIM. I giorni in cui il lavaggio del cervello poteva essere definito mera retorica o un pezzo superato di propaganda politica, stanno volgendo al termine.

Forse è ancora più importante l’espansione dell’interesse per la teoria dell’influenza causata dai recenti eventi internazionali. Storie di culto suscitano ancora un certo interesse nei media, ma i titoli ora coinvolgono il terrorismo e il fondamentalismo. La vecchia domanda è tornata: Come può la gente comune trasformarsi in fanatici religiosi/politici che si impegnano in attentati suicidi e in violenti atti di terrorismo contro cittadini innocenti? La letteratura scientifica su questo importante argomento è in aumentato esponenziale.

Molti funzionari del governo sono ora più disposti ad ascoltare dagli esperti della riforma del pensiero, come i problemi nei loro paesi aumentano a causa del vasto e intenso indottrinamento con idee fondamentaliste. In breve, a differenza del passato, quando l’appartenenza ad un culto poteva essere avvenuta involontariamente, ma non esternamente pericolosa, nel mondo di oggi c’è molto da temere se non comprendiamo e contrastiamo il lavaggio del cervello.

Anche i titoli [giornalistici] possono essere di buon auspicio per far riemergere l’interesse per il lavaggio del cervello e la comprensione della scienza dietro di esso. Due esempi immediatamente mi vengono in mente. In primo luogo, dopo diversi decenni di molestie terribili su minori  da parte di  leader religiosi, e l’occultamento che ha offuscato la piena portata del problema, ora possiamo parlare del concetto noto come grooming (Weber, 2014). Il grooming non è relegato solo ad abusi sessuali su minori, né a quelli da parte di sacerdoti. Studiare il processo graduale attraverso il quale i giovani innocenti vengono convertiti in vittime, consente ai ricercatori di mettere in luce gli aspetti del processo del lavaggio del cervello più completo.

Un secondo punto, anche se relativo, ad esempio è il traffico di esseri umani, che è diventato un problema internazionale e vergognoso. Il professor Kim (2011) ha articolato molte connessioni rilevanti tra grooming, influenza indebita e coercizione situazionale. Il mio punto è che le persone che avrebbero avuto ragione di parlare gli uni con gli altri in precedenza, gli specialisti del lavaggio del cervello, i combattenti del terrorismo, i tutori dei bambini, improvvisamente scoprono di avere molto terreno in comune.

Poiché gli attacchi all’integrità psichica persistono e sono diventati più diffusi e pericolosi, purtroppo sembrano essere entrati in una nuova era di interesse  la riforma del pensiero e il condizionamento indebito. La necessità per il lavoro che facciamo come esperti che testimoniano in difesa dei diritti umani è più grande che mai.

Conclusione

Negli Stati Uniti il giudice della Corte Suprema Robert H. Jackson ha fatto una dichiarazione che è vera oggi come quando la scrisse più di 60 anni fa:

Ma non dobbiamo dimenticare che nel nostro paese vi sono evangelisti e fanatici di molte convinzioni politiche, economiche e religiose diverse la cui convinzione fanatica è che tutto il pensiero è divinamente classificato in due tipi: ciò che è proprio e ciò che è falso e pericoloso. (American Communications Association v. Douds, 1950)

Nel 1983, ho pubblicato un articolo intitolato “La libertà della mente come problema per i diritti umani internazionali“. Ho fatto notare che, mentre molte convenzioni internazionali proteggono la libertà del corpo dalla tortura, alcune preziose proteggono la libertà della mente dallo sfruttamento indebito o dalla manipolazione. Il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti protegge la libertà di espressione (“abbreviando la libertà di parola”). Ma tale protezione è priva di senso, anzi, si tratta di una bufala, se crudelmente una mente non è libera di esprimere i propri pensieri. Il diritto a pappagallare le credenze di un’altra persona o di parlare come un ventriloquo o come un manichino  non può offendere la libertà di espressione, ma  può offendere la libertà della mente, del pensiero e della coscienza.

Significativamente, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (1950) ha una disposizione (articolo 9) che protegge “la libertà di pensiero, di coscienza e di religione”, e un’altra disposizione (articolo 10), che protegge la libertà di espressione. Partsch (1981) ha sottolineato che, ai sensi della Convenzione europea, “il diritto alla libertà di opinione è un fatto privato ed è assoluto e senza permessi di violazioni, considerando che la libertà di espressione, come una questione pubblica di rilevanza sociale, ha alcuni limiti per la sua natura” (p. 217).

Quegli esperti, che cercando di proteggere l’autonomia mentale testimoniano in tribunale circa la scienza di influenza indebita, stanno adempiendo le promesse contenute nel Patto internazionale delle Nazioni Unite per i diritti civili e politici (ICCPR) (1966; 1976). In particolare, due disposizioni molto importanti sono pertinenti per l’ammissibilità di tale testimonianza:

Articolo 18

2. Nessuno può essere assoggettato a costrizioni che possano menomare la sua libertà di avere o di adottare una religione o un credo di sua scelta.

Articolo 19

1. Ogni individuo ha il diritto di avere opinioni senza interferenze. (P. 178)

Sono d’accordo con la meravigliosa osservazione di Lord Thomas Robert Dewar secondo cui  “le menti sono come paracaduti: funzionano solo quando sono aperte“.  Insieme con la memoria, l’identità di una persona è inestricabilmente intrecciata con la mente libera e con una libera coscienza. Entrambe sono necessarie per rispondere alla domanda esistenziale fondamentale che tutti dobbiamo chiederci: “Chi sono io?

 

 

 

Questo pensiero è stato espresso magnificamente da professore dell’Università di Oxford, Daniel N. Robinson (1980), in uno dei suoi scritti sulla neuropsicologia:

Con Socrate, assistiamo al primo esempio in tutta la storia di un pensiero registrato,  prolungato, paziente, e ragionato  come un metodo per arrivare alle verità “eterne”. Il più vecchio Oriente, gli Egizi, le civiltà di Minosse e Micene, tutti avevano sistemi altamente sviluppati di pensiero. Potevano vantare tecnologie avanzate e scienze agrarie. Ma nessuno aveva la filosofia. Il Faraone ha dato al popolo una legge, ma non ha mai esaminato il senso della giustizia. Siddhartha Gautama, il Buddha, ha esortato l’India a unirsi in una semplicità ascetica che avrebbe portato alla conoscenza della bella vita. Ma qual è il fine? Che cosa è buono? Cosa è vero? Nessun argomento viene offerto. E anche se gli insegnamenti potessero in qualche modo essere stabiliti come fatti, non  motivano i fatti. Con Socrate il pensiero è cambiato. L’opposizione ha una voce e gli argomenti forzano ad affrontare un antagonista. “Vi do un filosofia dopo l’altra,” afferma Socrate a Teeteto nel Fedone, “in modo che si può venire a conoscere la propria mente“. Ecco una dichiarazione dell’obiettivo: non è la vita felice, non è l’immortalità, non sono le ricchezze, non è  l’attenzione popolare, non è il successo pratico, ma significa conoscere la propria mente. (P. 4)

La chiave per una mente aperta è il dubbio, la libertà di essere d’accordo o in disaccordo con qualsiasi idea o convinzioni personali, anche la propria, come si vede nell’adattamento. Quasi 70 anni fa, Bergen Evans (1946) ha saggiamente osservato che “La libertà di parola e la libertà di azione sono senza senso, senza libertà di pensare. E non c’è libertà di pensare, senza dubbio” (p. 275).

Lo stesso Paul Martin ha dedicato a preservare e proteggere il diritto umano più fondamentale di tutti, il diritto di essere liberi di dubitare; il diritto di ogni persona di essere il proprietario della propria mente e identità. Per me, questo diritto precede il Primo Emendamento e diventa una condizione necessaria per la sua validità. E’ il diritto di essere se stessi.

Vorrei chiudere con un’altra citazione da cui traggo ispirazione:

Fede e libertà sono inestricabilmente legate: non è per preti o pastori o presidenti o re  costringere a credere, per fare in modo da rendere liberi di mente e di cuore, quale libertà data da Dio. Se il Signore stesso ha scelto di non forzare l’obbedienza cu quanto da lui creata, allora chi sono gli uomini a provarci? (Meacham, 2007, p. 5)

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Chi l’Autore

Alan W. Scheflin, JD, LLM, is Professor of Law, Emeritus at Santa Clara University School of Law in California and past president and current member of ICSA’s Board of Directors. Among his several dozen publications is Memory, Trauma Treatment, and the Law (coauthored with Daniel Brown and D. Corydon Hammond), for which he received the 1999 Guttmacher Award from the American Psychiatric Association, one of 18 awards he has received. Professor Scheflin is also the 1991 recipient of the Guttmacher Award for Trance on Trial (with Jerrold Shapiro). A member of the Editorial Advisory Board of ICSA’s International Journal of Cultic Studies, Professor Scheflin received the 2001 American Psychological Association, Division 30 (Hypnosis), Distinguished Contribution to Professional Hypnosis Award. This is the highest award that Division 30 can bestow. He was also awarded in 2001 The American Board of Psychological Hypnosis Professional Recognition Award. This Award was created to honor his achievements in promoting the legal and ethical use of hypnosis. Professor Scheflin has delivered more than a hundred invited addresses at professional conferences. In 2004 the ICSA awarded Professor Scheflin the Herbert L. Rosedale Award in recognition of leadership in the effort to preserve and protect

International Journal of Studi sulle sette ■ Vol. 6, 2015

[1] La versione originale di questo articolo è stato presentato come  Lecture Paul Martin durante la conferenza intitolata “Government, Human Rights, and the Cult Phenomenon in Washington”, DC il 3 luglio 2014. Vorrei ringraziare il dott. Rod Dubrow-Marshall e il dottor Michael Langone per la loro assistenza a questo documento

[2] McConnell (1974) scrisse in seguito che non ha mai inteso  suggerire che il comportamento delle persone deve essere cambiato, solo che potrebbe essere cambiato.

[3] Allora conosciuto come The Family Foundation Americana.

[4] È interessante notare che, quando l’avvocato F. Lee Bailey ha accettato di rappresentare l’ereditiera Patty Hearst dopo che era stata rapita e indottrinata da un’organizzazione militante che la coinvolse in una rapina in banca, egli non ha menzionato il lavaggio del cervello come sua difesa; anzi, ha detto che si sarebbe trattato di “pazzia indotta (Footlick, Howard, e Monroe, 1975).

[5] Brown, Scheflin, e Hammond (1998) identificano sei diversi tipi di compliance con suggerimenti:

(A) Fonte Credibilità

Perizia

Formazione ed esperienza

La familiarità [concorda con le vostre convinzioni precedenti]

Carisma

Autenticità / Sincerità

Status percepito [Awards; Appuntamenti]

(B) Post-Event Disinformazione Effect

(C) suggestionabilità

(D)  suggestionabilità ipnotica

(E) L’esposizione a influenze sistematiche e durature

(F) lavaggio del cervello / coercitiva Persuasion / Influenza estrema

Fonte: http://www.icsahome.com/articles/supporting-human-rights

 

—————————————–

 

Traduzione di Lorita Tinelli

Avvertenza: Questa traduzione non è stata realizzata da traduttori professionisti, pertanto ci scusiamo per eventuali errori.

Gli articoli apparsi su questo blog possono essere riprodotti liberamente, sia in formato elettronico che su carta, a condizione che non si cambi nulla e  che si specifichi la fonte

 

di Paul R. Martin, Ph.D.

Per più di sette anni Jennifer è stata una missionaria di successo, rispettata dalla organizzazione religiosa cui apparteneva.

Ritornando negli Stati Uniti ancora da fedele servitore della Parola di Dio, si è unita a quella che sembrava essere una buona Chiesa Evangelica. A poco a poco lei e il resto della chiesa sono stati profondamente coinvolti dal carisma del Pastore. Nel corso del tempo lei ha cominciato a credere e mettere in pratica le cose che in precedenza sarebbero state moralmente impensabili per lei. Nonostante affermasse di essere felice, dentro di sé era piena di ansia, sensi di colpa e paura.
Eppure, nessuna pressione persuasiva avrebbe potuto convincerla che il suo gruppo era nell’errore.

E’ letteralmente accaduto un miracolo perchè Jennifer visualizzasse gli errori dell’insegnamento distorto della sua chiesa riversate sulle relazioni e sulla crescita spirituale.

Anche se ora va molto meglio, ella è al suo secondo anno di terapia con un consulente cristiano. E probabilmente ci vorrà un po’ di tempo ancora per rielaborare, attraverso questa consulenza, quello che questa cosiddetta “chiesa” ha fatto a lei e ad altri membri di quella congregazione.

Randy, al secondo anno in una importante università del Midwest, un vero cristiano convertito, ha cercato qualcosa di più entusiasmante per raggiungere il Signore. Dopo aver trovato la “chiesa perfetta” Randy è stato piuttosto felice e soddisfatto per qualche tempo. Poi si è innamorato di una delle donne nella chiesa. C’era solo un problema: la sua chiesa proibiva la relazione. E’ stata scandagliata tutta la vita di Randy, i suoi incontri occasionali e cosa era accaduto con questa ragazza – tale frequentazione è stata considerata dagli Anziani [ministri della congregazione] come disobbedienza e fazione e per questo egli è stato scomunicato.

L’esperienza l’ha talmente stordito che la sua vita non è stata più la stessa. Randy rispettava gli Anziani  e così ha accettato come vere le accuse di fazione e di avere un cuore malvagio. Anche se ha cercato di fare ammenda con la congregazione non gli è mai sembrato di essere in grado di soddisfare gli Anziani.

Per una decina d’anni Randy è rimasto un emarginato e ha creduto di essere un emarginato da Dio. Ogni tentativo di lavorare o tornare a scuola è stato di breve durata. E’ stato perseguitato da sentimenti di rifiuto. In preda alla disperazione i suoi genitori hanno cercato molte forme di aiuto. Anche per alcuni dei migliori psichiatri del paese era difficile curare il danno prodotto da questa esperienza. Da uomo di mezza età, Randy ancora lotta con la confusione, la disperazione, l’incertezza occupazionale e le difficoltà relazionali.

Michael era figlio di un predicatore, cresciuto in una bella casa evangelica. Ha frequentato una scuola cristiana e il college. Era ben adattato, solare ed energico e aveva un profondo desiderio di conoscere Dio e servirlo pienamente. Si è unito ad un gruppo che mirava a evangelizzare secondo il messaggio di Cristo l’intero mondo nell’arco di una generazione. Michael è diventato un leader nell’ambito del gruppo, ma lentamente si è reso conto dell’ipocrisia personale nel leader nazionale, così come di un crescente spirito di élitarismo. I metodi erano diventati più importanti del messaggio.
In qualche modo Michael non poteva fare abbastanza per compiacere il capo. Mentre lavorava nel gruppo, spesso per diciotto ore al giorno per lo studio della Bibbia, per l’evangelizzazione, l’insegnamento e la consulenza, non riusciva a sedare il persistente pensiero di avere uno “spirito tiepido” o di non essere del tutto “preso dal Signore“. Alla fine ha lasciato il gruppo, ma ha continuato ad avere la mente impostata secondo le dinamiche del gruppo. Ci sono voluti anni per superare il suo senso di colpa derivato dal vivere uno stile di vita meno radicale e per non aver raggiunto l’obiettivo di evangelizzazione del mondo. Avrebbe potuto chiedere un aiuto professionale, ma non sapeva che ne aveva bisogno. Egli avrebbe rifiutato tale aiuto, anche se gli fosse stato offerto, perchè si rimproverava per la spirale emotiva e spirituale in cui era caduto. La sua rielaborazione dell’esperienza è avvenuta attraverso due mezzi:

  1. parlando con altri, che delusi in modo simile da questi gruppi, li avevano lasciati, e avevano continuato fuori il loro percorso di vita, e

  2. con la riscoperta del Vangelo e della grazia incondizionata di Dio.

 

Sorprendentemente Jennifer e Randy hanno sperimentato gli stessi sintomi della disillusione, depressione, confusione e disperazione, come molti dei giovani che una volta erano stati prigionieri in ben noti culti.

Ma come può essere? Queste due persone sono state coinvolte da gruppi che si professano cristiani. Purtroppo ci sono tanti casi come questi che i Pastori e i Consulenti (compreso il sottoscritto, psicologo abilitato), non possono ignorare.

Nel mio caso, sono stato lento nell’affrontare e riconoscere il problema, perché – come molti altri – ho accettato alcune ipotesi errate del fenomeno dei culti. Questi assunti effettivamente hanno creato un senso di rifiuto in me relativo a queste persone sofferenti. In questo articolo voglio soffermarmi su questi miti ampiamente accettati in materia di coinvolgimento in un culto.

Mito n. 1

Gli ex membri di culti non hanno problemi psicologici. I loro problemi sono prevalentemente di carattere spirituale.

Questo mito è simile a un errore comunemente commesso dai sostenitori del Vangelo che affermano che solo chi è fedele e obbediente a Dio otterrà “salute e benessere“. Pertanto, qualsiasi problema nella propria vita si presume che sia causa di disobbedienza, di fede insufficiente o di mancanza di fedeltà.

Molti ex membri continuano a credere a questo mito anche molto tempo dopo la loro fuoruscita dal gruppo. Sebbene spesso questo mito sia presente sia tra i cristiani che tra gli ex membri di sette, esso non ha alcun fondamento nella realtà. Come risultato da una vasta ricerca su circa 3.000 ex membri di sette realizzata dalla Dr.ssa Margaret Singer, casi significativi di depressione, solitudine, ansia, scarsa autostima, eccessiva dipendenza, confusione, incapacità di concentrarsi, lamentele somatiche e, a volte, psicosi, sono molto frequenti. [1].

Oltre alla ricerca autorevole della Singer, ci sono numerosi articoli e libri che descrivono il disagio psicologico degli ex. (Molti dei risultati di questa tesi saranno riportati nel corpo di questo articolo.

La mia esperienza ha prodotto i medesimi risultati della Dr.ssa Singer.

Lori (una ragazza che ho trattato dopo che lei aveva lasciato un bislacco gruppo religioso) presenta un tipico esempio di eccessiva dipendenza e di insicurezza di un ex cultista. Lei mi faceva domande del tipo: “Va bene mangiare cereali freddi per la prima colazione?“, “Posso ascoltare la radio?” Era come se Lori fosse una bambina che necessitava di approvazione e di orientamento per ogni sua scelta. La sua risposta alla ricezione di autorizzazione di mangiare cereali freddi e ascoltare la radio sembrava gioiosa quasi più della meraviglia e dell’emozione che i bambini provano la mattina di Natale.

Debbie, un altro ex cliente, è un tipico esempio di qualcuno che soffre di depressione. Lasciare il suo gruppo e l’atletica è stato per lui come far morire la sua anima. Le due cose più preziose della sua vita erano ormai perse: il gruppo e la sua passione per l’atletica. La perdita era chiaramente evidente in lui dalla inespressività del suo volto. La sua vita a quel punto era solo una questione di passare attraverso i movimenti della vita. A poco a poco Debbie ha cominciato a percepire che l’atletica non era “peccaminosa“, dopo tutto. Più vedeva la possibilità di vita al di fuori del culto che aveva frequentato, più si sentiva rigenerato e la cosa cominciava a trasparire dal suo viso. Tuttavia, non è stato facile aiutare Debbie. Era come un animale ferito, aveva paura che qualcuno venisse a rinchiuderlo. Ci sono voluti un sacco di cure compassionevoli prima che fosse in grado di fidarsi ancora.

I professionisti della salute mentale sostengono la prima parte del mito n. 1.

Pur non approvando l’appartenenza al culto, il Dr. Saul Levine, capo del dipartimento di psichiatria alla Sunnybrook Medical Center di Toronto, afferma che l’esperienza [nei culti- ndt] può essere “terapeutica” e che “una notevole maggioranza di individui non è stata danneggiata [nei culti- ndt]“. [2]

Anche se non metto del tutto in dubbio i risultati di Levine, mi preoccupa che egli scrisse il suo documento dopo (e nonostante) gli orrori di Jonestown. Egli non fa alcun riferimento alle innumerevoli storie di dolore riferite da migliaia di ex membri.

Gran parte della differenza tra i risultati di Levine e quelli dei ricercatori che riconoscono i problemi degli fuorusciti dalle sette, potrebbe essere dovuta alle popolazioni campionate. Levine ha studiato persone che erano state in genere in gruppi settari per brevi periodi e che si offrivano volontariamente per essere intervistate. Contrariamente i membri di sette “utopistiche” o separatiste non si prestano volontariamente a parlare con uno psichiatra, a meno che non stanno avendo seri dubbi sul gruppo. La paura delle reazioni degli altri membri e il senso di colpa – così come la sfiducia verso la professione dello psichiatrica – sono forse un ostacolo troppo grande. Inoltre, Levine ha ammesso che anche il suo campione di cultisti sperimentavano un “grave sconvolgimento emotivo nei primi mesi” dopo il ritorno a casa. [3]

I ricercatori che hanno evidenziato dei problemi di solito si sono occupati delle persone che sono fuoruscite dai gruppi da sole, o alle quali è stato
consigliato di uscire, o che sono state cancellate dai programmi del gruppo e che loro hanno aiutato.

In questi casi i problemi erano reali e le ferite molto evidenti. I ricercatori, tuttavia, non hanno risolto la questione della percentuale di persone che in
questi gruppi subiscono danni psicologici. Né hanno dimostrato che tipo di personalità possa essere negativamente influenzata dal coinvolgimento cultuale.

Levine sostiene inoltre che il “danno” subito dal coinvolgimento al culto può essere dovuto al processo traumatico della deprogrammazione.

Tuttavia, nella mia ricerca con gli ex membri non ho trovato nessuna statistica differenza tra coloro che sono stati involontariamente liberati dai culti e quelli che hanno lasciato il gruppo in maniera del tutto volontaria. Infatti, il punteggio medio nelle scale cliniche per il gruppo volontario era in realtà superiore a quello dell’altro gruppo.
Per quanto riguarda i problemi spirituali incontrati dai cultisti, è vero che questi sono spesso presenti in aggiunta al disagio emotivo. Questi problemi spirituali, tuttavia, in genere hanno origine con gli insegnamenti biblici del gruppo, piuttosto che nel proprio rapporto del singolo con Dio. La mia esperienza ha evidenziato che quasi tutti gli ex membri di sette religiose o sette estremiste (compresi quelli che sostengono di essere evangelici) sono confusi su argomenti come la grazia di Dio, la natura di Dio, la sottomissione all’autorità e l’abnegazione. È degno di nota che i gruppi con posizioni diverse di tipo dottrinale uniformemente tendono a modificare la grazia di Dio e il carattere.

Mito n. 2

Gli ex membri di un culto hanno disturbi psicologici. Ma queste persone provengono da culti non cristiani.

Il Mito n. 2 assume uno dei due concetti come vero. In primo luogo si può presumere che non sono veri cristiani coloro che hanno problemi psicologici. Tuttavia, molti teologi cristiani ben noti e psicologi sono in accordo quando affermano che i veri cristiani soffrono psicologicamente.

Il Dr. Francis Schaeffer A, per esempio, ha scritto: “Cerchiamo di essere chiari su questo. Tutti gli uomini, dopo la fuoruscita, hanno avuto alcuni problemi psicologici”.

Il Mito n. 2 è un assoluto un nonsense, un romanticismo che non ha nulla a che fare con il cristianesimo biblico, questo per dire che non è chi ha problemi psicologici a non è mai stato un vero cristiano. Tutti gli uomini possono avere  problemi psicologici. Essi differiscono in misura, e differiscono per tipo, ma dopo una ‘caduta’ tutti gli uomini hanno più o meno un problema psicologico. E ha a che fare con questa esperienza anche chi segue il Vangelo ed è in sintonia con la fede nel Calvario di Cristo sulla Croce. Chi può conoscere perfettamente l’uomo ora? Ciò è vero sia nei momenti migliori che quando le tempeste irrompono su di noi, dato che le brutte vicende capitano a tutti, anche ai cristiani.[4]
In secondo luogo, il Mito n. 2 fa presumere che esistono solo i culti non cristiani. E tuttavia la mia esperienza personale (che è stata confermata dalla considerevole ricerca di altri) è che alcuni gruppi cristiani sono settari nella pratica. Stando così le cose, i gruppi cristiani abusanti possono, e spesso lo fanno, esacerbare preesistenti disturbi psicologici della personalità dell’individuo, nella famiglia, nell’occupazione, ecc, e possono anche produrre tali disturbi in soggetti cui non erano già presenti prima dell’esperienza gruppale. [5]

Una serie di studi recenti hanno dimostrato che problemi psicologici sono sperimentati dai membri, in entrambi i gruppi, sia quelli basati sulla Bibbia (anche quelli dottrinalmente ortodossi) sia nei gruppi che non si fondano sulla loro dottrina sulla Bibbia. Infatti, i problemi psicologici sono simili. Flavil R. Yeakley, Jr., riferisce che un certo tipo di gruppo induce una distorsione della personalità e induce al senso di colpa, bassa autostima, frustrazione, depressione, problemi emotivi gravi, un’eccessiva dipendenza e comportamenti irrazionali, problematiche tipicamente presenti anche in un certo numero di organizzazioni religiose ben note. [6]
Tra i gruppi da lui studiati, i seguenti hanno evidenziato segni obiettivamente misurabili di distorsione della personalità: la Chiesa di Cristo di Boston (ora nota come la Chiesa Internazionale di Cristo), la Chiesa di Scientology, gli Hare Krishna, Maranatha Campus Ministries (ora disciolto come movimento), i Bambini di Dio (ora denominato come La Famiglia), la Chiesa dell’Unificazione, e The Way International.
Maranatha e la Chiesa di Cristo di Boston sono chiaramente movimenti basati sul ministero della Bibbia. Maranatha era una setta carismatica fondamentalista ( sosteneva il “dominio” o “Teologia del Regno”) che è stata spesso criticata per i suoi eccessi autoritari, tra le altre cose. Allo stesso modo, la Chiesa di Boston di Cristo e della sue molte Chiese sorelle in tutti gli Stati Uniti e all’estero, sono state aspramente criticate per l’autoritarismo e per le tecniche di persuasione coercitiva utilizzate all’interno. Entrambi questi gruppi conterrebbero membri “di seconda generazione”.

Quello che è allarmante di questi risultati è che i gruppi che sono per lo meno marginalmente cristiani producono danni psicologici molto simili a quelli prodotti da gruppi non basati sulla Bibbia. Tutti questi gruppi plasmano la personalità dei loro membri in una personalità complessa che include il grado di giudizio (cioè, una valutazione del mondo in termini di giudizi di valore) e l’estroversione. Ma non tutte le persone sono per natura estroversi o giudicanti.
Alcune persone sono per natura introversi e capaci di vari spettri percettivi (ad esempio, vi sono quelli che si riferiscono al mondo in modo più descrittivo, senza aver bisogno di trarre conclusioni sulla base della loro osservazioni). Modifcando il tipo di personalità, il danno viene occultato sotto forma di nevrosi e di altre difficoltà emotive.

Yeakley ha testato anche membri delle chiese storiche di denominazione Cristiana, così come i membri della Chiesa Cattolica, quella Battista, Luterana, Metodista e Presbiteriana. In questi gruppi, non ha trovato alcuna prova di distorsione indotta dal gruppo sulla personalità e che porterebbe a stress psicologico.
Purtroppo, l’ortodossia di per sé, non offre alcuna garanzia che non si verifichino danni.

La mia ricerca (su diverse centinaia di ex membri di sette e circa 50 su base intensiva totale di circa 2.000 ore) indica che la gravità dei problemi sofferti da coloro che sono nelle sette estremiste evangeliche può essere uguale o maggiore di quella sperimentata dai membri dei più noti culti. [7]

Mito n. 3

Entrambi i gruppi cristiani e non cristiani sono in grado di produrre problemi, ma tutte le persone coinvolte devono aver avuto qualche precedente problema psicologico che è emerso indipendentemente dall’esperienza nel gruppo cui ha aderito.

Ho incontrato questo mito regolarmente sia tra gli psicologi cristiani che tra quelli laici. Ho il sospetto che gli faranno presto raggiungere uno stato di immortalità. Sembra che nessuna quantità di prove contraddittorie possa convincere che alcune persone “normali” possano essere coinvolte in questi gruppi. A volte, mi capita di ricordare ai miei colleghi che la Germania nazista aiuta a sfatare questo mito dal loro modo di pensare. Chiedo, “Se tutti quei tedeschi che soffrono di patologia individuale sono stati resi vulnerabili dalla religione nazista“. Oppure chiedo loro: “Come accade con l’Iran e la Ayatollah? I malati sono tutti i suoi seguaci fanatici o erano persone abbastanza normali,  diventati fanatici e malati a causa di averlo seguito?

Ci sono più di alcune vicende della storia che sottolineano la falsità del mito n. 3.

La mia ricerca clinica, insieme a una serie di altri studi, dimostra che non tutti i membri di una setta avevano prima problemi psicologici. Infatti, la percentuale di persone con problemi precedenti (circa 1/3) rispetto a quelli senza è solo leggermente superiore alla popolazione generale (circa 1/4).

Levine, Cantante, Maron, Clark, e Goldberg & Goldberg hanno dimostrato, in studi separati, che la famiglia o comunque i fattori psicologici preesistenti non necessariamente sono fattori che possono preventivare chi finirà in un culto. [8], naturalmente, le loro scoperte riguardanti chi aderisce ai culti sarebbero in linea con le dinamiche della vita sociale di movimenti di grandi dimensioni come quelli nazisti, dei musulmani fanatici, o dello stesso comunismo.

In poche parole, la psicopatologia non riesce adeguatamente a spiegare i fenomeni dei grandi movimenti di massa fanatici. Tuttavia ci sono alcune variabili che ci aiutano a prevedere chi entrerà a far parte di una setta o di gruppo cultuale.

Cantante, Maron e una serie di altri ricercatori hanno evidenziato questi fattori, alcuni dei quali sono:

1) un evento stressante nel corso dell’ultimo anno,

2)una fase di transizione nella vita (tra la famiglia e l’indipendenza, tra la scuola e la carriera, o a livello affettivo-relazionale),

3)il desiderio di far parte di una comunità e di ricevere un accudimento amicale

4) il desiderio di servire una grande causa e di essere parte di un movimento che cambierà la società.

Ora, per coloro che hanno pre-esistenti problemi, la vita cultuale può essere estremamente pericolosa. Almeno su questo la maggior parte dei ricercatori sembra aver trovato un punto di accordo sostanziale. In questi casi il convolgimento con il culto può produrre la dissociazione, l’incapacità di pensare o concentrarsi, psicosi, allucinazioni o suggestionabilità estrema. [9] Tuttavia, la struttura intensa della vita cultuale porta spesso alla instabilità emotiva tanto da far visualizzare i culti come fossero paradisi. Il regime severo e lo stile di vita fornito dal culto possono dare loro la struttura esterna e i controlli che essi non hanno in se stessi. Quando queste persone lasciano il loro culto vi è una buona probabilità che alla fine ritornano in quella struttura. [10]

La prognosi per queste persone non è incoraggiante.

Mito n. 4

Mentre i non credenti normali possono essere coinvolti dai culti, i credenti di convertiti successivamente non lo faranno. E anche se l’hanno fatto, il loro coinvolgimento non sarà di tipo negativo.

Il Mito n. 4 è forse il più pericoloso di tutti, perché rende difficoltosa l’attività di aiuto. E’ anche un vecchio mito, ed è stato contestato fin dai tempi dell’Antico Testamento. Ezechiele ha avvertito che le pecore di Dio avrebbero potuto essere sfruttate dai pastori malvagi (Ezechiele 34:1-7). A questo proposito, S. Agostino ha detto: “I difetti delle pecore sono molto diffusi. Ci sono pochissime pecore sane e sono pochi coloro che sono solidamente nutriti con il cibo della verità, e pochi che godono i buoni pascoli di Dio. Ma i pastori malvagi non risparmiano tali pecore. Non è sufficiente che trascurino quelle che sono malate e deboli, quelle che vanno fuori strada e si perdono. Hanno anche provato, per quanto è in loro potere, di uccidere il forte e sano“[11]

Quindi è ovvio che le pecore di Dio possono essere danneggiate da cattivi pastori, e esempi più evidenti di “Pastori malvagi” ci vengono dati dai leader di culti distruttivi e aberranti dal punto di vista religioso.

Il Mito n. 4 è particolarmente pericoloso per la comunità cristiana, perché ignora il fatto, sottolineato da diversi osservatori di culti cristiani, che una parte consistente di coloro che sono coinvolti in sette o gruppi estremisti proviene da un certo tipo di chiesa evangelica di base. [12]

Con i cultisti ho personalmente lavorato, circa il 25% di loro proveniva da chiese evangeliche o fondamentaliste e oltre il 40% avevano un passato in grandi denominazioni protestanti più liberali.

Mito n. 5

I cristiani possono e devono essere coinvolti in questi gruppi aberranti e possono farsi male emotivamente. Ma tutto ciò di cui hanno realmente bisogno è di un buon insegnamento della Bibbia, di una calorosa amicizia cristiana e della cura che andrà bene per loro.


C’è sicuramente un sacco di verità in questa affermazione. Purtroppo, le mezze verità sono spesso la peggior forma di errore.

Il Mito n. 5 è falso per i seguenti motivi: in primo luogo molte persone che hanno lasciato i culti non vogliono più seguire l’insegnamento della Bibbia e l’insegnamento o il concetto di fratellanza cristiana. [13] Essi sono “prima scottati e successivamente intimiditi.”

In secondo luogo, un  sondaggio del 1986 su circa 300 ex membri di sette, effettuato da Conway e Siegelman, ha evidenziato che le attività essenziali per la riabilitazione sono le seguenti:

1) l’amore e il sostegno dei genitori e familiari – 64%
2) la comprensione e il sostegno di ex membri – 59%
3) la consulenza di un professionista della salute mentale – 14%
4) un’azione giuridica per recuperare i soldi persi, beni, ecc – 9%
5) il ritorno a scuola o all’università – 25%
6) trovare un lavoro e che istituisce una nuova carriera – 36%
7) aiutare gli altri a fuoruscire o recuperare serenità dai culti – 39%
8) stabilire nuovi amicizie con estranei ai culti – 50%
9) stare più lontano possibile dai culti – 29% [14]

Anche se molti membri dei gruppi estremisti cristiani tornano a chiese evangeliche, spesso continuano a soffrire. Questi membri tenderanno a cercare una chiesa che è molto simile a quella che hanno lasciato. Tali persone hanno lasciato il primo gruppo perché erano stati delusi da esso e / o incapaci di soddisfare le sue esigenze, ma credono ancora a molti dei suoi principi. [15]
Per questo la vita delle persone può diventare un incubo – sono caduti, hanno lasciato “la pupilla degli occhi di Dio“, perché sono stati, nei loro propri termini, “troppo carnali” o “troppo mondani” per tenere il passo nel gruppo. Il rigore della vita cultuale aveva prodotto in loro tutti i sintomi del burnout: uno stato di avanzato esaurimento spirituale, mentale, emotivo e fisico. Eppure, nelle loro menti il ​​mondo è spiegato così totalmente in termini teologici che non possono neppure concepire un qualsiasi termine, come burnout. Invece hanno erroneamente concluso che non erano spirituali abbastanza, che non sono riusciti e che Dio in qualche modo li ha respinti.
Purtroppo non mi capita spesso di vedere queste persone, di solito alcuni amici mi parlano di loro. Questi ex membri provano troppa vergogna nel tornare al gruppo cultuale, temendo solo di fallire di nuovo. Essi continuano a credere alla visione del mondo del culto e si impegnano in una chiesa locale, nella speranza di sostituire ciò che hanno perso nel lasciare il gruppo. Queste persone hanno bisogno di aiuto e, sospetto, ci siano diverse centinaia di migliaia di loro.
Altri ancora che hanno lasciato un culto spesso presentano difficoltà a legarsi ad un altro gruppo. Vogliono essere coinvolti in nuovi gruppi, amici e in una nuova organizzazione religiosa. Eppure spesso si lamentano, “ho paura di essere manipolato, che mi venga detto che cosa fare tutto il tempo “, oppure” Non so se mi posso fidare di nuovo del leader della chiesa“, o “Ho paura che se mi fido sarò rifiutato di nuovo.”

Forse la maggior parte di questi ex-membri di gruppi estremisti vorrebbe andare avanti con la propria vita cristiana, ma non è in grado di leggere parti della Bibbia senza associare ad esse emozioni negative.

Versi come “Colui che mi segue deve prima di tutto rinnegare se stesso …” ora producono forti reazioni negli ex-membri.

Esortazioni scritturali di “dimenticare … cosa c’è dietro“, o “abbandonarsi all’insegnamento” producono confusione e risentimento.

Gli ex membri di gruppi si chiedono: “Dove è il confine? Dove si trova l’equilibrio in tutti questi comandi?” A volte, quando un ex membro sente qualcuno dire:”Il Signore sarebbe così e così … “, lui o lei può rispondere con forti sentimenti di disgusto, incredulità, rabbia, e a volte anche paura.

Troppi ricordi negativi o flashback di eventi del gruppo e dei conflitti sono innescati da queste frasi. Per queste persone la comunione evangelica non è una panacea o la perfetta guarigione. Chiaramente, è necessario qualcosa di più.

Un altro problema del mito n. 5 è quello secondo cui alcuni pastori e consulenti cristiani sono in gran parte inconsapevoli del fatto che gli ex membri di sette o chiese di frangia sono stati condizionati per interrompere o annullare alcuni pensieri biblici che contraddicono i dogmi del loro gruppo particolare. Per coloro che si impegnano nel processo dell’arresto del pensiero, uno studio biblico può probabilmente essere ignorato o respinto da alcuni cliché che hanno imparato mentre erano nel loro gruppo. Queste persone avrebbero bisogno di una forma professionalmente controllata e non coercitiva di “deprogrammazione” o “assistenza all’uscita” prima di studiare la Bibbia, che di per se sarebbe utile.
Allo stesso modo, i versi che hanno a che fare con fazione e calunnia – così come la paura condizionata anche di intrattenere tali pensieri – possono avere un effetto di blocco del pensiero. Ciò impedisce la liberazione dal dolore, perchè secondo gli insegnamenti del suo gruppo solo la Bibbia l’avrebbe liberato dai sensi di colpa. E ‘chiaro che i consulenti cristiani spesso non comprendono o fraintendono gli insegnamenti errati che servono come meccanismi di controllo sottili. In certi gruppi cristiani marginali, meccanismi di controllo sono spesso contenuti nel loro insegnamento sulla fazione, calunnia, sottomissione, o confessione. [16]
E’ necessario, quindi, conoscere tutto questo per il supporto a queste persone e per essere sistematicamente in grado di confutare l’insegnamento di un particolare gruppo, su argomenti quali per esempio, la fazione, la calunnia, la sottomissione o la confessione. In questo modo l’ex-membro ha l’opportunità di aprire la sua mente e intrattenere pensieri che possono essere stati fino ad allora considerati come “calunnia“, e che ora possono essere visti come “sana dottrina” o anche “rimprovero“.

Non posso sottolineare abbastanza l’importanza di far riappropriare questi ex-membri della libertà di pensare, e di pensare in modo critico.

Mito n. 6

Forse il modo migliore per aiutare questi ex-membri è quello che vadano da un terapista professionale come uno psicologo, uno psichiatra o un consulente della salute mentale.

Come il Mito n 5, il Mito n. 6 è vero soltanto a metà e quindi anche particolarmente pericoloso. Essere un professionista terapeuta non conferisce automaticamente avere le competenze per quanto riguarda i fenomeni di culto. Alcuni terapeuti possono essere inclini a sottoscrivere il Mito n. 3. I terapeuti che operano secondo il Mito n. 3 possono inavvertitamente “Incolpare la vittima“, oppure possono commettere ciò che gli psicologi sociali chiamano “errore di attribuzione” [17] (vale a dire, il problema si trova all’interno della persona e non all’interno del gruppo). Tale terapia può produrre anche risultati peggiori sull’ex-membro.

Non vi è sufficiente letteratura e ricerca che mostra gli effetti deleteri dell’esperienza nel culto o in un gruppo estremista tanto da offrire informazioni utili a coloro che sono alla ricerca di una consulenza, per cui bisogna essere cauti nella scelta di un terapeuta che sottoscrive la vista “benigna” rispetto al coinvolgimento nel culto. [18]
Una piccola percentuale di terapeuti professionali, invece, considerano sia il coinvolgimento cultuale sia l’interesse religioso di per sé come esperienze non sane, e cercherà di aiutare l’ex membro di sette a guardare alla vita in maniera più “Realistica“. Altri sono esplicitamente ostili verso il cristianesimo. Ad esempio, N. Brandon dichiara che la Fede cristiana del peccato e sacrificio di per sé è “come una mostruosa ingiustizia, come una perversione della moralità che la mente umana possa concepire “. [19] Egli incoraggia i consulenti ad aiutare gratuitamente i loro clienti a liberarsi  da  tali dottrine distruttive. [20] A. Ellis vede il concetto di peccato come la causa diretta e indiretta di quasi tutti i disturbi nevrotici. [21]

C’è poco da commentare nel sottolineare l’effetto potenzialmente disastroso dell’invio di un ex-cultista ad un terapeuta che ha tali opinioni. Tale consulenza da parte di questo tipo di terapeuti potrebbe creare un doppio senso di perdita: 1) dal gruppo cultuale, e 2) dalle credenze religiose di per sé. La risultante confusione e disillusione spirituale potrebbe durare per anni (per non parlare delle conseguenze di tale consulenza per l’anima dell’ex-cultista). [22]

Sette passi verso la ripresa

Data la presenza di diverse idee sbagliate, cosa è necessario fare per aiutare gli ex membri di questi gruppi estremisti?

Fase uno: La cosa più importante è trovare un aiuto da chi non condivida questi sei miti e che sa come fare per contrastarli in modo corretto.

Fase due: Capire che la partecipazione cultuale è un’esperienza intensamente personale. Di conseguenza la terapia deve essere intensa e personale. Il terapeuta, counselor, o pastore che sia, deve essere in grado di relazionarsi con i bisogni emotivi dell’utente ex membro di un culto e deve essere in grado di accettare, di considerare il suo senso di appartenenza, amicizia e amore. [23] Harold Busse’ll nota di non aver mai visto un evangelico che è entrato in un gruppo cultuale per motivi dottrinali. Tra le cose che descrive come fattori che rendono un gruppo interessante vi è l’accento della setta su principi quali “la condivisione di gruppo … l’esser parte di una comunità e il ricevere una cura …. “[24]

A questo proposito alcune note di cautela dovrebbe essere evidenziate quando si lavora con un ex membro.

Per cominciare, il metodo di confutazione degli insegnamenti del gruppo è solo uno dei numerosi elementi cruciali del recupero dell’ex membro. Oltre a disporre di una struttura  teologica e intellettuale, l’etica del gruppo (ad esempio, l’uso del denaro, i metodi di riforma del pensiero, e la pratica dell’inganno) deve essere accuratamente esaminata (2 Cor 4:2;. Ef. 5:11; Sal. 24:3-4)

Inoltre, l’etica e la teologia devono essere considerate nel contesto dei bisogni psicologici della persona (vale a dire, di cosa trattava l’insegnamento del gruppo perchè ha attirato lui o lei in esso?). Durante il recupero dalla vita cultuale, il problema che richiede più tempo da risolvere è in genere la ricerca dell’amore, dell’amicizia, e della cura, sperimentate mentre si era nel gruppo.
E ‘estremamente importante che venga stabilito un rapporto di fiducia. Il figurante deve lavorare sodo per raggiungere questo obiettivo. Uno studio ha mostrato che solo la metà dei membri del culto che hanno cercato aiuto erano in grado di impegnarsi in un rapporto di successo con un consulente. [25]
Anche se il pastore consigliere e la chiesa devono fornire calore e cura all’ex, non devono cercare di diventare un sostituto o una imitazione della intensa esperienza vissuta nel gruppo cultuale.
L’enorme investimento nello studio e il calore che l’ex-membro anelava sono spesso  “molto artificiali“. “Sì, sentivo molto grande la mia esperienza di gruppo, ma era radicata nella verità? È stata sempre prodotta dallo Spirito Santo, o potrebbe essere una euforia indotta a causa di un farmaco?” È vero, il tossicodipendente pensa che non esista una migliore sensazione del mondo. Ma guardate il risultato – una dipendenza più miserabile che porta a vivere da relitti, e spesso rovina la salute e le carriere.
Mentre il membro del gruppo era nella fase “alta”, egli poteva essere – allo stesso tempo – inconsapevolmente represso o dissociato dal dolore emotivo, dai dubbi e dai segni rivelatori che la sua salute era trascurata.
Tali “alti” (che non sono unici per gruppi dichiaratamente cristiani) sono psicologicamente e spiritualmente malsani. [26] L’esperienza per la maggior parte produce nei culti un forte senso di dipendenza dal gruppo e dai suoi leader. Di conseguenza, il consulente deve essere molto attento a non favorire la dipendenza verso di lui. I conflitti di dipendenza sono in genere una grande preoccupazione per l’ex-membro. Una corretta riabilitazione cercherà di evitare la dipendenza malsana fornendo un supporto sano di gruppo.

Fase tre: La maggior parte delle persone che entrano nelle sette hanno un desiderio potente e altamente encomiabile di servire Dio e il prossimo. Purtroppo, la mia esperienza mi ha portato a credere che i culti spesso ottengono la parte “migliore” della nostra gioventù. Il processo di recupero deve consentire a queste persone di vedere la possibilità di una vita di dedizione a Dio senza confini di culto. Le Chiese hanno bisogno di mostrare a queste persone che ci sono attività impegnative, emozionanti, e che soddisfano la possibilità di servire Dio in un modo non settario. Al momento opportuno nel processo del suo recupero i programmi estivi di missione offerti da diversi gruppi ecclesiali possono essere “solo una offerta” per l’ex membro.
Alcuni ex membri di sette, però, sono abbastanza “timidi” e possono reagire negativamente a qualsiasi programma nella chiesa che ricorda loro il far parte dei gruppi. Spesso queste persone fanno coraggiosi tentativi per rientrare in una chiesa, ma l’abbandonano perché i ricordi dolorosi sono troppo forti. Qui le chiese hanno potuto stabilire gruppi di sostegno al di fuori del chiesa stessa per ex membri di sette e hanno attivato per loro un ministero. In tale ministero può essere consigliabile che la partecipazione e il coinvolgimento nelle attività della chiesa non siano inizialmente raccomandate o incoraggiate. Queste persone hanno bisogno di rassicurazioni da parte del parroco e della comunità e hanno bisogno di non sentirsi in colpa se non frequentano il santuario.

Fase quattro: L’ex-membro di culto ha quasi sempre subìto una rottura nei rapporti familiari. Una consulenza familiare è essenziale per la realizzazione di un reinserimento sano. Le preoccupazioni tipiche degli altri membri della famiglia sono: la tensione tra il desiderio dell’ex membro per l’indipendenza (soprattutto se l’ex membro è tra i 18 ei 25 anni) e il desiderio dei genitori di proteggerlo; ottenere informazioni sul gruppo; come stabilire la comunicazione con l’ex-membro; la paura che il proprio familiare è grave e / o danneggiato in modo permanente dal suo coinvolgimento col culto; senso di colpa che in qualche modo i genitori sono responsabili per il fatto che il loro figlio sta entrando in una organizzazione estremista [27]
La natura della cura della famiglia suggerisce  al parroco e / o consulente l’importanza di fornire sia informazioni sia sostegno, e di prestare assistenza nella ricerca di altre famiglie con membri in gruppi settari.

Fase cinque: Nel tentativo di capire che cosa è successo all’ex-cultista è molto utile acquisire il modello della vittima della ex setta. Secondo questo modello la vittimizzazione e il conseguente disagio sono dovuti alla frantumazione di tre assunti di base che la vittima ha del mondo e di se stesso: “la fede in una personale invulnerabilità, la percezione del mondo come significativo, e la percezione di sé come positiva “. [28]
L’ex-cultista è stato traumatizzato, ingannato, truffato, usato, e spesso emotivamente e mentalmente abusato mentre è al servizio del gruppo e / o del leader del gruppo. Come altre vittime (ad esempio, di atti criminali, di atrocità della guerra, stupro, grave malattia, ecc), gli ex membri delle sette spesso rivivono i ricordi dolorosi del loro coinvolgimento nel gruppo.
Hanno anche perso interesse per il mondo esterno, per il sentire individuale, e possono mostrare emozioni controllate. [29] La terapia deve concentrarsi su come aiutare queste persone a ritrovare le percezioni del mondo e di se stesso, che non sia così inquietante.
L’esperienza cultuale si traduce spesso in una “crisi di fede“. Molti ex membri di sette si chiedono: “Come ha potuto Dio permettere che ciò succedesse a me? ” Spesso pensano: “Devo essere orribile da quando ho fallito con Dio e con il suo piano per la mia vita.” La convinzione dell’ex-cultista di un “mondo giusto” è in frantumi. Lui o lei non può più dire: “Non succederà a me.”

Il bisogno di significati tra queste persone è di primaria importanza. La vittima deve essere aiutata a ritrovare la fede in sé e ad accettare che il mondo lascia spazio anche alle “cose ​​cattive che accadono alle persone buone.
Lui o lei può anche aver bisogno di parlare per rivivere il trauma ancora e ancora, come le vittime di altri tipi di crisi. [30]

Purtroppo, il processo di parlare del trauma è a volte visto come “un corto circuito” da ben intenzionati consulenti che vedono la ruminazione come “poco edificante” o “un eccessivo concentrarsi sul passato.”

Una terapia efficace deve essere di grande aiuto e contribuire a ricostruire l’autostima.
Le vittime hanno bisogno di essere liberate dalla percezione di essere, in qualche modo, le uniche responsabili della loro condizione. Questo compito è particolarmente problematico per coloro che avevano fortemente creduto in una versione di insegnamento della “prosperità“.
Allo stesso modo anche la ricostruzione teologica è spesso utile. Per ristrutturare il senso della loro esperienza cultuale, le vittime devono  essere aiutate a percepire la figura di un Dio benevolo che li ama veramente. [31]
Anche se è la mia esperienza mi ha fatto comprendere che la maggior parte delle persone entrano e rimangono nei culti per motivi sinceri, la mia raccomandazione dell’uso del modello della vittima di un culto non significa negare che per gli altri le motivazioni del potere, l’orgoglio, l’avidità e il sesso possa essere stata la causa del sostegno e della partecipazione cultuale. In questi casi una riabilitazione efficace deve includere un riconoscimento onesto e l’abbandono di tali inclinazioni peccaminose.
Il cambiamento di comportamento è anche molto utile. I Pastori che lavorano con gli ex membri di sette dovrebbero sapere che le possibilità (e la velocità) di recupero dell’ex-membro può in parte dipendere dal fatto che la chiesa o lo stile del pastore sia simile o meno al gruppo estremista precedentemente frequentato. Se vi è una marcata somiglianza tra il primo gruppo e l’attuale chiesa, ci sarà una grande probabilità che l’impostazione della chiesa attiverà ricordi traumatici.
Di conseguenza, l’ex membro dovrebbe considerare seriamente l’acquisto di una diversa traduzione della Bibbia e trovare un pastore diverso dallo stile di personalità e di insegnamento del suo ex leader. Tenendo conto di questo, lui o lei farebbe bene a cercare una chiesa o un percorso di insegnamento che fornisce un gradito contrasto con l’ambiente cultuale.

Troppo spesso gli ex membri abbandonano le chiese perchè ricordano loro troppo il gruppo passato. È tragico che queste persone siano spesso viste più come “apostati” che come vittime.
Un gruppo di sostegno o una consulenza professionale possono percorrere un lungo cammino per aiutare l’ex-membro ad acquisire strategie che gli consentano di evitare il coinvolgimento futuro con persone manipolative. Questo permette alla vittima di recuperare un po’ il suo senso di forza e la propria l’autostima. Come nel caso di altre vittime, la ricerca e la condivisione con gli altri ex membri (preferibilmente dello stesso gruppo cultuale) è un passo essenziale per la ripresa. Spesso durante questo processo gli ex membri diventano amici intimi. Si tratta di un processo simile alla “guerra
di amici
” un fenomeno rappresentato dai gruppi di sostegno, che sono sorti negli ultimi anni per aiutare le persone che sono vittime di abusi di droga e alcol, del divorzio, del cancro, o simili.

Fase sei: i gruppi di istruzione e sostegno sono essenziali. Il processo di recupero richiede inevitabilmente tempo. Ma, anche se molti alla fine guariscono spontaneamente, non è saggio prolungare il processo. Credo che un’ora alla settimana con un pastore o un consulente non sia l’approccio migliore. L’ex membro di una setta ha così tanti problemi che necessita di un trattamento efficace.

Quello che ho scritto in questo articolo evidenzia la necessità di studiare programmi speciali per aiutare recuperare l’ex membro della setta.
Il Dr. Ronald Enroth ha sottolineato la necessità di fare questo un trattamento col supporto di centri di riabilitazione specifici. [32] Dopo centinaia di riabilitazioni di successo nel nostro Wellspring Retreat and Resource Center posso certamente testimoniare la necessità e l’efficacia di tali programmi. Ma per varie ragioni alcuni individui trovano  scomodo o impraticabile rivolgersi ad un Centro. Per chi non si rivolge ad un centro per la riabilitazione sarebbe utile un programma locale composto da istruzione, supporto di gruppo e una consulenza.

Fase sette: E’ essenziale per aiutare chi proviene da aberranti gruppi cristiani riscoprire il Vangelo. Secondo la mia esperienza tutti i gruppi settari o aberranti distorcono il Vangelo. Ciò che è particolarmente inquietante è che molti di questi gruppi potrebbero, con la coscienza pulita, sottoscrivere la dichiarazione più ortodossa, fondamentale, ed evangelica della fede.
Ma in pratica propongono una religione superficiale e letali opere, almeno per quanto riguarda la santificazione. Per questo motivo è molto liberatorio per gli ex membri poter studiare la lettera ai Galati in maniera graduale e il messaggio di San Paolo per capire le pratiche del loro gruppo.
Attraverso il Vangelo, il senso della vita viene ripristinato e l’autostima viene recuperata. Gli ex-membri di sette possono analizzare le gesta di Giuseppe, che “Dio ha considerato buono” (Genesi 50:20). Anche secondo l’esperienza di Harold Busse’ll una chiara comprensione del Vangelo è la questione più importante nel recupero di un cultista e la sua immunità futura da ulteriori coinvolgimento cultuale. [33]

In conclusione, il coinvolgimento cultuale comporta sicuramente aberrazioni teologiche. L’attuale ricerca pubblicata dimostra che si verificano anche danni psicologici e che i cristiani non sono immuni. E’ probabile che ci siano diverse centinaia di migliaia di persone nelle chiese di oggi, che una volta erano membri di sette o di organizzazioni estremiste. Questo può essere uno dei più grandi problemi non riconosciuti nella Chiesa di oggi. Si raccomanda l’uso di programmi specializzati che possono essere usati in modo più efficace per identificare e aiutare queste persone.

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Paul R. Martin, Ph.D. (1946 – 2009) psicologo, è stato fondatore e direttore del Wellspring Retreat and Resource Center nei pressi di Albany, Ohio. La mission del Wellspring è quella di aiutare gli ex cultisti a superare i dannosi
effetti della loro esperienza.

Una versione di questo articolo è stato originariamente pubblicato nella Christian Research
Journal, nell’uscita inverno / primavera 1989.

Note:

1. Margaret Thaler Singer, Ph.D., “Coming Out of the Cults,” Psychology Today, January 1979, 72-82.

2. Saul V. Levine, “Radical Departures,” Psychology Today, August 1984, 27.

3. Ibid.

4. Francis A. Schaeffer, True Spirituality (Wheaton, IL: Tyndale House Publishers, 1971), 132-133. See all

of chapter 10, “Substantial Healing of Psychological Problems.”

5. Ronald M. Enroth, “The Power Abusers,” Eternity, October 1979; Enroth, The Lure of the Cults and

New Religions (Downers Grove, IL: InterVarsity Press,1987); Enroth, “Churches on the Fringe,” Eternity,

October 1986.

6. Flavil R. Yeakley, Jr., The Discipling Dilemma (Nashville: The Gospel Advocate Co., 1987), 23-28.

7. See also Flo Conway, James H. Siegelman, Carl W. Carmichael, and John Coggins, “Information

Disease: Effects of Covert Induction and Deprogramming (parts one and two),” Update 10 (June 1986):

45-57, and Update 10 (September 1986): 63-65.

8. Levine; Singer; Neil Maron, “Family Environment as a Factor in Vulnerability to Cult Involvement,” Cultic

Studies Journal 5, 1 (1988): 23-43; John G. Clark, M.D., “Cults,” Journal of the American Medical

Association 242, 3: 279-80; Lorna Goldberg and William Goldberg, “Group Work with Former Cultists,”

Social Work 27 (March 1982).

9. Singer; John G. Clark, M.D., Testimony to Vermont Senate on Cults (Pittsburgh: PAIF, 1979); Goldberg

and Goldberg.

10. Goldberg and Goldberg. 1982.

11. Augustine of Hippo, Sermons on the Old Testament, no. 46, “On Pastors,” excerpt entitled “Shepherds

Who Kill Their Sheep” reprinted in Pastoral Renewal, January/February 1989, 23-24.

12. See, for example, Dave Breese, “How to Spot a Religious Quack,” Moody Monthly, June 1975, 57-60;

J.L. Williams, Identifying and Dealing with the Cults (Burlington, NC: New Directions Evangelistic

Association), 2; Harold Busse’ll, “Why Evangelicals Are Attracted to the Cults,” Moody Monthly, March

1985, 111-113.

13. Ned Berube, “Burned Christians.” Pastoral Renewal, July/August 1987, 9-11.

14. Conway, Siegelman, Carmichael, and Coggins, 64.

15. Singer, 1979.

16. See Jerry Paul MacDonald, “‘Reject the Wicked Man’ – Coercive Persuasion and Deviance Production:

A Study of Conflict Management,” Cultic Studies Journal 5 (1988): 59-121.

17. See K. Shaver, An Introduction to Attribution Processes (Cambridge, MA: Winthrop, 1975).

18. A major component of thought reform is “loading the language.” This is a technique widely used by

those engaged in mind control to counter effectively thoughts contrary to the doctrines or “science” of the

group (see Robert Jay Lifton, Thought Reform and the Psychology of Totalism (New York: W.W. Norton,

1961; republished by University of North Carolina Press, 1989), 429-430. An extreme example of how

loaded language is used to “manage the conflict associated with grievances and non-conformity” within a

contemporary Christian extremist sect can be found in Jerry Paul MacDonald, ” ‘Reject the Wicked Man’ -

Coercive Persuasion and Deviance Production: A Study of Conflict Management,” Cultic Studies Journal,

5, 1, 1988, 59-121. In this article the author describes how a sect called OASIS (a pseudonym for Great

Commission International) utilized excommunication to maintain a rigid authority. In the course of his

research MacDonald studied 274 excommicants.

19. An excellent discussion of these issues can be found in Stephen M. Ash, Psy. D., “A Response to

Robbins’ Critique of My Extremist Cult Definition and View of Cult Induced Impairment,” Cultic Studies

Journal 1 (Fall/Winter 1984): 127-35. See also Steven Hassan, Combatting Cult Mind Control (Rochester,

VT: Park Street Press, 1988).

20. N. Brandon, Honoring the Self (New York: Bantam Books, 1983), cited in P.J. Watson, Ronald J.

Morris, and Ralph W. Hood, Jr., “Sin and Self-functioning, Part 2: Grace, Guilt, and Psychological

Adjustment,” Journal of Psychology and Theology 16 (Fall 1988): 270.

21. Brandon, The Psychology of Self-esteem (New York: Bantam Books, 1969), cited in Watson, et al.,

1988.

22. An excellent discussion of this issue can be found in Stephen M. Ash, “A Response to Robbins’

Critique of My Extremist Cult Definition and View of Cult Induced Impairment,” Cultic Studies Journal,

Volume 1, No.2, Fall/Winter 1984, 127-135. See also Singer, 1979; and Conway and Siegelman, 1982;

Conway et al., 1986; Goldberg and Goldberg, 1982; Steven Hassan, Combatting Cult Mind Control,

(Rochester, VT: Park Street Press, 1988); David A. Halperin, ed., Psycho-dynamic Perspectives on

Religion, Sect and Cult (Boston: John Wright – PSG, Inc., 1983) 295-382; M. HaLevi Spero, “Some Pre-

and Post-Treatment Characteristics of Cult Devotees,” Perceptual and Motor Skills, Vol. 58, 1984,

749-750; M. Addis, J. Schulman-Miller and M. Lightman, “The Cult Clinic Helps Families in Crisis,” Social

Casework, November 1984,515-522; J. Hochman, “Iatrogenic Symptoms Associated with a Therapy Cult:

Examination of an Extinct ‘New Psychotherapy’ with Respect to Psychiatric Deterioration and

‘Brainwashing,’ ” Psychiatry, Vol. 47, 1984, 366-377; Paul R. Martin, Cult Proofing Your Kids, (Grand

Rapids: Zondervan Publishing House, 1993), 13.

23. A. Ellis, Reason and Emotion in Psychotherapy (Secaucus, NJ: Lyle Stuart, 1962), cited in Watson, et

al., “Sin and Self-functioning, Part 1: Grace, Guilt, and Self-Consciousness,” Journal of Psychology and

Theology 16 (Fall 1988): 255.

24. Cultic involvement can produce serious psychological problems, though the problems of ex-cultists

may not all be cult-related. Pastors are well advised to seek mental health consultation if they desire to

treat these people.

25. Busse’ll.

26. See Ash.

27. Sullivan.

28. Ronnie Janoff-Bulman, “The Aftermath of Victimization: Rebuilding Shattered Assumptions,” in

Trauma and Its Wake: The Study and Treatment of Post-Traumatic Stress Disorder, ed. Charles R.

Figley, Ph.D. (New York: Brunner/Mazel Publishers, 1985).

29. Ibid.

30. M.J. Horowitz, “Psychological Response to Serious Life Events,” in Human Stress and Cognition, ed.

V. Hamilton and D. Warburton (New York: Wiley, 1980), cited in Janoff-Bulman, 23.

31. Research shows that non-teleological explanations (i.e., those which do not invoke some divine

purpose) can also be helpful. See Janoff-Bulman, 26.

32. Ronald M. Enroth and J. Gordon Melton, Why Cults Succeed Where the Church Fails (Elgin, IL:

Brethren Press, 1985), 98-99.

33. Harold Busse’ll, A Study on Justification, Christian Fullness, and Super Believers, unpublished paper;

see also Walter Martin, Essential Christianity (Ventura, CA: Regal Books, 1980), 71-81.

 

Traduzione di Lorita Tinelli

Avvertenza: Questa traduzione non è stata realizzata da traduttori professionisti, pertanto ci scusiamo per eventuali errori.

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