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Lorita Tinelli

Prefiero morir de pie a vivir arrodillado – Il Che

di Janja Lalich, Ph.D

Foto di Janjia Lalich

 

Sono stata membro di un culto nel 1975, quando avevo 30 anni. L’anno precedente ero tornata negli Stati Uniti dopo aver trascorso quasi quattro anni all’estero, dove ho vissuto una vita serena su un’isola nel Mediterraneo, al largo delle coste della Spagna. Se qualcuno mi avesse detto che entro un anno sarei stata coinvolta e impegnata totalmente in un culto, avrei riso. Non io! Ero troppo indipendente, troppo testarda, amante del divertimento e della libertà.
Ma ci sono cascata al San Francisco Bay Area e in poco tempo sono stata abilmente reclutata in un gruppo che predicava marxismo e femminismo e la passione per la classe operaia.
Mi è stato detto che, a differenza di tutti gli altri gruppi di sinistra, noi eravamo guidati da donne e che il nostro capo era brillante e della classe operaia. Mi è stato detto che non avrebbe seguito la linea politica di qualsiasi altro paese, ma che avrebbe creato il nostro marchio del marxismo, la nostra rivoluzione proletaria femminista, non saremmo stati rigidi, dogmatici, sessisti e razzisti. Eravamo il  nuovo e diversi,  una forza d’elite. Stavamo andando a rendere il mondo un posto migliore per tutti.
La realtà, naturalmente, era che il nostro lavoro pratico ha avuto poco o nulla a che fare con gli ideali della classe operaia o con i suoi obiettivi. Il nostro leader era una persona incorreggibile, megalomane  e incontrollabile, era alcolizzata, arbitraria e quasi sempre arrabbiata. La nostra organizzazione, con la parola democrazia in evidenza nel suo nome non aveva molto a che fare; era ultra-autoritaria, completamente orientata dall’alto verso il basso, senza interessi verso una critica di alcun genere. Le nostre vite erano caratterizzate da 18 ore al giorno di lavoro commerciale  e sessioni di denuncia. Il nostro mondo è duro, sterile e non gratificante. Siamo stati impegnati e sognatori idealisti che sono stati ingannati a pensare che tali condizioni di costrizione sono necessarie per trasformarci in combattenti. Ci hanno insegnato che eravamo “impreparati” e che avremmo dovuto seguire tutte le direttive del nostro leader che sapeva tutto. Non abbiamo mai messo in discussione gli ordini o le contraddizioni del nostro leader. Ci è stato insegnato a temere il mondo esterno, che, ci hanno detto, voleva evitarci e punirci; piuttosto il rifiuto e la punizione erano più evidenti dentro il gruppo, ma noi accecati dalla nostra fede, dal nostro impegno e dalla fatica,coinvolti dalle tecniche di controllo, non vedevamo, ma ci adeguavamo rapidamente  alle pressioni e imparavamo  a razionalizzare dubbi o apprensioni.
Rimasi in quel gruppo per 10 anni.

 

Chi sono io?
Quando sono uscita dal culto, all’inizio del 1986, ho dovuto iniziare una nuova vita. Ero un decennio indietro in tutto. Entrambi i miei genitori erano morti  e avevo perso il contatto con vecchi amici. Ho dovuto ricominciare tutto da capo, per così dire, culturalmente, socialmente, economicamente, emotivamente e intellettualmente. Ma la cosa più importante di tutte, ho dovuto riparare la mia anima. Chi ero io? Come potevo aver commesso tanti atti cattivi, mentre ero nel gruppo? Qual era la mia appartenenza ora? Cosa credevo in  questo momento? Sarei mai riuscita a risanare la mia fiducia in me stessa e negli altri? Questi sono i tipi di domande e dilemmi che mi hanno turbato. Nel corso del tempo, e più di recente attraverso il mio contatto e lavoro con ex membri di molti tipi di culti, sono venuta a conoscenza che l’aspetto più comune di tutte le esperienze in un culto è quello dei danni alla psiche.

 

Creazione di una nuova personalità
Tutti i culti, non importa come siano organizzati, sono una variazione sul tema del loro comune denominatore, ovvero  l’uso di persuasione coercitiva e controllo del comportamento senza la conoscenza della persona che viene manipolata. Essi  vogliono gestire (ed eventualmente attaccare, smontare e riformulare secondo l’immagine desiderata dal culto), l’io più profondo di una persona. Portano via te e ti restituiscono una personalità del culto, una pseudo-personalità. Essi vi puniscono per trasformare il vecchio e vi premiano quando siete cambiati. Prima che tu te ne renda conto, non sai chi sei e come ci sei arrivato, si conosce solo (o ti hanno addestrato a credere) che si deve stare lì. In un culto totalitario vi è un solo modo di pensare, una strada di mattoni gialli per servire i  capricci del leader e i suoi desideri, siano essi il potere, il sesso, o il denaro.
Quando ero nel mio culto, ho così voluto disperatamente credere di aver trovato  finalmente la risposta alle mie domande. La vita nella nostra società di oggi può essere difficile, confusa, scoraggiante, avvilente, allarmante e spaventosa. Qualcuno con una lingua alternativa e un buon progetto può a volte sembrare offrire una soluzione. Nel mio caso mi è stata proposta una soluzione politica per realizzare il cambiamento sociale. Per qualcun altro, la messa a fuoco può essere sulla salute, una dieta, la consapevolezza psicologica, l’ambiente, le stelle, un essere spirituale, o anche la promessa di farlo diventare un uomo d’affari di maggior successo. Il punto cruciale è che i leader dei culti sono abili a convincerci che ciò che hanno da offrire è speciale, reale, unico nel suo genere e per sempre e che  l’adepto non sarebbe in grado di sopravvivere fuori dal culto.

Il senso della fede di una persona è così caro, così profondo e così potente, in ultima analisi, è la fede ad aiutare la persona a legarsi al culto. E’ la colla usata dal culto per creare la dipendenza. E’il nostro cuore, la stima  in noi stessi e il nostro impegno, è la nostra stessa fede nel genere umano e nel mondo che viene sfruttata e abusata e rivolta contro di noi dai culti.

 

Riparare l’Anima
Quando una persona interrompe, infine, un rapporto cultuale, è l’anima, allora, che ha più bisogno di riparazioni. Quando si scopre un giorno che il proprio guru è un ciarlatano, che i “miracoli” non sono altro che giochi di prestigio, che le vittorie del gruppo e le realizzazioni sono invenzioni di un sistema interno di relazioni pubbliche, che il proprio insegnante santone  rompe il celibato dichiarato con ogni giovane discepolo, che le connessioni del gruppo con i neofiti sono inesistenti, quando consapevolezze come queste vi saranno chiare, ci si trova di fronte a quello che molti hanno definito un “stupro spirituale”.  Sia che la vostra esperienza nel  culto sia di tipo  religioso o laico, la realizzazione dell’enorme perdita e del tradimento tende a causare un profondo dolore. Di conseguenza, successivamente, molte persone sono inclini a respingere tutte le forme di fede. In alcuni casi, può richiedere anni il superamento della delusione, e imparare non solo ad avere fiducia nel proprio sé interiore, ma anche a credere in qualcosa di nuovo.
C’è anche una difficoltà relativa alla fastidiosa e persistente sensazione di aver commesso un errore nel lasciare i gruppi, temendo  forse che gli insegnamenti siano veri e che il leader sia giusto. Forse la colpa è del fuoruscito che non è riuscito a capire. I culti sono così abili a manipolare certe emozioni e gli eventi, in particolare, la meraviglia, lo stupore, la trascendenza e il  mistero (questo è a volte chiamato “manipolazione mistica”) e per il desiderio umano di credere un ex membro del culto può in qualche modo continuare a credere a quanto ascoltato anche dopo aver lasciato il gruppo. Per questo motivo, molte persone oggi passano da un culto ad un altro, o entrano ed escono dallo stesso gruppo o relazione (fenomeno noto come il “salto nel culto”). Poiché ogni persona ha bisogno di qualcosa in cui credere,  in una filosofia di vita, un modo di essere, una religione organizzata, un impegno politico, o una combinazione di tutti questi fattori,  sistemare queste questioni di fede tende a divenire un grande sforzo dopo un’esperienza cultuale.

 

A cosa credere ora?
Dal momento che il  coinvolgimento in un culto è spesso uno sfortunato tentativo di vivere una qualche forma di credenza personale, il processo per capire a cosa credere una volta che si è i lasciato il culto può essere fornito da disquisizioni sul sistema ideologico del culto stesso. Si deve fare una valutazione della filosofia del gruppo, degli atteggiamenti e della sua visione del mondo; bisogna provare a produrre una propria definizione,  nella propria lingua e  non in quella del culto. Poi bisogna verificare  come questo si rapporta con la pratica quotidiana del culto o  con quello che ora sappiamo sul gruppo.

Per alcuni, potrebbe essere utile tornare indietro e ricercare il sistema spirituale o filosofico che è stato proposto prima del coinvolgimento totale nel culto. Attraverso questo processo si sarà in grado di valutare meglio ciò che è reale e ciò che non lo è, ciò che è utile e ciò che non lo è, ciò che è la distorsione e cosa non lo è. Avendo una base di confronto, si sarà in grado di mettere in discussione ed esplorare aree di conoscenza o le convinzioni che sono state senza dubbio sistematicamente rese inaccessibili  a voi, mentre eravate nel culto.

La maggior parte delle persone che vengono da una esperienza cultuale rifuggono dalla religione organizzata o da qualsiasi tipo di gruppo organizzato per qualche tempo. Io generalmente incoraggio le persone a prendersi del tempo prima di scegliere un’altra religione o un altro coinvolgimento in un  gruppo. Come in ogni relazione intima, la fiducia è reciproca e deve essere guadagnata.
Dopo un’esperienza di culto, quando ti svegli per affrontare il profondo vuoto, il più scuro buco, il più forte grido di terrore interno per l’inganno e il tradimento, io posso solo offrire speranza, dicendo che nel confronto con la perdita, si trova la realtà. E quando la tua anima è guarita, rinfrescata, e libera dalla schiavitù, dall’incubo delle bugie e dalle manipolazioni del culto, la realtà porta un nuovo percorso, un percorso valido di un cammino verso la libertà e l’integrità.

Janja Lalich è una esperta di  informazioni sui culti e consulente in Alameda, CA. E ‘co-autrice con Margaret Singer del libro Cults in Our Midst: La minaccia nascosta nella nostra vita quotidiana (Jossey-Bass, 1995). La signora Lalich è anche membro di comitati consultivi dell’AFF e membro  editore di The Cult Observer.

Questo  articolo, un po ‘modificato qui, fu pubblicato per la prima volta nel CSNetwork Magazine, primavera 1996, pp 30-33.

 

 

Traduzione di Lorita Tinelli

Avvertenza: Questa traduzione non è stata realizzata da traduttori professionisti, pertanto ci scusiamo per eventuali errori.

Gli articoli apparsi su questo blog possono essere riprodotti liberamente, sia in formato elettronico che su carta, a condizione che non si cambi nulla e  che si specifichi la fonte

Un culto può essere sia un gruppo sociale fortemente limitato o un movimento sociale diffuso tenuto insieme attraverso un impegno comune per un leader carismatico. In esso può essere difeso un sistema trascendentale di  convinzioni (spesso ma non sempre di natura religiosa), che include una chiamata per una trasformazione personale. Esso inoltre richiede un alto livello di impegno personale dei suoi membri, mediante parole e azioni.

Questa definizione non vuole essere valutativa, nel senso di implicare che un gruppo possa essere buono o cattivo, benigno o dannoso. Piuttosto con essa di  intende trasmettere una visione sistemica di tale gruppo, che è composta da un rapporto carismatico, una promessa di compimento, e una metodologia con cui raggiungerlo.

I “Culti” differiscono nella loro ideologie dominanti  e nelle loro esigenze specifiche, pratiche e comportamentali; un singolo gruppo può anche cambiare nel corso della sua vita o in sedi diverse. Questi gruppi si fondano  su un continuum di influenza (l’influsso di un gruppo particolare sui suoi membri e sulla società, e viceversa) e un continuum di controllo (da meno invasivi a onnicomprensivi).

I “Culti” possono essere distinti da altri gruppi non-tradizionali, per esempio, sette religiose o politiche, gruppi  di frangia o alternativi o movimenti, comuni e comunità, perché orientati da ideologie intense e richieste di impegno totale di almeno alcuni dei membri. Ogni gruppo deve essere osservato e giudicato per i suoi meriti e le proprie pratiche e comportamenti come se si rientra in questo tipo di categoria, che non vuole essere sprezzante o unilaterale.
I “Culti” sono spesso totalitari e separatisti. Alcuni culti sono totalitari quando sono esclusivi nel la loro ideologia (sacro, l’unico modo) e di imporre i loro sistemi di controllo sociale che sono confinanti e all-inclusive (che comprende tutti gli aspetti della vita). Alcuni culti sono separatisti quando promuovono ritiri dalla società.

La gente in questi culti tende a
1. Sposare un onnicomprensivo sistema di credenze
2. Mostrare devozione eccessiva e  dipendenza nei confronti dei proprio “perfetto” leader
3. Evitare le critiche sul gruppo, sul suo leader  e sul le sue pratiche
4. Avere un atteggiamento di disprezzo per i non affiliati
Spesso, le caratteristiche totalitarie e separatiste di alcuni culti li fanno apparire estranei e minacciosi, e sono queste le caratteristiche  che hanno attirato grande attenzione dei mass media.

Questo articolo è tratto da Bounded Choice: True Believers and Charismatic Cults by Janja Lalich (University of California Press, 2004). Copyright 2004

 

Traduzione della Dr.ssa Lorita Tinelli

 

SEGNALAZIONE

Gentile Redazione di OPM, ho di recente letto un articolo che parlava di uno  psicoterapeuta che avrebbe molestato sessualmente una sua paziente e ho visto  nel corso di quest’anno due servizi delle Iene  su fatti analoghi  che vedono coinvolto un altro professionista. Questi episodi mi preoccupano un pò, io ho da poco iniziato una psicoterapia individuale con uno psicoterapeuta  che mi è stato consigliato da un’amica e leggendo e guardando questi servizi  sono rimasta sconcertata dal fatto che questi professionisti, ai quali ci si è  rivolti per essere aiutati, abbiano utilizzato in realtà le loro competenze e  il rapporto di fiducia instaurato con le pazienti per appagare i loro bisogni,  arrivando ad arrecare ancora più sofferenza a queste donne. Mi chiedo come possano accadere cose del genere e come può una paziente capire quando uno  psicoterapeuta sta oltrepassando i limiti del suo mestiere e cosa fare per  evitare di essere coinvolti in questi fatti.

Vi riporto i link dei servizi di cui ho parlato

http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Cronache_e_politica/Abusi-sessuali-arrestato-psicoterapeuta/03-12-2010/1-A_000146780.shtml

http://www.irpinianews.it/Cronaca/news/?news=79536

http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/163258/trincia-uno-psichiatra molestatore.html (video di aprile 2010)

http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/182248/trincia-psichiatra-molestatore.html (video di settembre 2010)

Lettera Firmata

COMMENTO DELLE DR.SSE IMMACOLATA PATRONE E LORITA TINELLI

… lo scopo della formazione non è quello di trasformare l’analista

in un cervello meccanico capace di produrre interpretazioni

in base ad una procedura puramente intellettuale,

ma piuttosto di metterlo in condizione di

sostenere i sentimenti che vengono suscitati in lui

invece di liberarsene (come fa il paziente) (Heimann, 1950)

Dalla lettera della nostra segnalante traspare sorpresa, preoccupazione e timore, suscitati dalla lettura di una notizia di presunti abusi sessuali da parte di uno psicoterapeuta su una sua paziente/cliente e dalla visione di due filmati della trasmissione televisiva “Le Iene”, nei quali vengono riportate testimonianze  di molestie a carattere sessuale perpetrati  ai danni di ragazze  che si sono rivolte al medesimo psicoterapeuta.

Non entriamo nel merito dell’identità dei professionisti coinvolti in tali documenti segnalatici né in quella della veridicità delle notizie riportate dai mass media. Tale compito spetta alle autorità preposte alle indagini.

Appare assurdo alla nostra scrittrice, come a molte altre persone, che un professionista che dovrebbe aiutare coloro  che a lui si rivolgono per superare traumi, periodi dolorosi, difficoltà di carattere psicologico, possa rendersi colpevole di tali atti deprecabili.

Occorre precisare che questi casi sono rari ma comunque possibili, com’è possibile in qualsiasi professione o mestiere imbattersi in professionisti che non solo non rispettano il codice deontologico, ma che a volte si rendono colpevoli di veri e propri reati, utilizzando in modo manipolatorio  le competenze acquisite. Già nel 1990 negli USA fu pubblicato un libro, dal titolo ‘Sexual intimacies between psychotherapist and patients (Lerman. 1990) in cui, forse per la prima volta, si tentava di analizzare un fenomeno di cui si parlava molto poco, ma che, evidentemente, era presente, anche se in minima percentuale, in alcune relazioni medico-paziente. In uno studio successivo (Schoener et al. 1990) gli autori asserivano che, sempre negli USA, un’indagine realizzata su 8000 tra psicologi e psichiatri evidenziava come il 10% di loro avesse ammesso di aver avuto contatti sessuali con i loro pazienti (tali contatti erano descritti come: baci, abbracci, carezze e rapporti sessuali veri e propri).

Nei video delle “Iene” sono purtroppo evidenti, dai racconti delle pazienti/clienti e dalle affermazioni del terapeuta, fatti che presumibilmente riporteranno alla formulazione di reati.

In tali casi, infatti,  non solo c’è violazione del codice deontologico ma probabilmente si è di fronte  ad una persona con delle gravi problematiche psicologiche non risolte, che riversa nella sua professione a danno dei suoi utenti, facendo leva sulle loro fragilità, trincerandosi dietro la veste di professionista per difendere il suo comportamento e insinuando sensi di colpa nelle sue pazienti (meccanismi attraverso i quali si agisce “manipolazione psicologica”), o più semplicemente si è di fronte ad una persona in malafede che ha da tempo svestito i panni del professionista o non li ha mai veramente indossati.

Nessuno psicoterapeuta serio e psicologicamente “sano” toccherebbe o richiederebbe toccamenti intimi alle sue pazienti, né farebbe telefonate erotiche o richieste di chattare via internet con ragazze nude. Il forte imbarazzo delle ragazze, il desiderio che quell’ora passasse in fretta, il senso di costrizione e di repulsione provati, sono spie di un malessere crescente e della sensazione di trovarsi di fronte a comportamenti sospetti.

Tutto ciò, ovviamente, non appartiene alla sfera della psicoterapia ma a quella della manipolazione e del reato. Margaret Singer e Janjia Lalich (1998) nel loro libro “Psicoterapie Folli” affermano che tali coinvolgimenti sessuali non fanno parte di relazioni clandestine consensuali, ma sono rapporti incoraggiati all’interno di una relazione impari, in cui uno dei due membri (il terapeuta) ha più potere sull’altro e lo esercita in modo manipolatorio, arbitrario e dannoso per il suo paziente/cliente. Egli anziché definire limiti sicuri e ‘sani’ all’interno del rapporto terapeutico, ignorando la deontologia, sottomette i suoi pazienti, inducendoli a fare tutto quello che desidera, in qualità di figura autorevole.

Il primo passo che egli compie è quello di approfittare della loro fragilità facendo leva su di esse, per creare uno stato di dipendenza totale che gli è utile per iniziare ad indurre nel suo paziente le sue idee, i suoi bisogni  e i suoi desideri personali. La Singer e la Lalich affermano che, in alcune occasioni, il terapeuta viene supportato nel suo progetto anche grazie alla pressione esercitata dagli altri clienti sul nuovo paziente, specialmente nei contesti di terapia di gruppo. L’idea che il terapeuta impone al/la suo/a paziente/cliente è che fare sesso con lui fa bene. Se il/la paziente si ribella il terapeuta fa cadere su di lei/lui il biasimo, utilizzando anche riferimenti teorici ad interpretazione del diniego del paziente nel percorrere la strada che lui asserisce essere quella più idonea alla sua guarigione. In diverse occasioni il terapeuta arriva anche a cacciare il/la proprio/a cliente e quest’ultimo/a arriva, a volte, persino ad implorarlo di non interrompere quel “rapporto professionale” seppur malato, e ad adeguarsi alle indicazioni del terapeuta, segnali questi del legame perverso instauratosi, che vede il paziente succube del suo terapeuta.

Alcune ricerche condotte negli anni ‘80 negli USA, hanno dimostrato che una percentuale compresa tra il 33 e l’80% dei terapeuti che avevano incoraggiato relazioni sessuali con le loro pazienti, avevano manifestato la tendenza a farlo con più clienti. (Gartrell e al. 1989).

Da uno studio realizzato su 400 persone abusate sessualmente dai loro terapeuti, Margaret Singer ha identificato alcuni elementi ricorrenti nelle terapie in cui si sviluppano relazioni sessuali tra terapeuta e paziente (1998).

In generale:

1)   Il terapeuta che commette abusi appare ‘poco competente’ dal punto di vista professionale; tende a parlare di se stesso in terapia e dei suoi personali bisogni e manifesta un grado leggero o medio di narcisismo.

2)   Ha la convinzione egocentrica e semplicistica di essere al di sopra della legge e dei limiti che il suo codice deontologico gli impone. In tal caso riesce a convincere i propri clienti che non è lecito avere rapporti sessuali o intervenire nella vita dei loro clienti, ma lui può farlo perché ‘sa come gestire quella relazione’.

3)   Il terapeuta non effettua una diagnosi sul proprio paziente, ma imposta il trattamento in base alle sue personali teorie preferite, senza peraltro costruire un progetto chiaro di trattamento.

4)   Non rispetta la riservatezza, ma parla alla sua cliente anche dei problemi di altri clienti, iniziando un rapporto di confidenza tanto da farla sentire speciale.

5)   Non è in grado di riconoscere gli elementi del transfert e del controtransfert.

Una manipolazione di dinamiche psicologiche, all’interno del setting terapeutico o in altri contesti , può portare la ‘vittima’ a percorrere tre diversi stati emotivi e comportamentali:

1)   Incredulità, in quanto essa non può credere a ciò che sta accadendo né a ciò cui vorrebbe portarla a fare il suo terapeuta.

2)   Difesa, la vittima tenta di difendersi anche energicamente, ma percepisce il potere del suo terapeuta come fortemente presente e inizia a vivere il suo rapporto ambivalente con lui con tanti sensi di colpa. Del resto il terapeuta è la figura che ha scelto per essere aiutata e non può farle del male.

3)   Depressione, alla fine la vittima si convince che il suo terapeuta, non può non aver ragione, si rassegna, manifestando una sempre maggiore vulnerabilità e dipendenza.

L “effetto finale” è che tali modalità di azione rischiano di danneggiare il destinatario, o il paziente in questo caso, di confonderlo, portandolo ad instaurare forti rapporti di dipendenza, di inadeguatezza  e, di segnarlo per sempre. Come conseguenza, la persona abusata, ha anche messo a rischio le sue relazioni esterne e, quindi, la sua vita.  Le stesse Singer e Lalich (1998) affermano che a questo punto la disperazione e il peggioramento della salute mentale della cliente, portano il terapeuta a non ritenerla più una ‘persona divertente’ . Egli, temendo qualche reazione da parte del marito, amico o parente della sua cliente, o che della relazione possano venire a conoscenza i suoi colleghi, chiude bruscamente il rapporto ‘professionale’, aggiungendo altri problemi alla cliente, dovuti ad una interruzione improvvisa di un rapporto malato. Non sono rari i casi in cui qualcuna ha anche tentato il suicidio.

Al di là di questi spiacevoli fatti di cronaca, vorremmo comunque sottolineare la correttezza e la preparazione  della grande maggioranza dei professionisti della salute e  soffermarci sulle peculiarità tipiche del lavoro psicoterapeutico, che lo differenziano da tutti gli altri. Lo psicoterapeuta, a differenza di altri professionisti, lavora con  una materia molto complessa e delicata, la psiche umana, e per far ciò instaura un rapporto forte e psicologicamente coinvolgente con il paziente/cliente. La relazione psicoterapeutica, in quanto appunto relazione, prevede dinamiche bidirezionali di coinvolgimento,  essa prevede da parte del paziente/cliente  una motivazione ad intraprendere e proseguire il percorso terapeutico, la disponibilità a mettere a nudo la propria anima, a raccontare se stesso, la sua vita relazionale, la sua vita interiore, la disponibilità a fidarsi e ad affidarsi alle “cure” del professionista.

Lo psicoterapeuta, da parte sua, si  assume la responsabilità di prendere in carico il proprio cliente, di accoglierne la domanda, di accogliere e contenere empaticamente le emozioni, i sentimenti, le sofferenze, i conflitti e di elaborarne insieme a lui i significati profondi, ma non solo, egli porta ineluttabilmente nella relazione terapeutica se stesso, le sue caratteristiche di  personalità, la sua storia di vita, le sue emozioni, i suoi sentimenti. Un buon percorso di studio, di supervisione e di formazione, anche psicoterapeutica individuale, alla quale sarebbe auspicabile che qualunque scuola di formazione indirizzasse i suoi allievi aspiranti psicoterapeuti, dovrebbe consentire al professionista di gestire al meglio le dinamiche transferali (ciò che il paziente proietta sul terapeuta e nella terapia)  e controtransferali (“ciò che insorge nel terapeuta per l’influsso del paziente sui suoi sentimenti inconsci”, Freud ),  che inevitabilmente emergono nel corso di un processo terapeutico, e di analizzarle all’interno del setting terapeutico insieme al suo paziente/cliente, al fine di coglierne i significati profondi e  renderle agenti propulsivi di crescita e cambiamento.

Al contrario la negazione, la mancata elaborazione o il rifiuto di dinamiche transferali, (possono verificarsi, per esempio, anche casi d’infatuazione o innamoramento del paziente o della paziente nei confronti del proprio terapeuta) potrebbero rappresentare non solo una rottura del rapporto terapeutico ma un ulteriore ferita o trauma alla psiche dei pazienti/clienti.

Non solo emozioni e sentimenti positivi possono essere oggetto di proiezione sul terapeuta o sul paziente, ma anche sentimenti ed emozioni negative. Questi ultimi sono spesso più difficili da accettare ed elaborare e richiedono anch’esse un’elaborazione reciproca paziente-terapeuta all’interno del percorso terapeutico. Alcuni studi recenti (Galeazzi, G. M. and P. Curci, 2003; Curci P., G.M. Galeazzi and C. Secchi, Ed 2003;  Galeazzi, G.M., K. Elkins and P. Curci, 2005) hanno, per esempio, evidenziato alcuni effetti negativi che possono ripercuotersi sulla figura del terapeuta. Sembrerebbe difatti che  la categoria vittimologica  più a rischio di atti di aggressività o molestia da parte di pazienti/clienti, risulta essere proprio quella dei professionisti dell’aiuto. I due autori hanno evidenziato come su 108 tra psichiatri, psicologi e specializzandi osservati, il 20% di loro avesse subìto per almeno un mese una campagna di stalking da parte di pazienti con cui erano entrati in contatto professionale.

Per lo psicoterapeuta ben formato, dovrebbe essere più facile non solo riconoscere queste dinamiche in se stesso e nell’altro, ma anche accettarle e gestirle nella maniera più efficace, nella relazione con il paziente.

La reciprocità delle dinamiche transferali e controtransferali nella relazione terapeutica è ben sintetizzata dalla Heimann (1950) quando afferma: “ la risposta emotiva dell’analista nei confronti del paziente, nella situazione analitica, rappresenta uno dei più importanti strumenti del suo lavoro. Il controtransfert è uno strumento di ricerca nell’inconscio del paziente… Non è stato sufficientemente delineato che si tratta di una relazione tra due persone. Ciò che distingue questa relazione dalle altre non è la presenza di sentimenti in un partner, il paziente, e l’assenza nell’altro, l’analista, ma, soprattutto, l’intensità dei sentimenti provati e l’uso che se ne fa, giacché questi fattori sono interdipendenti”.

- Curci P., G.M. Galeazzi and C. Secchi (Ed). (2003). La sindrome delle molestie assillanti (stalking). (pp. 157-168). Turin: Bollati Boringhieri. SEE BOOK.

- Galeazzi, G.M., K. Elkins and P. Curci (2005). “The stalking of mental health professionalsby patients.” Psychiatric Services 56:137-138.

- Galeazzi, G. M. and P. Curci (2003). Le Molestie Assillanti nella relazione terapeutica in psichiatria.

- Gartrell N. et al (1989), “Prevalence of psychiatrist-patient sexual contact”. In G.O. Gabbard (a cura di), “Sexual exploitation in professional relationships”, Washington, DC, American Psychatric Press

- Heimann P. (1950), On Countertransference, International Journal of Psychoanalysis.

- Lerman H. (1990), “Sexual intimacies between psychotherapist and patients: An annotated biblioghraphy of mental healt, legal and public media literature and legal cases”, Washington, DC, American Psychological Association

- Schoener G. R. et al (1990), “Psychotherapist sexual involvement with clients: intervention and prevention”, Minneapolis

- Singer M.T. e Lalich J. (1998) Terapie indecenti in “Psicoterapie Folli”, Edizioni Erickson

PARERE DEL PROF. GIROLAMO LO VERSO

I) Premetto che il fenomeno, quantitativamente, non sembra molto diffuso ma che risuona molto per la sua odiosità. Premetto, altresì, che qui non è in discussione la sessualità in sé, che è un valore di vita assolutamente positivo. La sessualità, l’eros, come rapporto consenziente tra adulti è, in ogni sua forma, libertà, vitalità e reciprocità. La cosa diventa orrenda quando tale consensualità viene meno per lasciare il passo all’uso ed all’abuso ed alla  manipolazione. Il capoufficio (ma oggi inizia anche al femminile), il docente universitario  o il politico (a livelli più giovanili entriamo nella pedofilia) o il professionista della salute che con lusinghe di carriere, voti, con intimidazioni e manipolazioni, richiede prestazioni sessuali è equiparabile allo stupratore, e forse è ancora più viscido. Il problema, come dicevo, non è certo il sesso in quanto tale. Già, ma allora perché l’abuso è distruttivo e patologico? Perché si esce dallo scambio e dalla condivisione relazionale, dal gioco condiviso e collusivo, dalla ricerca comune di piacere e complicità e si passa alla dimensione del piacere extra-erotico. Foucault aveva ben individuato che la sessualità è un grande potere (è stata la rivincita del femminile insieme alla maternità). Essa, tuttavia, resta fisiologica quando questo potere resta all’interno della sessualità. La seduzione è uno dei motori del mondo. Il se-durre, il portare a sé, sono il gioco uomo-donna ( e non solo) con cui vive l’umanità. Non è un caso che dai nostri studi sulla “psiche mafiosa” è emerso che in questo mondo la sessualità è quasi inesistente e “cumannari è mugghi ri futtiri” (il potere è meglio dello scambio erotico) e l’omofobia è violentissima.

La cosa cambia quando, in qualche modo, si ha a che fare con forme di manipolazione e costrizione che utilizzano strumenti di potere non sessuali. Il problema si pone come particolarmente grave dove ci sono situazioni di squilibrio. Particolare “scandalo” hanno dato, ad esempio, il diffuso (ed ancora poco studiato) fenomeno dei preti pedofili o quello dei potenti politici, per di più malati di prostata, che “comprano” ragazzine a loro volta disponibili a “farsi comprare”, o l’abuso sessuale nelle professioni in cui qualcuno affida i propri problemi e debolezze all’altro, come in medicina o in psicoterapia. Molti anni fa, in quello che forse fu il primo studio semi-empirico che noi abbiamo fatto sulla psicoterapia, con il professore Profita studiammo il lavoro dei maghi. Cercando di vedere che differenza ci fosse tra loro e gli psicoterapeuti. Ne trovammo solo una: l’elaborazione della dipendenza. I maghi, infatti, subiscono una qualche selezione, fanno un training (a volte, più approfondito di quello di alcune scuole), hanno un setting. Lavorano, però, per indurre dipendenza e sottomissione devota. Utilizzano anche, ahimè, molto bene, i fenomeni gruppali (i clienti in sala d’aspetto) per aumentare il loro carisma e la fama di guaritori onnipotenti. Non a caso, soprattutto classicamente, se il mago è un uomo e la cliente una donna giovane, questo sfocia spesso in agiti di tipo sessuale. Già allora ci chiedevamo, però, quanti psicoterapeuti realmente lavorassero per elaborare e superare la dipendenza? Ciò può avvenire o “indossando il camice” e cioè con un atteggiamento di separazione ed un rapporto asettico, o con un’elaborazione di tipo analitico sulla relazione ed i processi transferali. Personalmente ho radicalizzato questo punto proponendo di integrare l’elaborazione freudiana sul transfert e sul controtransfert (ciò che nel terapeuta risuona di ciò che il paziente mette in lui) con quella sul co-transfert (inizialmente proposto dalla scuola di Napolitani). Indico con questo termine ciò che il terapeuta mette, di suo, nella relazione. Per quanto “ben analizzato”, come si dice, il terapeuta ha una sessualità, una cultura, una storia personale, dei bisogni, ecc. Tutto questo non può, non deve, a mio avviso, essere depurato o neutralizzato. La relazione è lo strumento principale per effettuare psicoterapia. Solo una persona ne può curare un’altra. Entrano, però, in ballo cose come la trasparenza relazionale[1], l’etica e la capacità di auto-svelamento del terapeuta, in primo luogo a se stesso. Senza tutto ciò i rischi di manipolazione dell’altro sono sempre presenti. Solitamente, per fortuna, non portano ad agiti sessuali ma, comunque, portano ad inadeguatezza del lavoro di cura. Come possono i pazienti difendersi in questa situazione, vista anche la scarsa attenzione a queste tematiche da parte degli ordini professionali (tranne nei casi eclatanti), delle commissioni ministeriali e delle scuole, delle società scientifiche e delle università? In primo luogo, va verificato che lo psicoterapeuta sia realmente tale, sia formalmente che informalmente (un’infinità di persone fanno cose che richiederebbero invece una psicoterapia professionale), che la formazione e l’esperienza  di questi professionisti sia robusta e qualificata, fatta in scuole serie che propongono un’etica della cura all’interno di modelli chiari, verificati e rigorosi. Ci sono anche formazioni che sono quasi per corrispondenza purché si paghi e “scuole” che non hanno mai fermato un allievo nemmeno se questi ha nuclei psicotici. È stato, comunque, noto il caso di un “filosofo” che faceva “l’analista” e che veniva “assaltato” dalle pazienti. Potenza del transfert (o della manipolazione) visto che pare fosse assai bruttino ma, soprattutto, malato di narcisismo. È anche da valutare se le eventuali denuncie sono più una patologia della relazione che un reale abuso, dove quindi la “colpa” è più nell’incompetenza professionale che nelle molestie. Senza dimenticare il rischio di ingiuste diffamazioni, (una volta è realmente successo, come ho), come ho potuto verificare in qualche perizia.

Detto questo, va anche ricordato che, nel campo della psicoterapia, l’Italia è piena di professionisti seri, di studiosi attivi ed attenti, di persone che hanno fatto una seria formazione e la cui deontologia professionale è elevata. Il tema degli agiti sessuali ne rilancia un altro: quello della cura personale del terapeuta. Su questo ci sono almeno due soluzioni (escludendo quegli intrattenimenti chiamati “analisi” che consistono in 50 ore di discussione fatte all’interno della stessa scuola, un utile momento maturativo che però non può però essere considerato come un’analisi personale che curi il futuro curante.). Una è quella analitica: solo l’analisi personale può consentire una conoscenza degli aspetti inconsci di sé che eviti gli agiti seduttivi e manipolativi o, comunque, incontrollabilmente narcisistici del terapeuta (aggiungo che ciò è ancora più rilevante nei setting di gruppo per la loro forma e radicalizzazione relazionale). L’altra è quella degli orientamenti cognitivi e sistemici nei quali la relazione è cura dell’altro e sull’altro ( quasi di tipo medico pur con epistemologie e diagnostiche assai diverse) e quindi il problema è che ciò sia professionalmente ben impostato e funzionale). Sono posizioni rigorose entrambe, purchè si definiscano con chiarezza tempi, limiti e obiettivi di ogni trattamento. Ad esempio, una terapia breve non è gestibile con la relativa non direttività analitica e viceversa, una lunga implica la gestione di processi relazionali e transferali profondi. Come si vede, il problema porta alla gestione dell’etica che implica consapevolezza delle metodologie adoperate rispetto agli obiettivi, di sé e del proprio mondo interno ed emotivo rispetto alla relazione, della centralità della vita e della sofferenza dei pazienti, delle possibilità e limiti della formazione, dei propri bisogni psichici (e non solo) che entrano in ballo nel lavoro di cura. Implica l’umiltà di chiedere aiuto a colleghi senior in caso di difficoltà e l’attenzione profonda ed eticamente rigorosa di una comunità professionale che non può stare a guardare le cose non deontologiche che accadono. A mio avviso, in realtà, più spesso ci sono problemi nella mancata cura o nella gestione narcisistica della relazione, che nelle molestie sessuali agite fisicamente. A mio avviso, la formazione alla competenza relazionale ed alla conoscenza di sé e quella all’etica professionale vanno di pari passo.

II) Come accennavo, sin da Freud si è ritenuto che fosse centrale la cura preliminare di se stessi per poter effettuare un lavoro psicoterapico. In maniera più laica ciò che resta, a mio avviso, fondamentale, si sta allargando oggi anche alle più serie scuole non analitiche. La psicoterapia, soprattutto se non breve, si basa su processi che definisco di co-transfert e cioè, di ciò che il paziente ed il terapeuta mettono nella relazione di se stessi, del proprio mondo familiare interno, della propria storia e cultura, ecc. E’ quindi fondamentale, che il terapeuta sia il più possibile consapevole di ciò che accade nella relazione, nel paziente ed in lui, di cosa scatta rispetto alla sessualità ( cosa che va professionalmente elaborata perché sia di aiuto ai pazienti). La formazione deve rendere consapevoli emotivamente e cognitivamente del fatto che la sessualità finisce col rappresentare tutti i simboli della vita. In un certo senso, non esistono problemi sessuali (tranne che per questioni biologiche di competenza non psicoterapiche). In realtà, dietro le difficoltà sessuali ci sono paure o rabbie relazionali interne rispetto all’altro sesso, all’abbandono inconscio del nucleo familiare ( che si può amare o odiare troppo) e delle sue certezze (che si esprime spesso nei disturbi alimentari e nel panico). Un mio paziente, ad esempio, poteva far sesso con la moglie anziana, e non con la giovane amante. Un altro, poteva masturbarsi ma non concedere eiaculazioni alla fidanzata. Alcune donne vivevano rapporti anali ed orali ma evitavano quelli vaginali. Tutte cose, come si vede, che dipendono da vissuti simbolici, psicologici, e relazionali, e non dal sesso in senso stretto. È chiaro che un terapeuta (o chiunque abbia una posizione di potere) che agisce sessualità con i pazienti è un persona sostanzialmente malata, che cerca di usare la situazione per “curare” i propri problemi, sottomettere l’altro al proprio potere. Per entrambi (terapeuta e paziente) c’è una sorta di “fuga dalla relazione terapeutica” per passare ad un rapporto di reciproca manipolazione. È chiaro che c’è una forte violazione della deontologia professionale (ma, in misura minore, c’è anche un gioco seduttivo non espresso  e non elaborato) che è incompatibile con la professione di psicoterapeuta. Il danno al paziente può essere notevole. Si tratta di persone con fragilità e storie di problemi e sofferenze psichiche. Facilmente (come accade alle donne violentate) possono sentirsi in colpa, perdere speranza nella psicoterapia, avere conferma del pessimismo esistente rispetto all’umanità che spesso i problemi psichici già inducono.

 


[1] Lo Verso G., Di Blasi M., Gruppoanalisi oggettuale. Cortina, Milano 2011.

 

FONTE: Osservatorio di Psicologia Nei Media

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