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Lorita Tinelli

Prefiero morir de pie a vivir arrodillado – Il Che

SEGNALAZIONE

Carissimi colleghi,

ho trovato in internet una interrogazione dell’Onorevole Scilipoti, su sollecitazione di alcune associazioni di tutela dei consumatori, che punta il dito contro una organizzazione che promuove corsi di memoria, ma che in realtà pare fare tutt’altro. Secondo quanto scritto nell’interrogazione, i metodi su cui si basano gli organizzatori di tali corsi sono basati sulla PNL. Ma la cosa che più mi stupisce è leggere che “nessuno dei membri di questa società è laureato in psicologia, pedagogia, scienze della formazione e medicina (psichiatria), e quindi abuserebbe della professione”.

Ho trovato poi, sempre in internet, un filmato promozionale della stessa società e sono rimasta profondamente colpita da quanto ho visto.

Mi chiedo a questo punto come sia possibile tutelare sia noi psicologi professionisti abilitati ma soprattutto l’utenza dall’uso improprio di tecniche psicologiche da parte di persone non formate ad utilizzarle?

Lettera Firmata

LINK ORIGINALE

http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=27280&stile=6& highLight=1

ALTRI LINK COLLEGATI

 

 

COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLA DR.SSA LORITA TINELLI

“Certo, non tutti gli specialisti di medicine parallele (o dolci) sono reclutatori al servizio delle sette, ma bisogna ammettere che la battaglia quotidiana che conducono contro la razionalità contribuisce ad allargare la breccia nel muro di dubbio che separa l’uomo sofferente dal credulone estatico, credente devoto nella rivelazione di guarigione che gli viene propinata”.

Jean-Marie Abrgrall – I ciarlatani della salute – Editori Riuniti.

Nel corso degli ultimi anni diverse associazioni, che promuovono la tutela dei diritti e della salute degli individui, hanno ricevuto un numero sempre più crescente di richieste di aiuto da parte di chi era rimasto danneggiato dopo aver sperimentato alcuni percorsi  di carattere psicologico.

L’enorme numero di utenti scontenti, dimostrato anche dai diversi forum tematici di discussione che ogni giorno si aprono nella rete informatica, evidenzia la presenza di un bisogno sempre più impellente dell’essere umano di percorrere corsi, seminari, incontri… finalizzati all’approfondimento di argomenti di carattere psicologico o al potenziamento di funzioni mentali (quali l’apprendimento, la memoria, la capacità attentiva) ma anche relazionali (per esempio la capacità seduttiva). Non solo. Dimostra anche che il mercato offre risposte sempre più variegate alla varie domande, che spesso prescindono da alcune norme di carattere legale.

Esistono per l’appunto corsi di seduzione, corsi che promettono di insegnare strategie per diventare milionari nel giro di pochi giorni, corsi che promettono percorsi che aiutano il raggiungimento di una maggiore consapevolezza e così via.

Come ha sottolineato l’Onorevole Scilipoti, primo firmatario dell’interrogazione presentata ai Ministeri della Giustizia, dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, sollecitata dal deputato Antonio Borghesi nel marzo 2011,  la preoccupazione è che tali percorsi sembrerebbero proposti ed esercitati da operatori che non hanno alcuna formazione in merito ad argomenti di carattere psicologico né possiedono l’abilitazione all’utilizzo di tecniche desunte dalla psicologia.

Entrambi i politici citati, partendo proprio dal risultato delle esperienze umane a loro riferite, affermano:  “In Italia vengono attivati corsi di memoria, lettura veloce e crescita personale, basati sulla programmazione neuro linguistica (PNL); si tratta di una tecnica psicologica, la cui valenza scientifica è ancora da assodare, che teorizza la possibilità di influire sugli schemi comportamentali di soggetti attraverso la manipolazione di processi neurologici messi in atto tramite l’uso del linguaggio (…)”.

La medesima preoccupazione è presentata in un’altra interrogazione del luglio 2010 dall’Onorevole Massimo Donadi il quale afferma: “Spesso tali personaggi non hanno nemmeno i titoli accademici atti all’esercizio di qualsiasi professione inerente la loro truffa; per convincere le vittime adotterebbero suggestioni di massa, ma ancora peggio la tecnica del PNL (programmazione neuro linguistica) …”.

Il  criminologo  francese Jean-Marie Abgrall afferma che talvolta tali operatori (definiti dallo stesso autore ‘ciarlatani della salute’) rischiano, con il loro operare, di distogliere la persona alla ricerca dall’unico cammino che potrebbe portarla al raggiungimento dei suoi equilibri o della sua ‘guarigione’.

Spesso i corsi proposti da operatori non formati né abilitati alla professione di psicologo, attingono a teorie ormai desuete della psicologia, che utilizzano un approccio ‘intuitivo’ fondato sul concetto che il corso proposto può fornire una conoscenza della causa dei problemi o dei bisogni dei propri iscritti.

Il fine ultimo non diventa più la crescita della persona, così come promosso in prima istanza, ma il suo assoggettamento. Difatti l’utente finisce per entrare in un vortice di corsi di primo, secondo, terzo, quarto … livello, quasi dovesse aprire una serie di scatole cinesi per acquisire particolari conoscenze, ai quali non riesce a sottrarsi, con grande aggravio in termini economici e spesse volte di danni alla salute psicofisica.

Certamente, come afferma Abgrall, non è il caso di fare di tutta l’erba un fascio. Ma è bene offrire al fruitore di ‘servizi psicologici’ tutte le informazioni necessarie per una scelta più oculata  che vada incontro ai suoi bisogni reali.

Documenti e libri consultati

http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=27280&stile=6& highLight=1

http://www.gris-imola.it/audio_video/Interrogazione%202010.pdf

http://www.gris-imola.it/audio_video/interrogazione%20Licastro.pdf

Jean-Marie Abgrall, Mécanique des sectes (Parigi, Payot 1996)

Jean-Marie Abgrall, I ciarlatani della salute (Editori riuniti, 1999)

 

PARERE DEL DR. MAURO GRIMOLDI

Quello dei contorni, dei confini di ogni cosa è sempre un tema ricco di fascino. L’Ulisse dantesco esorta i suoi compagni, giunti alle Colonne d’Ercole, finis terrae delle antiche carte geografiche a superare quel limite: “O frati, che per cento milia perigli siete giunti a l’Occidente, in questa tanto picciola vigilia dei nostri giorni, del domani non vogliate negare l’esperienza”. Oltre il quale, giova rammentare, appena intravista la montagna del purgatorio, troveranno la morte.

Nel caso della Psicologia il territorio è vasto, e la questione della geografia del limite non è indifferente alla funzione stessa di quel limite; tuttavia non meno pericoloso è il superamento dei confini. Il che non è affatto estraneo rispetto al tema dei corsi, dei venditori di illusioni roboanti scandite dagli applausi della setta che cancella l’arbitrio dell’individuo, degli artigiani delle passeggiate sui carboni ardenti e dell’empowerment dei dirigenti high-potential basato su tecniche, su prassi che coinvolgono il sistema psiche-soma in modi spesso drammatici e potentemente evocativi.

Il fatto è che la Psicologia nasce lontanissima da questo confine, allora imprevedibile.

Nasce, da un lato, dal magma primordiale della filosofia e della medicina, in accademia. Nelle Università del XIX secolo si cominciano ad effettuare misurazioni dei comportamenti e delle percezioni, a studiare il condizionamento. È il tempo di Wundt e di Skinner. Pochi anni più tardi il più coraggioso e geniale neurologo della storia inaugura una prassi che chiamerà psicoanalisi, prima o insieme ad una teoria dell’inconscio, e da lì inizia un dispositivo di cura non già del corpo, ma della mente. L’invenzione dell’inconscio è cioè coeva a quella di una terapia della psiche, di una clinica come pratica che, come efficacemente rilevava Valeria La Via, ha la stessa radice etimologica del clinamen di Lucrezio, e che qui indica un soggetto-paziente piegato, sdraiato.

Da questa posizione inclinata, sdraiata del paziente si individua una differenza di ruolo, di status e di potere essenziale ai fini della percezione sociale della psico-terapia. Una differenza di status e di distribuzione del potere, quella tra terapeuta e paziente, evidentemente non priva di qualche rischio. Anche se non così drammatica come nel caso del rapporto con il medico, rapporto in cui il corpo del paziente è totalmente affidato all’epistème, alla scienza e coscienza di un Altro, tuttavia già il ricordo degli esperimenti ipnotici di Mesmer e delle tinozze ipnotiche in cui galleggiavano i pazienti, non poteva non condizionare da subito la percezione della terapia come una prassi da tenere sotto attenta osservazione. La questione dell’asimmetria dei poteri avrebbe avuto buoni motivi di essere affrontata, non fosse stato che gli Psicologi si relegano da soli uno spazio preferenziale nei luoghi di cura della follia, nella istituzioni totali in cui rinchiudere era funzionale all’oblio sociale, a dimenticare l’esistenza della follia. Propongo l’esistenza di un legame consequenziale tra la legge 180 del 1978 e una seconda legge, la 56 del 1989 che, solo nove anni dopo stabilisce delle regole nelle professioni di cura della psiche umana. La rinnovata visibilità degli Psicologi e l’apertura degli ospedali psichiatrici, che ha “fatto uscire”, insieme a molti psicotici quasi altrettanti psicologi dalle mura contenitive degli ospedali psichiatrici ha prodotto un’esigenza sociale, non solo corporativa, l’esigenza di una legge, di una norma, di un contenitore.

Facciamo un balzo repentino in avanti. Lo scorso anno, nel 2010 due Carabinieri del comando dei NAS si presentano ad un Ordine degli Psicologi di una piccola regione italiana. Il quesito che pongono è preciso: “l’ipnosi è un atto che possono fare solo gli Psicologi?”. La domanda non aveva – e non ha – una risposta così certa e  univoca come i militari dell’Arma credevano. Già, perché proprio l’ipnosi, che ha accompagnato la storia della Psicologia fin dai suoi albori, mette in primo piano proprio la dimensione del potere, e, con essa, del pericolo che potenzialmente corre il paziente, se mal-trattato. L’ipnosi, esige, nell’immaginario collettivo, delle tutele. Mica possono farla tutti, sembrano dire i Carabinieri nel nostro esempio. È lo stato di debolezza, di totale affidamento di un paziente non nel pieno possesso delle sue capacità di intendere e, soprattutto di volere, a sconcertare.

Gli Psicologi sono i peggiori difensori di sé stessi e dei loro pazienti, in questi casi. Perché troppo spesso hanno la sensazione che la legge sia stata fatta a proprio beneficio. La potenzialità, l’illusione corporativa della legge li fa sentire responsabili, e forse perfino colpevoli. Non è così e non di rado il mondo sociale si aspetta una tutela più ferma e precisa della prassi psicologica e psicoterapeutica, ovvero di una prassi che è orientata al sociale e che il cliente-paziente vuole sia attentamente sorvegliata e tutelata. La legge 56 che ha strappato la Psicologia dai territori dell’approssimazione e delle competenze innate e spontanee, richiedendo un percorso preciso e normato dall’art. 33 della Costituzione, nasce per difendere gli utenti, i cittadini, e, solo incidentalmente, gli Psicologi.

Il movimento compiuto dalla Psicologia e dalla Psicoterapia è andato, in poco più di un secolo, in una direzione precisa. Oggi, dall’odiata ma precisa definizione di “medico dei matti” ha un ruolo ampio e diverso, quello di “professionista dalla salute psichica”. La “cura dei sani” è più adatta ai tempi, più breve, meno faticosa, e dà, complessivamente, migliori e più sicuri risultati. Così lo Psicologo oggi, chiusi i manicomi e spesso anche gli studi degli psicanalisti reclama sovente un posto nella scuola e in azienda, dove fa consulenze brevi ma anche orientamento e selezione del personale.

Questa smart-care, una vera clinica della salute psichica, potrà dare nel futuro ampi frutti. Al tempo stesso però ha reso la Psicologia sempre più una questione di interesse generalizzato. Sul piano tecnico ha prodotto o rilanciato esigenze diverse. Dalla cura della nevrosi al superamento dei propri limiti e al potenziamento delle risorse lavorative, personali, sociali. Nascono tecniche strategiche e paradossali, programmazione neurolinguistica, ipnosi. Mai come in questi casi si spingono a livelli estremi i meccanismi suggestivi e manipolativi, che il paziente-utente di un atto comunque etimologicamente clinico, subisce. E mai come in questi casi l’esigenza di tutela della pubblica fede, ovvero della fiducia del cittadino che si rivolge ad un professionista si fa imprescindibile. Sarebbe un grave errore se si usasse la novità degli strumenti per reclamarne una verginità epistemologica; ciò distruggerebbe in brevissimo tempo la fiducia dei cittadini, che non esitano di fronte a queste realtà, aspettandosi una tutela che può essere fornita solo da una ferra iscrizione delle nuove tecniche nell’orizzonte già sufficientemente ampio descritto dalle norme e dalle leggi.

 

Fonte: Osservatorio di Psicologia nei Media

SEGNALAZIONE

Gentile Redazione di OPM, ho di recente letto un articolo che parlava di uno  psicoterapeuta che avrebbe molestato sessualmente una sua paziente e ho visto  nel corso di quest’anno due servizi delle Iene  su fatti analoghi  che vedono coinvolto un altro professionista. Questi episodi mi preoccupano un pò, io ho da poco iniziato una psicoterapia individuale con uno psicoterapeuta  che mi è stato consigliato da un’amica e leggendo e guardando questi servizi  sono rimasta sconcertata dal fatto che questi professionisti, ai quali ci si è  rivolti per essere aiutati, abbiano utilizzato in realtà le loro competenze e  il rapporto di fiducia instaurato con le pazienti per appagare i loro bisogni,  arrivando ad arrecare ancora più sofferenza a queste donne. Mi chiedo come possano accadere cose del genere e come può una paziente capire quando uno  psicoterapeuta sta oltrepassando i limiti del suo mestiere e cosa fare per  evitare di essere coinvolti in questi fatti.

Vi riporto i link dei servizi di cui ho parlato

http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Cronache_e_politica/Abusi-sessuali-arrestato-psicoterapeuta/03-12-2010/1-A_000146780.shtml

http://www.irpinianews.it/Cronaca/news/?news=79536

http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/163258/trincia-uno-psichiatra molestatore.html (video di aprile 2010)

http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/182248/trincia-psichiatra-molestatore.html (video di settembre 2010)

Lettera Firmata

COMMENTO DELLE DR.SSE IMMACOLATA PATRONE E LORITA TINELLI

… lo scopo della formazione non è quello di trasformare l’analista

in un cervello meccanico capace di produrre interpretazioni

in base ad una procedura puramente intellettuale,

ma piuttosto di metterlo in condizione di

sostenere i sentimenti che vengono suscitati in lui

invece di liberarsene (come fa il paziente) (Heimann, 1950)

Dalla lettera della nostra segnalante traspare sorpresa, preoccupazione e timore, suscitati dalla lettura di una notizia di presunti abusi sessuali da parte di uno psicoterapeuta su una sua paziente/cliente e dalla visione di due filmati della trasmissione televisiva “Le Iene”, nei quali vengono riportate testimonianze  di molestie a carattere sessuale perpetrati  ai danni di ragazze  che si sono rivolte al medesimo psicoterapeuta.

Non entriamo nel merito dell’identità dei professionisti coinvolti in tali documenti segnalatici né in quella della veridicità delle notizie riportate dai mass media. Tale compito spetta alle autorità preposte alle indagini.

Appare assurdo alla nostra scrittrice, come a molte altre persone, che un professionista che dovrebbe aiutare coloro  che a lui si rivolgono per superare traumi, periodi dolorosi, difficoltà di carattere psicologico, possa rendersi colpevole di tali atti deprecabili.

Occorre precisare che questi casi sono rari ma comunque possibili, com’è possibile in qualsiasi professione o mestiere imbattersi in professionisti che non solo non rispettano il codice deontologico, ma che a volte si rendono colpevoli di veri e propri reati, utilizzando in modo manipolatorio  le competenze acquisite. Già nel 1990 negli USA fu pubblicato un libro, dal titolo ‘Sexual intimacies between psychotherapist and patients (Lerman. 1990) in cui, forse per la prima volta, si tentava di analizzare un fenomeno di cui si parlava molto poco, ma che, evidentemente, era presente, anche se in minima percentuale, in alcune relazioni medico-paziente. In uno studio successivo (Schoener et al. 1990) gli autori asserivano che, sempre negli USA, un’indagine realizzata su 8000 tra psicologi e psichiatri evidenziava come il 10% di loro avesse ammesso di aver avuto contatti sessuali con i loro pazienti (tali contatti erano descritti come: baci, abbracci, carezze e rapporti sessuali veri e propri).

Nei video delle “Iene” sono purtroppo evidenti, dai racconti delle pazienti/clienti e dalle affermazioni del terapeuta, fatti che presumibilmente riporteranno alla formulazione di reati.

In tali casi, infatti,  non solo c’è violazione del codice deontologico ma probabilmente si è di fronte  ad una persona con delle gravi problematiche psicologiche non risolte, che riversa nella sua professione a danno dei suoi utenti, facendo leva sulle loro fragilità, trincerandosi dietro la veste di professionista per difendere il suo comportamento e insinuando sensi di colpa nelle sue pazienti (meccanismi attraverso i quali si agisce “manipolazione psicologica”), o più semplicemente si è di fronte ad una persona in malafede che ha da tempo svestito i panni del professionista o non li ha mai veramente indossati.

Nessuno psicoterapeuta serio e psicologicamente “sano” toccherebbe o richiederebbe toccamenti intimi alle sue pazienti, né farebbe telefonate erotiche o richieste di chattare via internet con ragazze nude. Il forte imbarazzo delle ragazze, il desiderio che quell’ora passasse in fretta, il senso di costrizione e di repulsione provati, sono spie di un malessere crescente e della sensazione di trovarsi di fronte a comportamenti sospetti.

Tutto ciò, ovviamente, non appartiene alla sfera della psicoterapia ma a quella della manipolazione e del reato. Margaret Singer e Janjia Lalich (1998) nel loro libro “Psicoterapie Folli” affermano che tali coinvolgimenti sessuali non fanno parte di relazioni clandestine consensuali, ma sono rapporti incoraggiati all’interno di una relazione impari, in cui uno dei due membri (il terapeuta) ha più potere sull’altro e lo esercita in modo manipolatorio, arbitrario e dannoso per il suo paziente/cliente. Egli anziché definire limiti sicuri e ‘sani’ all’interno del rapporto terapeutico, ignorando la deontologia, sottomette i suoi pazienti, inducendoli a fare tutto quello che desidera, in qualità di figura autorevole.

Il primo passo che egli compie è quello di approfittare della loro fragilità facendo leva su di esse, per creare uno stato di dipendenza totale che gli è utile per iniziare ad indurre nel suo paziente le sue idee, i suoi bisogni  e i suoi desideri personali. La Singer e la Lalich affermano che, in alcune occasioni, il terapeuta viene supportato nel suo progetto anche grazie alla pressione esercitata dagli altri clienti sul nuovo paziente, specialmente nei contesti di terapia di gruppo. L’idea che il terapeuta impone al/la suo/a paziente/cliente è che fare sesso con lui fa bene. Se il/la paziente si ribella il terapeuta fa cadere su di lei/lui il biasimo, utilizzando anche riferimenti teorici ad interpretazione del diniego del paziente nel percorrere la strada che lui asserisce essere quella più idonea alla sua guarigione. In diverse occasioni il terapeuta arriva anche a cacciare il/la proprio/a cliente e quest’ultimo/a arriva, a volte, persino ad implorarlo di non interrompere quel “rapporto professionale” seppur malato, e ad adeguarsi alle indicazioni del terapeuta, segnali questi del legame perverso instauratosi, che vede il paziente succube del suo terapeuta.

Alcune ricerche condotte negli anni ‘80 negli USA, hanno dimostrato che una percentuale compresa tra il 33 e l’80% dei terapeuti che avevano incoraggiato relazioni sessuali con le loro pazienti, avevano manifestato la tendenza a farlo con più clienti. (Gartrell e al. 1989).

Da uno studio realizzato su 400 persone abusate sessualmente dai loro terapeuti, Margaret Singer ha identificato alcuni elementi ricorrenti nelle terapie in cui si sviluppano relazioni sessuali tra terapeuta e paziente (1998).

In generale:

1)   Il terapeuta che commette abusi appare ‘poco competente’ dal punto di vista professionale; tende a parlare di se stesso in terapia e dei suoi personali bisogni e manifesta un grado leggero o medio di narcisismo.

2)   Ha la convinzione egocentrica e semplicistica di essere al di sopra della legge e dei limiti che il suo codice deontologico gli impone. In tal caso riesce a convincere i propri clienti che non è lecito avere rapporti sessuali o intervenire nella vita dei loro clienti, ma lui può farlo perché ‘sa come gestire quella relazione’.

3)   Il terapeuta non effettua una diagnosi sul proprio paziente, ma imposta il trattamento in base alle sue personali teorie preferite, senza peraltro costruire un progetto chiaro di trattamento.

4)   Non rispetta la riservatezza, ma parla alla sua cliente anche dei problemi di altri clienti, iniziando un rapporto di confidenza tanto da farla sentire speciale.

5)   Non è in grado di riconoscere gli elementi del transfert e del controtransfert.

Una manipolazione di dinamiche psicologiche, all’interno del setting terapeutico o in altri contesti , può portare la ‘vittima’ a percorrere tre diversi stati emotivi e comportamentali:

1)   Incredulità, in quanto essa non può credere a ciò che sta accadendo né a ciò cui vorrebbe portarla a fare il suo terapeuta.

2)   Difesa, la vittima tenta di difendersi anche energicamente, ma percepisce il potere del suo terapeuta come fortemente presente e inizia a vivere il suo rapporto ambivalente con lui con tanti sensi di colpa. Del resto il terapeuta è la figura che ha scelto per essere aiutata e non può farle del male.

3)   Depressione, alla fine la vittima si convince che il suo terapeuta, non può non aver ragione, si rassegna, manifestando una sempre maggiore vulnerabilità e dipendenza.

L “effetto finale” è che tali modalità di azione rischiano di danneggiare il destinatario, o il paziente in questo caso, di confonderlo, portandolo ad instaurare forti rapporti di dipendenza, di inadeguatezza  e, di segnarlo per sempre. Come conseguenza, la persona abusata, ha anche messo a rischio le sue relazioni esterne e, quindi, la sua vita.  Le stesse Singer e Lalich (1998) affermano che a questo punto la disperazione e il peggioramento della salute mentale della cliente, portano il terapeuta a non ritenerla più una ‘persona divertente’ . Egli, temendo qualche reazione da parte del marito, amico o parente della sua cliente, o che della relazione possano venire a conoscenza i suoi colleghi, chiude bruscamente il rapporto ‘professionale’, aggiungendo altri problemi alla cliente, dovuti ad una interruzione improvvisa di un rapporto malato. Non sono rari i casi in cui qualcuna ha anche tentato il suicidio.

Al di là di questi spiacevoli fatti di cronaca, vorremmo comunque sottolineare la correttezza e la preparazione  della grande maggioranza dei professionisti della salute e  soffermarci sulle peculiarità tipiche del lavoro psicoterapeutico, che lo differenziano da tutti gli altri. Lo psicoterapeuta, a differenza di altri professionisti, lavora con  una materia molto complessa e delicata, la psiche umana, e per far ciò instaura un rapporto forte e psicologicamente coinvolgente con il paziente/cliente. La relazione psicoterapeutica, in quanto appunto relazione, prevede dinamiche bidirezionali di coinvolgimento,  essa prevede da parte del paziente/cliente  una motivazione ad intraprendere e proseguire il percorso terapeutico, la disponibilità a mettere a nudo la propria anima, a raccontare se stesso, la sua vita relazionale, la sua vita interiore, la disponibilità a fidarsi e ad affidarsi alle “cure” del professionista.

Lo psicoterapeuta, da parte sua, si  assume la responsabilità di prendere in carico il proprio cliente, di accoglierne la domanda, di accogliere e contenere empaticamente le emozioni, i sentimenti, le sofferenze, i conflitti e di elaborarne insieme a lui i significati profondi, ma non solo, egli porta ineluttabilmente nella relazione terapeutica se stesso, le sue caratteristiche di  personalità, la sua storia di vita, le sue emozioni, i suoi sentimenti. Un buon percorso di studio, di supervisione e di formazione, anche psicoterapeutica individuale, alla quale sarebbe auspicabile che qualunque scuola di formazione indirizzasse i suoi allievi aspiranti psicoterapeuti, dovrebbe consentire al professionista di gestire al meglio le dinamiche transferali (ciò che il paziente proietta sul terapeuta e nella terapia)  e controtransferali (“ciò che insorge nel terapeuta per l’influsso del paziente sui suoi sentimenti inconsci”, Freud ),  che inevitabilmente emergono nel corso di un processo terapeutico, e di analizzarle all’interno del setting terapeutico insieme al suo paziente/cliente, al fine di coglierne i significati profondi e  renderle agenti propulsivi di crescita e cambiamento.

Al contrario la negazione, la mancata elaborazione o il rifiuto di dinamiche transferali, (possono verificarsi, per esempio, anche casi d’infatuazione o innamoramento del paziente o della paziente nei confronti del proprio terapeuta) potrebbero rappresentare non solo una rottura del rapporto terapeutico ma un ulteriore ferita o trauma alla psiche dei pazienti/clienti.

Non solo emozioni e sentimenti positivi possono essere oggetto di proiezione sul terapeuta o sul paziente, ma anche sentimenti ed emozioni negative. Questi ultimi sono spesso più difficili da accettare ed elaborare e richiedono anch’esse un’elaborazione reciproca paziente-terapeuta all’interno del percorso terapeutico. Alcuni studi recenti (Galeazzi, G. M. and P. Curci, 2003; Curci P., G.M. Galeazzi and C. Secchi, Ed 2003;  Galeazzi, G.M., K. Elkins and P. Curci, 2005) hanno, per esempio, evidenziato alcuni effetti negativi che possono ripercuotersi sulla figura del terapeuta. Sembrerebbe difatti che  la categoria vittimologica  più a rischio di atti di aggressività o molestia da parte di pazienti/clienti, risulta essere proprio quella dei professionisti dell’aiuto. I due autori hanno evidenziato come su 108 tra psichiatri, psicologi e specializzandi osservati, il 20% di loro avesse subìto per almeno un mese una campagna di stalking da parte di pazienti con cui erano entrati in contatto professionale.

Per lo psicoterapeuta ben formato, dovrebbe essere più facile non solo riconoscere queste dinamiche in se stesso e nell’altro, ma anche accettarle e gestirle nella maniera più efficace, nella relazione con il paziente.

La reciprocità delle dinamiche transferali e controtransferali nella relazione terapeutica è ben sintetizzata dalla Heimann (1950) quando afferma: “ la risposta emotiva dell’analista nei confronti del paziente, nella situazione analitica, rappresenta uno dei più importanti strumenti del suo lavoro. Il controtransfert è uno strumento di ricerca nell’inconscio del paziente… Non è stato sufficientemente delineato che si tratta di una relazione tra due persone. Ciò che distingue questa relazione dalle altre non è la presenza di sentimenti in un partner, il paziente, e l’assenza nell’altro, l’analista, ma, soprattutto, l’intensità dei sentimenti provati e l’uso che se ne fa, giacché questi fattori sono interdipendenti”.

- Curci P., G.M. Galeazzi and C. Secchi (Ed). (2003). La sindrome delle molestie assillanti (stalking). (pp. 157-168). Turin: Bollati Boringhieri. SEE BOOK.

- Galeazzi, G.M., K. Elkins and P. Curci (2005). “The stalking of mental health professionalsby patients.” Psychiatric Services 56:137-138.

- Galeazzi, G. M. and P. Curci (2003). Le Molestie Assillanti nella relazione terapeutica in psichiatria.

- Gartrell N. et al (1989), “Prevalence of psychiatrist-patient sexual contact”. In G.O. Gabbard (a cura di), “Sexual exploitation in professional relationships”, Washington, DC, American Psychatric Press

- Heimann P. (1950), On Countertransference, International Journal of Psychoanalysis.

- Lerman H. (1990), “Sexual intimacies between psychotherapist and patients: An annotated biblioghraphy of mental healt, legal and public media literature and legal cases”, Washington, DC, American Psychological Association

- Schoener G. R. et al (1990), “Psychotherapist sexual involvement with clients: intervention and prevention”, Minneapolis

- Singer M.T. e Lalich J. (1998) Terapie indecenti in “Psicoterapie Folli”, Edizioni Erickson

PARERE DEL PROF. GIROLAMO LO VERSO

I) Premetto che il fenomeno, quantitativamente, non sembra molto diffuso ma che risuona molto per la sua odiosità. Premetto, altresì, che qui non è in discussione la sessualità in sé, che è un valore di vita assolutamente positivo. La sessualità, l’eros, come rapporto consenziente tra adulti è, in ogni sua forma, libertà, vitalità e reciprocità. La cosa diventa orrenda quando tale consensualità viene meno per lasciare il passo all’uso ed all’abuso ed alla  manipolazione. Il capoufficio (ma oggi inizia anche al femminile), il docente universitario  o il politico (a livelli più giovanili entriamo nella pedofilia) o il professionista della salute che con lusinghe di carriere, voti, con intimidazioni e manipolazioni, richiede prestazioni sessuali è equiparabile allo stupratore, e forse è ancora più viscido. Il problema, come dicevo, non è certo il sesso in quanto tale. Già, ma allora perché l’abuso è distruttivo e patologico? Perché si esce dallo scambio e dalla condivisione relazionale, dal gioco condiviso e collusivo, dalla ricerca comune di piacere e complicità e si passa alla dimensione del piacere extra-erotico. Foucault aveva ben individuato che la sessualità è un grande potere (è stata la rivincita del femminile insieme alla maternità). Essa, tuttavia, resta fisiologica quando questo potere resta all’interno della sessualità. La seduzione è uno dei motori del mondo. Il se-durre, il portare a sé, sono il gioco uomo-donna ( e non solo) con cui vive l’umanità. Non è un caso che dai nostri studi sulla “psiche mafiosa” è emerso che in questo mondo la sessualità è quasi inesistente e “cumannari è mugghi ri futtiri” (il potere è meglio dello scambio erotico) e l’omofobia è violentissima.

La cosa cambia quando, in qualche modo, si ha a che fare con forme di manipolazione e costrizione che utilizzano strumenti di potere non sessuali. Il problema si pone come particolarmente grave dove ci sono situazioni di squilibrio. Particolare “scandalo” hanno dato, ad esempio, il diffuso (ed ancora poco studiato) fenomeno dei preti pedofili o quello dei potenti politici, per di più malati di prostata, che “comprano” ragazzine a loro volta disponibili a “farsi comprare”, o l’abuso sessuale nelle professioni in cui qualcuno affida i propri problemi e debolezze all’altro, come in medicina o in psicoterapia. Molti anni fa, in quello che forse fu il primo studio semi-empirico che noi abbiamo fatto sulla psicoterapia, con il professore Profita studiammo il lavoro dei maghi. Cercando di vedere che differenza ci fosse tra loro e gli psicoterapeuti. Ne trovammo solo una: l’elaborazione della dipendenza. I maghi, infatti, subiscono una qualche selezione, fanno un training (a volte, più approfondito di quello di alcune scuole), hanno un setting. Lavorano, però, per indurre dipendenza e sottomissione devota. Utilizzano anche, ahimè, molto bene, i fenomeni gruppali (i clienti in sala d’aspetto) per aumentare il loro carisma e la fama di guaritori onnipotenti. Non a caso, soprattutto classicamente, se il mago è un uomo e la cliente una donna giovane, questo sfocia spesso in agiti di tipo sessuale. Già allora ci chiedevamo, però, quanti psicoterapeuti realmente lavorassero per elaborare e superare la dipendenza? Ciò può avvenire o “indossando il camice” e cioè con un atteggiamento di separazione ed un rapporto asettico, o con un’elaborazione di tipo analitico sulla relazione ed i processi transferali. Personalmente ho radicalizzato questo punto proponendo di integrare l’elaborazione freudiana sul transfert e sul controtransfert (ciò che nel terapeuta risuona di ciò che il paziente mette in lui) con quella sul co-transfert (inizialmente proposto dalla scuola di Napolitani). Indico con questo termine ciò che il terapeuta mette, di suo, nella relazione. Per quanto “ben analizzato”, come si dice, il terapeuta ha una sessualità, una cultura, una storia personale, dei bisogni, ecc. Tutto questo non può, non deve, a mio avviso, essere depurato o neutralizzato. La relazione è lo strumento principale per effettuare psicoterapia. Solo una persona ne può curare un’altra. Entrano, però, in ballo cose come la trasparenza relazionale[1], l’etica e la capacità di auto-svelamento del terapeuta, in primo luogo a se stesso. Senza tutto ciò i rischi di manipolazione dell’altro sono sempre presenti. Solitamente, per fortuna, non portano ad agiti sessuali ma, comunque, portano ad inadeguatezza del lavoro di cura. Come possono i pazienti difendersi in questa situazione, vista anche la scarsa attenzione a queste tematiche da parte degli ordini professionali (tranne nei casi eclatanti), delle commissioni ministeriali e delle scuole, delle società scientifiche e delle università? In primo luogo, va verificato che lo psicoterapeuta sia realmente tale, sia formalmente che informalmente (un’infinità di persone fanno cose che richiederebbero invece una psicoterapia professionale), che la formazione e l’esperienza  di questi professionisti sia robusta e qualificata, fatta in scuole serie che propongono un’etica della cura all’interno di modelli chiari, verificati e rigorosi. Ci sono anche formazioni che sono quasi per corrispondenza purché si paghi e “scuole” che non hanno mai fermato un allievo nemmeno se questi ha nuclei psicotici. È stato, comunque, noto il caso di un “filosofo” che faceva “l’analista” e che veniva “assaltato” dalle pazienti. Potenza del transfert (o della manipolazione) visto che pare fosse assai bruttino ma, soprattutto, malato di narcisismo. È anche da valutare se le eventuali denuncie sono più una patologia della relazione che un reale abuso, dove quindi la “colpa” è più nell’incompetenza professionale che nelle molestie. Senza dimenticare il rischio di ingiuste diffamazioni, (una volta è realmente successo, come ho), come ho potuto verificare in qualche perizia.

Detto questo, va anche ricordato che, nel campo della psicoterapia, l’Italia è piena di professionisti seri, di studiosi attivi ed attenti, di persone che hanno fatto una seria formazione e la cui deontologia professionale è elevata. Il tema degli agiti sessuali ne rilancia un altro: quello della cura personale del terapeuta. Su questo ci sono almeno due soluzioni (escludendo quegli intrattenimenti chiamati “analisi” che consistono in 50 ore di discussione fatte all’interno della stessa scuola, un utile momento maturativo che però non può però essere considerato come un’analisi personale che curi il futuro curante.). Una è quella analitica: solo l’analisi personale può consentire una conoscenza degli aspetti inconsci di sé che eviti gli agiti seduttivi e manipolativi o, comunque, incontrollabilmente narcisistici del terapeuta (aggiungo che ciò è ancora più rilevante nei setting di gruppo per la loro forma e radicalizzazione relazionale). L’altra è quella degli orientamenti cognitivi e sistemici nei quali la relazione è cura dell’altro e sull’altro ( quasi di tipo medico pur con epistemologie e diagnostiche assai diverse) e quindi il problema è che ciò sia professionalmente ben impostato e funzionale). Sono posizioni rigorose entrambe, purchè si definiscano con chiarezza tempi, limiti e obiettivi di ogni trattamento. Ad esempio, una terapia breve non è gestibile con la relativa non direttività analitica e viceversa, una lunga implica la gestione di processi relazionali e transferali profondi. Come si vede, il problema porta alla gestione dell’etica che implica consapevolezza delle metodologie adoperate rispetto agli obiettivi, di sé e del proprio mondo interno ed emotivo rispetto alla relazione, della centralità della vita e della sofferenza dei pazienti, delle possibilità e limiti della formazione, dei propri bisogni psichici (e non solo) che entrano in ballo nel lavoro di cura. Implica l’umiltà di chiedere aiuto a colleghi senior in caso di difficoltà e l’attenzione profonda ed eticamente rigorosa di una comunità professionale che non può stare a guardare le cose non deontologiche che accadono. A mio avviso, in realtà, più spesso ci sono problemi nella mancata cura o nella gestione narcisistica della relazione, che nelle molestie sessuali agite fisicamente. A mio avviso, la formazione alla competenza relazionale ed alla conoscenza di sé e quella all’etica professionale vanno di pari passo.

II) Come accennavo, sin da Freud si è ritenuto che fosse centrale la cura preliminare di se stessi per poter effettuare un lavoro psicoterapico. In maniera più laica ciò che resta, a mio avviso, fondamentale, si sta allargando oggi anche alle più serie scuole non analitiche. La psicoterapia, soprattutto se non breve, si basa su processi che definisco di co-transfert e cioè, di ciò che il paziente ed il terapeuta mettono nella relazione di se stessi, del proprio mondo familiare interno, della propria storia e cultura, ecc. E’ quindi fondamentale, che il terapeuta sia il più possibile consapevole di ciò che accade nella relazione, nel paziente ed in lui, di cosa scatta rispetto alla sessualità ( cosa che va professionalmente elaborata perché sia di aiuto ai pazienti). La formazione deve rendere consapevoli emotivamente e cognitivamente del fatto che la sessualità finisce col rappresentare tutti i simboli della vita. In un certo senso, non esistono problemi sessuali (tranne che per questioni biologiche di competenza non psicoterapiche). In realtà, dietro le difficoltà sessuali ci sono paure o rabbie relazionali interne rispetto all’altro sesso, all’abbandono inconscio del nucleo familiare ( che si può amare o odiare troppo) e delle sue certezze (che si esprime spesso nei disturbi alimentari e nel panico). Un mio paziente, ad esempio, poteva far sesso con la moglie anziana, e non con la giovane amante. Un altro, poteva masturbarsi ma non concedere eiaculazioni alla fidanzata. Alcune donne vivevano rapporti anali ed orali ma evitavano quelli vaginali. Tutte cose, come si vede, che dipendono da vissuti simbolici, psicologici, e relazionali, e non dal sesso in senso stretto. È chiaro che un terapeuta (o chiunque abbia una posizione di potere) che agisce sessualità con i pazienti è un persona sostanzialmente malata, che cerca di usare la situazione per “curare” i propri problemi, sottomettere l’altro al proprio potere. Per entrambi (terapeuta e paziente) c’è una sorta di “fuga dalla relazione terapeutica” per passare ad un rapporto di reciproca manipolazione. È chiaro che c’è una forte violazione della deontologia professionale (ma, in misura minore, c’è anche un gioco seduttivo non espresso  e non elaborato) che è incompatibile con la professione di psicoterapeuta. Il danno al paziente può essere notevole. Si tratta di persone con fragilità e storie di problemi e sofferenze psichiche. Facilmente (come accade alle donne violentate) possono sentirsi in colpa, perdere speranza nella psicoterapia, avere conferma del pessimismo esistente rispetto all’umanità che spesso i problemi psichici già inducono.

 


[1] Lo Verso G., Di Blasi M., Gruppoanalisi oggettuale. Cortina, Milano 2011.

 

FONTE: Osservatorio di Psicologia Nei Media

Psicoterapie “Folli” Conoscerle e difendersi


Di Margaret T. Singer e Janjia Lalich

Prefazione: Prof Paolo Michielin

Casa editrice Erickson

 

Recensione di Lorita Tinelli

Le autrici di questo libro, due psicologhe americane, hanno elencato ed analizzato alcune ‘psicoterapie’ proposte in anni recenti, in primis negli USA e poi anche nella nostra Europa, spesso fondate sulle intuizioni di un caposcuola o di un leader carismatico e mai supportate dalla Comunità Scientifica.

Si tratta di “psicoterapie” che pretendono di risolvere i problemi che il “cliente” porta in seduta, mediante ‘strani’ esercizi e strategie ‘psicoterapiche’ che alla fine presuppongono seri rischi per la sua salute mentale. Alcune di queste ‘terapie’ per esempio si basano sulla necessità di far rivivere al cliente una sua ‘rinascita’ e magari anche gli stati iniziali della sua vita attraverso l’allattamento con un biberon; oppure gli propongono l’esigenza di ricongiungerlo a vite precedenti, tramite forme di ipnosi regressiva o ancora passano ad ipotizzare la causa del suo disagio dovuta a rapimenti di non meglio identificati extraterrestri o spiriti maligni.

Tali terapie, considerate dalle stesse autrici ‘folli’, possono prevedere sessioni a base di sesso e di coccole tra terapeuta e suo paziente. Altre si avvalgono di tecniche apparentemente razionali e miracolose, come la comunicazione facilitata e la programmazione neurolinguistica, o anche sul concetto dello sfogo libero e incontrollabile, basato sulla teoria che ‘manifestare le proprie emozioni risolva molti problemi, sia intrapsichici che intrapersonali’.

Le teorie alla base delle terapie folli analizzate nel libro sono accomunate dall’approccio a ‘taglia unica’: ovvero i terapeuti adottano un atteggiamento per il quale operano come se ci fossero una sola causa e una sola risoluzione per tutti i problemi.

Altro assunto su cui si basano tali terapie è il potere narcisistico ed economico che il terapeuta stesso acquisisce nei confronti della propria utenza.

Le autrici ripercorrono ciascuno di questi nuovi interventi curativi pseudoscientifici, evidenziandone i limiti e i danni sull’utenza, anche attraverso racconti di esperienze dirette.

Il libro, con prefazione del Prof. Paolo Michielin è rivolto agli psicologi, agli psicoterapeuti, ai medici e a tutti gli operatori della salute in generale. Ma soprattutto, per la chiarezza espositiva circa i reali limiti tra terapie ‘scientificamente accettate’ e quelle ‘folli’ e tra i vari ruoli e competenze dei professionisti della salute mentale, si propone come ottimo strumento di conoscenza per tutti coloro che possono aver bisogno di un trattamento psicoterapico, al fine di meglio orientarsi nel ‘mercato’ degli approcci e delle tecniche proposte nei tempi odierni.

L’ultimo capitolo in particolare offre anche importanti strumenti su come valutare il servizio proposto dallo psicoterapeuta scelto ed anche a quali istituzioni rivolgersi per approfondire l’argomento, onde evitare di cadere in esperienze a rischio di delusione, se non di vera e propria truffa o raggiro.

http://www.osservatoriopsicologia.it/2009/03/12/psicoterapie-%E2%80%9Cfolli%E2%80%9D-conoscerle-e-difendersi/

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