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Posts Tagged ‘culti distruttivi’

RADIO IES OUVERTURE – DAVID GRAMICCILI ED ELENA PARISI INTERVISTANO LORITA TINELLI

03 mar

 

 

CeSAP, audizione al Senato

25 set


FAX – I fatti della settimana, 24 settembre 2011, p. 13

 
 

Camera: indagine conoscitiva sul fenomeno della manipolazione mentale in Italia

25 set

Secondo tinelli, del Centro Studi Abusi Psicologici, in Italia opererebbero circa 500 sette pericolose   -Roma, 24 set – La Commissione Giustizia ha svolto numerose audizioni nel quadro della indagine conoscitiva sul fenomeno della manipolazione mentale di soggetti deboli, con particolare riguardo alle sette. Sono stati ascoltati Lorita Tinelli e Felice Scaringella del Centro studi abusi psicologici, Silvio Calzolari storico delle religioni e docente alla facoltà di teologia, Raffaella di Marzio del direttivo della Società italiana di psicologia delle religioni, Massimo Introvigne direttore del Centro Studi sulle nuove religioni.

Sono stati ampiamente sottolineati i danni rilevanti che possono derivare dall’adesione alle sette con non infrequenti casi di dissociazione mentale. La legislazione vigente – ha osservato Lorita Tinelli – non appare in grado di perseguire talune condotte che, per quanto pericolose, non si concretizzano in reati comuni. Attualmente sono circa 500 i gruppi, di varia natura, di carattere settario.

 

(fonte: ASCA)

http://www.buonanotizia.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1861:camera-indagine-conoscitiva-sul-fenomeno-della-manipolazione-mentale-in-italia&catid=31:religione&Itemid=46

 
 

Audizione al Senato 21 settembre 2011

23 set

Legislatura 16º – 2ª Commissione permanente – Resoconto sommario n. 252 del 21/09/2011

PROCEDURE INFORMATIVEIndagine conoscitiva sul fenomeno della manipolazione mentale dei soggetti deboli, con particolare riferimento al fenomeno delle cosiddette “sette”: audizione di esperti in materia.

 

Il presidente CENTARO introduce le audizioni odierne dando conto brevemente delle questioni oggetto dell’indagine conoscitiva.

 

La dottoressa TINELLI illustra preliminarmente alla Commissione la propria attività di psicologa svolta a sostegno di coloro che desiderano sottrarsi a realtà settarie. Sottolinea quindi come le sette maggiormente distruttive e pericolose sono proprio quelle che fanno uso di tecniche comunicative mediate dal marketing o dalla psicologia e che sono in grado di determinare la quiescenza dei neofiti. Nella prassi molto spesso il neofita si avvicina alla setta senza conoscerne le reali finalità. Esse infatti assumono talvolta la natura di associazioni di tipo culturale, celando gli obiettivi concreti. I danni che l’adesione a tali sette distruttive può determinare sono rilevanti sul piano psicologico: non sono infrequenti problemi di dissociazione mentale, stati che permangono anche dopo che l’adepto è fuoriuscito dalla realtà della setta. Nell’immediato il soggetto che aderisce alla setta tende a sottrarsi al proprio contesto sociale recidendo anche i rapporti familiari più stretti. Alla propria vita sono sostituite unicamente le attività suggerite dalla setta. La legislazione vigente non appare in grado di perseguire talune condotte che per quanto pericolose, non si concretizzano in reati comuni. Segnala quindi una recente sentenza in merito ai reati commessi dall’Associazione The Sacred path di Bari del tribunale ordinario di Milano per un fatto di reato sessuale. Nella ricostruzione del fatto il magistrato si sofferma a descrivere quello che è il contesto nel quale tali reati si sono perpetrati.

 

Il dottor SCARINGELLA fa presente che la propria attività accademica si è concentrata nello studio dell’incidenza della sintomatologia dissociativa nell’ambito dei fenomeni settari. Al riguardo, sottolinea le evidenti difficoltà incontrate nel tentativo di pervenire alla individuazione di indicatori tali da distinguere la persuasione legittima da una socialmente pericolosa. Per quanto concerne la sintomatologia dissociativa la scienza psicologica si sta interrogando sul carattere preesistente o post traumatico di essa.

 

La senatrice ALLEGRINI (PdL), dopo aver chiesto ulteriori ragguagli circa il caso giudiziario citato chiede chiarimenti in ordine alle modalità attraverso le quali i soggetti che intendono uscire dalla sette si rivolgono alle associazioni a sostegno delle vittime di comunità settarie. Domanda poi se possa essere  individuato il confine fra la persuasione socialmente accettabile e condotte di manipolazione mentale. Nella configurazione del reato di manipolazione mentale chiede se sia necessario anche che il legislatore tenga conto di un’eventuale valutazione sulla condizione psicologica del soggetto ed in particolare su alcuni indici di vulnerabilità, analogamente a quanto si verifica nel reato di stalking, laddove viene in rilievo lo stato di ansia generato dalla vittima. Per quanto riguarda poi i soggetti manipolatori chiede se tale condotta possa essere perpetrata anche da un singolo individuo. Conclude chiedendo se nelle sette più pericolose sia prevalente la connotazione religiosa o se esse assumono la natura di associazioni che perseguono attività in apparenza innocue.

 

La dottoressa TINELLI osserva preliminarmente come la propria Associazione si occupi per lo più di casi eclatanti i quali vedono talvolta anche il suicidio degli adepti. Le richieste di intervento inoltrate anche per le vie brevi sono avanzate spesse volte da familiari dell’adepto, i quali constatano impotentemente l’allontanamento del proprio congiunto. Sulla distinzione fra persuasione socialmente accettabile e condotte manipolatorie esistono numerosi studi in particolare nel mondo statunitense. Tali studi si sono concentrati anche sui danni che tali esperienze di adesione settaria possono comportare, nonché sugli indici di tale manipolazione. In particolare nell’adepto si registra fra le altre un cambiamento nello stile di vita e addirittura nel linguaggio. Ciò rende oltremodo difficile l’uscita dell’adepto dalla setta. E’ indubbio che il legislatore debba tenere conto dell’elemento psicologico della vittima, il plagio infatti non può configurarsi come una realtà statica ed univoca. La dipendenza relazionale può anche determinarsi al di fuori di una realtà di gruppo interessando quindi anche due soli soggetti.

 

Il senatore PERDUCA (PD) chiede se le conseguenze negative alle quali va incontro colui che decide di sottrarsi alla setta di appartenenza possano essere utilizzate dalla setta stessa come strumenti di ulteriore pressione nei confronti dei membri.

 

La dottoressa TINELLI sottolinea come nei confronti di coloro che decidono di uscire da una setta venga attuata una politica di emarginazione  da parte della comunità. Dopo aver dato conto della drammatica situazione di coloro che nascono da soggetti aderenti ad una setta, si sofferma sulle difficoltà connesse alla ricostruzione della propria personalità. La pressione esercitata nei confronti di coloro che si sottraggono alle sette è spesso estesa anche a coloro che operano a sostegno di tali vittime.

 

Il presidente CENTARO chiede che sia fornita una quantificazione del numero di gruppi di carattere settario ed in particolare di quelli maggiormente distruttivi e quindi pericolosi. Si domanda poi se vi sia una diversa articolazione territoriale delle sette stesse. Conclude chiedendo quali siano le tipologie prevalenti nei gruppi settari.

 

La dottoressa TINELLI fa presente che una completa statistica sul fenomeno delle sette non è disponibile. L’ultimo studio svolto dal Ministero degli interni risale al 1998. Allora il numero di gruppi pericolosi risultava ampiamente circoscritto. Attualmente sono circa 500, di varia natura, i gruppi di carattere settario. Solo alcuni palesano il proprio carattere religioso. Numerosi e particolarmente pericolosi sono i gruppi del potenziale umano i quali, avvalendosi di tecniche di manipolazione mentale mediate dal marketing e dalla psicologia, condizionano la vita dei propri adepti. L’originaria differenziazione geografica delle tipologie di sette, al nord gruppi più tecnologizzati ed al sud sette maggiormente ancorate a figure di santoni o maghi, può considerarsi oggi superata. Attualmente gruppi del potenziale umano sono diffuse uniformemente su tutto il territorio nazionale.

 

Il presidente CENTARO chiede quindi al dottor Calzolari una valutazione in ordine al disegno di legge n. 569.

 

Il professor CALZOLARI, nel consegnare una nota scritta, manifesta la propria contrarietà al disegno di legge. Il reato di manipolazione mentale ricalca anche i vizi che hanno condotto la Corte costituzionale a dichiarare l’illegittimità del plagio. La sentenza n. 96 del 1981 fu emanata a seguito della questione di legittimità costituzionale sollevata dal giudice istruttore di Roma nel procedimento penale a carico di un sacerdote del movimento carismatico Redentor hominis, don Grasso, accusato da alcuni genitori di aver plagiato i figli minorenni. Se la scure della Corte costituzionale riuscì a sottrarre il sacerdote ad un processo ingiusto altrettanto non accadde nel 1964 ad Aldo Braibanti, questi accusato di aver indotto due giovani ad intrattenere con lui una relazione omosessuale, attraverso il fascino delle sue idee artistiche e filosofiche fu condannato per plagio. Tale processo il cui carattere marcatamente ideologico appare innegabile fu possibile solo in ragione dell’esistenza del reato di cui all’articolo 603. Le ragioni che portarono i giudici della Consulta a dichiarare l’illegittimità del plagio militano ancor oggi contro l’introduzione del reato di manipolazione. A ben vedere la scienza neurologica non ha acquisito in questi anni conoscenze tali da distinguere la manipolazione mentale dalla mera suggestione. La legislazione penale vigente poi già presenta strumenti in grado di reprimere i fenomeni criminogeni che alla realtà settaria talvolta si ricollegano. Molto spesso infatti si tenta di attribuire a reati comuni una giustificazione ideologica. Ciò si è verificato ad esempio nel caso delle “bestie di satana”. La propria contrarietà al reato di manipolazione mentale deve ascriversi anche alla difficoltà di distinguere tale fattispecie dalla mera suggestione. Appare evidente il rischio di perseguire anche uomini di fede, tenuto conto che in ogni credenza religiosa vi è un elemento di suggestione. A ben  vedere le potenzialità liberticide di tale reato appaiono evidenti in alcune realtà europee, quali la Francia ed il Belgio, dove fra le sette considerate pericolose viene annoverata anche la Comunità di S. Egidio. Si domanda poi a chi competa e sulla base di quali criteri la definizione e l’individuazione di eventuali elenchi di sette pericolose. A suo parere è preferibile una situazione di anomia legislativa piuttosto che l’introduzione di un reato così generico.

 

La relatrice ALLEGRINI (PdL) ritiene che per quanto difficile sia comunque possibile una distinzione fra condotte manipolatorie e mera suggestione. Non in tutti i casi la fascinazione conduce a comportamenti autolesionistici o comunque lesivi per la persona. Per quanto concerne poi la predisposizione di elenchi il disegno di legge non sembra prevederne esplicitamente.

 

Il professor CALZOLARI ribadisce come la distinzione fra soggezione e mera suggestione sia per la scienza neurologica ancora difficile da definire. A ben vedere infatti risulta difficile non ascrivere a condotte manipolatorie e potenzialmente lesive della sopravvivenza individuale, l’attività pregevole di sostegno ed assistenza ai lebbrosi svolta da madre Teresa di Calcutta. La vocazione religiosa è a suo parere anch’essa manifestazione di una fascinazione irrazionale.

 

Il senatore CASSON (PD) ritiene che il disegno di legge in esame non risolva i profili di incostituzionalità palesati dalla Consulta con riguardo alla condotta del reato di plagio. Chiede quindi che sia chiarito se sia possibile in qualche modo comprendere che cosa si debba intendere per tecniche di condizionamento della personalità, ovvero quali siano i mezzi materiali o psicologici in grado di generare suggestione.

 

Il professor CALZOLARI concorda con i rilievi critici formulati dal senatore Casson circa la genericità della fattispecie del reato di manipolazione mentale. Il fatto che esistano attività umane potenzialmente autocondizionanti è innegabile anche se diventa difficile individuarne. Non tutti i gruppi di potenziamento umano plagiano i propri adepti. Molto spesso coloro che denunciano le sette sono proprio gli adepti più insoddisfatti ovvero quelli che cercano nella condanna della setta un manto psicologico a copertura di condotte criminogene. A ciò si aggiunga, ma anche su questo soccorre la legislazione penale vigente, il fatto che molto spesso le condotte criminogene sono poste in essere anche sotto l’uso di sostanze stupefacenti.

 

Il senatore CASSON (PD) nel sottolineare come il reato di manipolazione mentale sia un reato di pericolo, si domanda se sia possibile determinare lo stato di soggezione.

 

Il professor CALZOLARI critica in particolare l’avverbio “grandemente” con il quale si qualifica la limitazione della libertà di autodeterminazione. Non si comprende infatti secondo quali parametri debba essere valutata tale condizione. E’ indubbio che l’attività di San Francesco prima e di madre Teresa poi non potrebbero configurarsi come condotte manipolatorie.

 

La dottoressa DI MARZIO fa presente come nel corso della sua esperienza professionale ella si sia trovata più volte di fronte alla richiesta, proveniente soprattutto da genitori e famiglie di adepti di gruppi a connotazione religiosa, di un intervento legislativo che individuasse la cosiddetta manipolazione mentale come fattispecie penalmente sanzionabile; in realtà, il tentativo di elaborare una definizione scientifica della manipolazione mentale, compiuto sulla base di analoghe sollecitazioni negli Stati Uniti nel corso degli anni ’90, si concluse con il riconoscimento da parte dell’APA, la più importante associazione americana di psichiatria clinica, della sostanziale impossibilità di definire tale comportamento.

Beninteso, esistono, e rientrano nella comune esperienza, fenomeni di persuasione coercitiva, che però proprio per la loro diffusione nell’esperienza umana e nei meccanismi delle relazioni fra le persone non possono certamente costituire la base di una fattispecie incriminatrice.

La dottoressa osserva fra l’altro come nella sua esperienza professionale ella abbia potuto osservare come di solito i problemi relazionali che le famiglie degli adepti considerano determinati da manipolazioni mentali compiute dal gruppo religioso, sono di solito preesistenti, e che la stessa definizione dei comportamenti dai quali si desumerebbe che il figlio o il parente è stato vittima di manipolazioni mentali, dipende dalla percezione soggettiva dei genitori o di altri componenti della famiglia: ad esempio, molte delle richieste di aiuto che ella ha ricevuto sono venute da parte di genitori che non accettano che la figlia, con un radicale cambiamento rispetto alle scelte di vita fino a quel momento perseguite, decida di farsi monaca di clausura, o da parte di genitori i cui figli hanno aderito all’Opus Dei o al movimento neocatecumenale,  accettandone le regole di vita.

Ovviamente, il rifiuto di introdurre nel diritto penale italiano il reato di manipolazione mentale non significa che non si riconosca come dalla percezione coercitiva praticata nell’ambito di gruppi e movimenti a carattere religioso o comunque esoterico non derivino frequenti comportamenti criminali; tuttavia, si tratta di condotte già adesso previste come singole fattispecie di reato e quindi già adesso perseguibili.

 

Il professor INTROVIGNE fa in primo luogo presente che, oltre ad essere direttore del CESNUR e all’aver svolto una lunga attività scientifica nel campo delle nuove religioni, è consulente del gruppo di lavoro dell’OSCE contro il razzismo e la discriminazione religiosa, che nello scorso mese di maggio, in un rapporto sull’Italia, ha espresso un’opinione fortemente critica sul disegno di legge in esame; tuttavia, egli interviene a questa audizione a titolo personale e non in rappresentanza dell’OSCE.

In ogni caso, egli esprime una valutazione decisamente contraria all’introduzione nel nostro ordinamento del reato di manipolazione mentale e ciò sulla base di due argomentazioni che possono apparire a prima vista in contraddizione fra loro: in primo luogo, infatti, l’introduzione di questo reato rischia di risultare inefficace. In proposito egli osserva che negli ultimi anni una disciplina analoga a quella che si vuole introdurre con il disegno di legge in titolo è stata approvata in due Paesi europei, e cioè dalla Spagna nel 1994 e dalla Francia nel 2001. In pratica, fino ad oggi in Spagna non è stata pronunciata una sola condanna per tale reato, mentre in Francia sono state pronunciate pochissime condanne nei confronti però di gruppi assolutamente marginali e che non erano certo le sette considerate più “pericolose”, in riferimento alla cui azione era stata immaginata la legge.

Questa difficoltà applicativa deriva in realtà dalla vaghezza della fattispecie incriminatrice, e cioè la manipolazione mentale, una nozione che compare in psicologia per la prima volta nelle riflessioni di psicologi tedeschi di orientamento marxista, come Wilhelm Reich, di fronte al fenomeno per loro apparentemente incomprensibile dell’adesione non solo di borghesi ma anche di operai al nascente movimento nazionalsocialista, un’adesione che confliggendo platealmente con la teoria della coscienza di classe sembrava poter essere spiegata solo in termini di manipolazione mentale.

Questo concetto fu ampiamente sviluppato e perfezionato nel corso della guerra fredda, dove nell’ambito degli psicologi che collaboravano con la CIA si teorizzò che il comunismo fosse un’ideologia troppo assurda perché qualcuno potesse seguirla liberamente, senza essere stato vittima di manipolazioni mentali che si supponeva che in Russia e in Cina fossero state portate ad elevata perfezione tecnica; è proprio in tale ambito che l’agente della CIA Edward Hunter coniò la fortunata espressione “lavaggio del cervello”.

Successivamente, la stessa argomentazione della “evidente assurdità” fu adottata per spiegare in termini di manipolazione mentale il persistere delle credenze religiose nel mondo moderno, dapprima da parte dello psichiatra britannico William Sargant nei confronti del cattolicesimo e del protestantesimo fondamentalista e più tardi, di fronte all’evidente impossibilità di teorizzare l’esistenza di tecniche di manipolazione mentale che riguardavano la maggioranza dei cittadini, nei confronti, in particolare negli studi di Margaret Singer, delle cosiddette “sette”, vale a dire delle religioni a carattere nuovo e marginale.

E’ evidente l’autoreferenzialità e la circolarità di un ragionamento che fa dipendere dalla valutazione dell’osservatore sulla plausibilità delle singole concezioni politiche, sociali o religiose l’inferenza che esse possano essere inculcate esclusivamente per via di manipolazione mentale.

Ne consegue una vaghezza e un’indeterminatezza della fattispecie incriminatrice che, come appunto dimostra l’esperienza spagnola e francese, consente a qualunque imputato che abbia una buona difesa tecnica e che possa esibire periti di parte preparati di garantirsi l’assoluzione.

La seconda ragione, apparentemente opposta, per cui appare inopportuna l’introduzione della nuova figura di reato, è la sua pericolosità. Infatti, se è vero che molto difficilmente si possono ottenere condanne per questo capo di imputazione, è anche vero – e i pochi casi francesi lo dimostrano – che sono proprio i soggetti marginali e meno forti economicamente che corrono il rischio, magari per una difesa insufficiente, di vedersi condannati per una fattispecie che potenzialmente può essere usata per colpire modi di pensare non conformisti.

L’oratore si dichiara consapevole del fatto che l’intento di questo disegno di legge è quello di assicurare un più efficace quadro normativo per la prevenzione di reati che spesso maturano nell’ambito dei fenomeni neoreligiosi; tuttavia, appare assolutamente improprio contenere questi comportamenti devianti, che quando avvengono integrano fattispecie di reato già esistenti nel nostro codice, perseguendo comportamenti difficili da definire e dimostrare, in base ad accuse che si fondano spesso essenzialmente sul malanimo e sul bisogno di giustificare i propri fallimenti di una parte degli ex adepti.

Il professor Introvigne conclude ricordando come in questo campo l’Italia, con la sentenza della Corte costituzionale del 1981 – sentenza fra l’altro che, al contrario di quanto viene spesso ricordato, non si riferiva al caso Braibanti, certamente il primo che coinvolse l’opinione pubblica in un dibattito sul reato di plagio, ma al caso del sacerdote carismatico padre Emilio Grasso – abrogò l’articolo 603 del codice penale per contrasto con gli articoli 21 e 25 della Costituzione. Con tale sentenza, il giudice delle leggi non invitò il Parlamento a formulare in maniera più aderente al dettato costituzionale la fattispecie incriminatrice, ma ritenne che la fattispecie stessa non fosse accoglibile nel nostro ordinamento in quanto non configurabile se non come un indeterminato e vago reato di pericolo, essendo invece già puntualmente descritte e sanzionate le eventuali fattispecie di danno che, in ipotesi, si sarebbero potute determinare, e che pertanto il plagio si sostanziava come una sorta di reato immaginario utilizzato per perseguire idee e comportamenti impopolari o sgraditi.

 

Il senatore MUGNAI (PdL), nel ringraziare la dottoressa Di Marzio e il professor Introvigne per le loro considerazioni ampiamente condivisibili, come pure quelle già svolte dal professor Calzolari, osserva però che la legislazione vigente lascia un cono d’ombra nel quale, in assenza di fattispecie sanzionate penalmente, alcuni soggetti deboli possono rimanere privi di protezione. Egli chiede quindi agli auditi se non pensino che i problemi da essi sollevati possano essere risolti attraverso una formulazione del reato di manipolazione mentale più puntuale rispetto a quella proposta dal disegno di legge n. 569, nel senso di non configurarlo come un mero reato di pericolo, ma collegare la manipolazione mentale alla sussistenza di fatti o comportamenti dannosi per il soggetto passivo che si siano effettivamente prodotti, quali il rifiuto di seguire cure mediche indispensabili o la cessione in pura perdita di una parte rilevante delle proprie risorse economiche e patrimoniali.

 

Il senatore PERDUCA (PD), nell’apprezzare e condividere le considerazioni svolte dagli auditi, chiede quale sia attualmente lo stato delle indagini delle neuroscienze sull’esistenza effettiva di meccanismi che possono integrare fenomeni di manipolazione mentale.

 

Anche il senatore CASSON (PD) chiede agli auditi se ritengano che vi siano spazi per una definizione più puntuale della fattispecie incriminatrice, per quanto anch’egli convenga sul fatto che, anche alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 69 del 1981, si debba ritenere che non vi siano allo stato vuoti legislativi da riempire.

 

Il professor INTROVIGNE si sofferma in primo luogo, rispondendo alla domanda del senatore Perduca, sullo stato della ricerca neuroscientifica, osservando che la problematica della manipolazione mentale non possa essere liquidata come ciarpame pseudoscientifico, in particolare gli studi di Lifton e Schein hanno messo in luce l’esistenza di un ampio campo di studio in gran parte tuttora inesplorato sui meccanismi della persuasione e del condizionamento, anche se da questi studi stessi vengono decise indicazioni circa la pericolosità di introdurre fattispecie incriminatici attesa la complessa e sfuggente definizione dei vari gradi e dei vari modi con cui si manifestano questi meccanismi nelle più varie manifestazioni della vita associata.

Per quanto riguarda invece le questioni poste dai senatori Mugnai e Casson, il professor Introvigne fa presente come appaia di tutta evidenza che – al di là di fenomeni come quelli dei kamikaze islamici indicati nella relazione del disegno di legge ad adiuvandum e che evidentemente afferiscono a problematiche ben diverse – il “bersaglio” del disegno di legge siano in realtà fenomeni a carattere magico o parareligioso in cui soggetti più o meno deboli vengono indotti a pagare somme esorbitanti per ottenere presunti vantaggi, o a cedere parti rilevanti del loro patrimonio alla comunità; orbene, come dimostrano i notissimi casi di Mamma Ebe e di Vanna Marchi, la legislazione vigente ha ampiamente consentito di condannare per truffa – quindi per artefici o raggiri diretti ad ottenere un’indebita utilità – e per altri reati le responsabili di questi comportamenti, che probabilmente sarebbe stato molto più difficile condannare per un’imputazione come quella che si intende introdurre con il disegno di legge n. 569, come dimostra un grave fenomeno di cronaca verificatosi in Spagna, assai simile nella condotta al caso di Mamma Ebe ma di dimensioni ben più ampie, che si trascina nelle corti di quel Paese da ben 12 anni senza aver trovato una sua conclusione.

 

La dottoressa DI MARZIO fa presente come le neuroscienze abbiano da tempo tentare di identificare nel sistema neurocerebrale una specifica area “responsabile” dell’elaborazione del sentimento religioso, senza però riuscirci, data la complessità del fenomeno religioso stesso, che coinvolge l’intera personalità e i suoi rapporti con lo specifico quadro storico e culturale in cui esso si manifesta.

 

Il professor CALZOLARI interviene ricordando come la natura fortemente culturale e soggettiva della nozione di “lavaggio del cervello” e manipolazione mentale descritta dal professor Introvigne, abbia trovato di recente una singolare riprova nel dibattito in corso all’Università islamica egiziana di Al Azhar in relazione allo scandalo suscitato da alcuni musulmani che si erano convertiti al cristianesimo, vicenda che seguiva quella di alcune donne che avevano musulmane che avevano chiesto di entrare in un convento copto. Probabilmente anche per mitigare la pena prevista per gli apostati, alcuni studiosi di diritto islamico avevano sostenuto che era impossibile che un musulmano, che in quanto tale possiede la verità e la conoscenza della legge, possa cambiare religione se non per effetto di una manipolazione mentale e si sono pertanto rivolti al verdetto della psichiatria per chiedere con quali strumenti essa potesse essere stata realizzata.

 

Il presidente CENTARO, nel ringraziare gli auditi per la completezza e il livello di approfondimento degli interventi, dichiara conclusa l’audizione e rinvia il seguito dell’indagine conoscitiva ad altra seduta, comunicando altresì che tutti i contributi scritti forniti dagli auditi saranno disponibili per la pubblica consultazione.

 

La seduta termina alle ore 15,50.

 

 

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Mercoledì 28 settembre alle ore 14,30 in Commissione Giustizia proseguirà l’indagine conoscitiva sul fenomeno della manipolazione mentale dei soggetti deboli, con particolare riferimento al fenomeno delle cosiddette “sette” (riferita al ddl n. 569), con l’audizione di espert

 
 

Convegno Mestre

24 ago

 

 

 

Foto del Convegno

 

 

Il sostegno alle famiglie delle vittime di culti distruttivi

20 ago
Originariamente pubblicato in Carer & Counsellor, Sping Edition 1998.

 

Ogni vittima di una setta, di solito presuppone la presenza altre due vittime. Si tratta della famiglia angosciata e degli amici dell’adepto della setta, che sono rimasti in uno stato di shock e confusione a guardare impotenti e al di fuori quanto stava accadendo al proprio caro.

Questi ultimi sanno meglio di tanti altri che qualcosa  seriamente non va.

 

Jane non è più la stessa. E’ cambiata, ed è cambiata in peggio. Invece di essere calorosa, amichevole, affettuosa e di buon umore è diventata fredda, alienata, distante e in difesa. Sono finiti i tempi delle battute casuali, del vedere ed esprimere simpatia. Jane è ora arrabbiata, taciturna e paranoica. E ‘convinta che suo fratello Tim sia un agente del diavolo, semplicemente perché ha espresso preoccupazione per la sua nuova associazione con un gruppo.

I membri di una famiglia spesso restano inermi per la disperazione di fronte a questo incubo, pensando che probabilmente non c’è nulla che possano fare. Ma, qualcosa da fare c’è!

In primo luogo la famiglia ha bisogno di essere messa a conoscenza di quello che è successo a Jane da un punto di vista psicologico. Ha bisogno di familiarizzare con le tecniche di controllo mentale usate da culti in generale (vedi tabella 1, p. 28, Counselor e accompagnatori, vol. 7, n. 3). E’ quindi importante che capisca le specifiche tecniche utilizzate dal gruppo che nella cui morsa è finita Jane.

Quanto più la famiglia riconosce i metodi psicologici usati dal gruppo, quelli per reclutare e indottrinare i membri, più sarà in grado di annullare alcuni dei danni provocati dal culto, nelle settimane, nei mesi o anni a venire.

Allo stesso modo è vitale che venga conosciuta in breve tempo la filosofia del nuovo culto cui ha aderito Jane. Non è solo fondamentale per capire su che basi il  gruppo fonda la sua visione del mondo, ma anche per conoscere la sua storia e il significato del suo gergo.

Definizioni proprie del culto per i  termini come Dio, la salvezza, la realtà ultima, una maggiore consapevolezza, la pace, l’illuminazione, il  bene e il  male, l’amore e la verità devono essere messi a disposizione e comprese dalla famiglia. Attraverso la comprensione del linguaggio del culto la famiglia e gli amici saranno in grado di avere conversazioni più significative con Jane.

Naturalmente, prima di interagire con Jane, la famiglia ha bisogno di imparare ciò che può e ciò che non può fare per mantenere le linee di comunicazione aperte, per spianare la strada per un dialogo più produttivo. Questo è riportato nella tabella 1.

Le varie sollecitazioni che la famiglia che cerca di far fronte alla situazione di Jane deve affrontare sono varie, e il counselor deve essere consapevole che ci saranno solitamente sensi di colpa condivisi dai diversi membri della famiglia e degli amici da gestire. … “Se solo avessi controllato questo gruppo prima, quando Jane mi ha raccontato che sarebbe andata a quella riunione introduttiva” …” Se solo avessi fatto shopping con Jane, la giornata in cui è stata reclutata nel centro commerciale” … “Se solo l’avessi messa in guardia più spesso sui culti distruttivi” …

La vita è, naturalmente, piena di ‘se solo …’. Tuttavia, è colpa del culto se  Jane è stata reclutata. La sua affiliazione non è stata progettata o provocata da chiunque altro.

Alcuni genitori dei membri del culto potrebbero chiedersi: “Dove abbiamo sbagliato tanto da indurre Jane  a voler entrare in una setta?” Jane non ha aderito. E’ stata attivamente reclutata. Jane non aveva alcuna idea circa la vera natura del gruppo o dei suoi metodi prima di andare a quel primo incontro. Alcuni fratelli possono anche provare a incolpare se stessi. Il fratello di Jane, Tim potrebbe chiedersi se fosse  stato reclutato lui stesso o se lui e Jane non avessero discusso il Martedì prima di incontrare il culto, forse l’adesione non sarebbe avvenuta.

Tabella 1: Consigli su cosa fare e cosa non fare per famiglie e amici dei membri di un  Culto

Cosa fare

1) Cercate di avere un contatto regolare via mail o telefono, anche se c’è scarsa risposta.
2) Esprimete l’amore sincero per il membro del culto in ogni occasione che vi sarà data

3) Tenete un diario di commenti, degli atteggiamenti e degli eventi associati con la sua vita nel culto.
4) Accettate benvolentieri i membri della setta al loro ritorno in casa, non importa ciò che viene detto.
5) Conservate una copia di tutta la corrispondenza scritta col parente nella setta.
6) Registrate tutti i nomi, indirizzi e numeri di telefono di persone legate al culto.

7) Cercate di non reagire se il membro della setta fa commenti poco gentili

8 ) Leggete tutti i libri consigliati relativi alle sette e al controllo mentale, così come interessatevi di      altre informazioni sul culto in questione.
9) Cercate aiuto e informazioni provenienti da organizzazioni specializzate che lavorano in questo ambito. Essi di prenderanno cura di voi e della vostra situazione individuale.

Le cose da non fare

1) Non abbiate fretta di adottare una probabile soluzione prima di aver ricercato con attenzione informazioni sul culto.
2) Non pronunciare mai questa frase: “Sei in una setta, ti hanno fatto il lavaggio del cervello“.
3) Non dare soldi al membro della setta.
4) Non sentirti in colpa. Questo non è un problema causato dalle famiglie.
6) Non agire in modo arrabbiato o ostile verso il membro della setta.
7) Non sentirti solo. Succede a migliaia di famiglie ogni anno.
8 ) Non sottovalutare il controllo che la setta ha su più di un membro.
9) Non  metterti in contrapposizione con il membro della setta, ridicolizzando le sue convinzioni.
10) Non giudicate né entrate in conflitto col membro della setta

11) Non inimicarsi nessuno dei leader della setta o altri membri.
12) Non essere persuasi da ‘specialisti’ di un culto a pagare grosse somme di denaro senza verificare la sua / sue qualifiche.
13) Non rinunciate alla speranza di successo nell’aiutare il tuo familiare a lasciare il gruppo, non importa quanto tempo si è già impegnato per questo.
14)  Non trascurare voi  stessi o altri membri della famiglia.

E forse importante notare che molti padri di membri di una setta sembrano avere grandi difficoltà a comprendere ed accettare il concetto di coercizione psicologica. Spesso avrebbero preferito vedere il coinvolgimento al culto semplicemente come una moda o una fase dello sviluppo evolutivo del proprio figlio. Se e quando comprendono finalmente l’enormità del problema, hanno comunque maggiori difficoltà ad affrontarlo rispetto alle madri. Alcuni padri esplodono per la frustrazione contravvenendo alle regole della tabella 1. Altri padri cercano di apparire disponibili,  ma interiorizzano i loro problemi e ‘implodono’ attraverso attacchi di cuore e malattie.

Un padre una volta disse: “E’ stato come essere su un aereo senza pilota“. Per lui, per una volta, tutto sembrava essere totalmente fuori dal suo controllo.
Molte famiglie che vivono con una persona amata in una setta, equiparano questa esperienza a quella del lutto. Una famiglia una volta disse: “E’ stato come vivere con un morto vivente. Per certi versi era più difficile da affrontare rispetto alla morte. Noi lo sappiamo. Abbiamo avuto una figlia che è morta e un figlio che era in una setta. Il dolore che ce la trascinò via sino al momento in cui riuscì a fuggire fortunatamente dal gruppo era enorme.” Di conseguenza, i consulenti possono trovare utile la loro abilità di counselling per le problematiche del  lutto come aiuto ad una tipica famiglia nella situazione della famiglia di Jane.
Molti genitori nell’affrontare il dolore e lo stress inevitabili in questo percorso, scoprono che i loro matrimoni vengono presto messi a rischio. La consulenza ai partner può aiutare a evitare che questa difficoltà aumenti sino alla perdita di controllo.

Anche l’aspetto economico diventa un problema. Jane può contattare la famiglia e gli amici per telefono e offrire informazioni. Se lei è in una sede estera del gruppo,  le telefonate presto diventeranno un peso economico. Da aggiungere alla spesa ci possono essere le visite a Jane in quel paese straniero. Quindi questo è un altro fattore che il consulente deve prendere in considerazione.

Poi ci sono i figli di Jane e il marito da prendere in considerazione. Si potrebbe chiedere se li ama ancora. Sembra così coinvolta dalle riunioni della setta ora tanto che la sua vita sembra ruotare intorno a quelle riunioni e non più al coniuge ed ai figli. Anche loro potrebbero chiedersi se siano da biasimare e soffrono di simili sentimenti di colpa e di confusione vissuta dai genitori di Jane. Inoltre, suo marito è stato messo probabilmente sotto pressione da Jane per poter andare alle riunioni del culto. E’ probabile che sentano  che il loro matrimonio si stia disintegrando sotto i loro occhi.

I sentimenti e le domande sopra tendono a creare ulteriori tensioni e  un malsano bisogno di essere aiutati dal counselor attraverso la discussione. Ci sono molte risorse disponibili per assistere il counselor e la famiglia di fronte ad un problema di setta. Ci sono molte organizzazioni tutto il mondo che praticano una sorta di monitoraggio delle sette, che possono mettere in contatto la famiglia e gli ex membri con gruppi di sostegno, possono offrire pubblicazioni sul tema e altre informazioni pertinenti.

Le tensioni familiari spesso aumentano a causa di una mancanza comprensione da parte della polizia, educatori, politici, medici di medicina generale,  professionisti della salute mentale e del clero. Questo a volte può essere ulteriormente aggravato da false ipotesi fatte dalla famiglia, o dalla disinformazione sulla setta in questione o dagli apologeti dei culti. La disinformazione può portare la famiglia a prendere una strada sbagliata per agire. Può accadere che la famiglia decida di non intraprendere alcuna azione. Decide invece, di attendere che sia Jane a lasciare il gruppo. Quando ciò non accade, si sente ancora più colpevole e frustrata per aver sprecato così tanto tempo.

Oltre ad aiutare una famiglia a far fronte alle diverse sollecitazioni che ora deve affrontare, è importante incoraggiarli a essere propositivi, ove possibile. Con questo in mente, è fondamentale che la maggior parte dell’energia della famiglia debba essere rivolta verso i  passi positivi possibili che possano aiutare Jane a lasciare il gruppo. E’ vitale per la famiglia di Jane e per i suoi amici lavorare insieme, come una squadra per compensare l’impatto del culto di Jane. Hanno tutti bisogno di lavorare per lo stesso obiettivo, altrimenti la strategia diventerà frammentaria  e un buon lavoro di una persona potrebbe essere accidentalmente annullato dall’azione, seppur con buone intenzioni, di un altro.

Mentre non c’è mai alcuna garanzia che la famiglia possa avere successo nell’aiutare Jane a lasciare il gruppo, le probabilità che questo accada sono a loro favore. Tuttavia i problemi non finiscono qui. E’ probabile che si verifichino almeno per un anno, in media, dei sintomi di astinenza per Jane. E’ importante che il  counselor aiuti la famiglia ad avere familiarità con questi sintomi di astinenza (vedi p.29, Counselor e accompagnatori, vol. 7, n. 3), in modo da non risultare ulteriormente confusa e in modo da aiutare Jane nel suo percorso di guarigione.

La riabilitazione di Jane potrebbe essere accelerata da un soggiorno in un centro di riabilitazione specializzato. Diversi centri sono sorti negli ultimi 15 anni per soddisfare la sempre più crescente domanda di tali servizi. Uno dei più antichi e probabilmente di maggior successo è ‘Sorgente’ negli Stati Uniti. C’è un bisogno vitale di un tale centro nel Regno Unito. In tale istituto Jane avrebbe potuto ricevere aiuto, per una settimana o due, da operatori esperti. L’avrebbero aiutata non solo a rivalutare la sua esperienza nel culto, ma anche a recuperare  completamente le sue risorse per tornare ad essere un membro attivo della società.

Così come ci sono ‘Cose da fare e cose da non fare’ per le famiglie con una persona amata in una setta,  ci sono più in generale suggerimento su ‘Cosa fare e cosa non fare’ per le famiglie con una persona cara che ha appena lasciato un culto distruttivo, come riportato nella tabella 2.

Tabella 2: Cosa fare e cosa non fare per le famiglie di ex membri che stanno recuperando
Le Cose da fare

  • Esprimete l’amore in modo chiaro
  • Fare le cose insieme come una famiglia.
  • Dimostrate che nessuna colpa è collegata all’ex-membro.
  • Incoraggiare una semplice decisione, per esempio chiedendo all’ex-membro di scegliere un pasto, un video, ecc.
  • Accettare che la guarigione completa richiede di solito un sacco di tempo, amore e comprensione.
  • Parlare del culto solo quando l’ex-membro vuole farlo
  • Filtrate le telefonate e la posta da parte della setta solo con l’approvazione dell’ex membro.
  • Accompagnate l’ex-membro della setta inizialmente, quando esce.

Le Cose da non fare

1) Non fate pressione sull’ex-membro affinché ricominci a lavorare o studiare immediatamente.
2) Non abbiate paura di discutere i propri sentimenti.

3) Non siate soffocanti e protettivi

4) Non incolpare l’ex-membro per essere stato coinvolto nel culto.
5) Non dare per scontato  che  la setta non possa riprendere indietro l’ex membro.

La famiglia di Jane ha bisogno di sapere che va bene per Jane parlare con loro delle sue esperienze e delle sensazioni che aveva quando era nel gruppo.

Lei potrebbe anche voler parlare della gente per bene che ha incontrato, pur essendo stati anche loro membri della setta. Dopo tutto sono state vittime allo stesso modo. I familiari sono spesso timorosi di parlare con affetto con affetto di alcune delle persone rimaste all’interno della setta, perché erroneamente ritengono che l’amore di Jane per i membri della setta possa significare che lei stia pensando di ritornare nel gruppo.

A volte le famiglie sono terrorizzate per qualsiasi discussione sulla setta, perché temono di dire la cosa sbagliata, o perché pensano che sarebbe negativo per Jane se lo facessero. E’ più vero, di solito, il contrario.

Un problema comune, di cui dev’essere a conoscenza un counselor, è che alcuni membri della famiglia possono fare eccessive pressioni su Jane nel tentativo di incoraggiarla a ‘andare avanti con la sua vita‘. Possono cercare di costringerla a pensare e a prendere decisioni troppo in fretta, prima che lei sia pronta a farlo. Il marito di Jane o altri membri del contesto sociale di Jane potrebbero iniziare a prendere decisioni al suo posto, e questo non aiuta. Jane ha bisogno di incoraggiamento e di trovare il suo ritmo regolare oltre che di tornare alla normalità. Il tasso di recupero varia da un ex-membro ad un altro.

Alcune famiglie che condividono una fede molto forte possono tentare di forzare l’adesione dell’ex membro verso quello che credono, inondandolo di informazioni dottrinali in merito. Il materiale può andare bene da un punto di vista dottrinale, ma fare questo può essere molto dannosa dal punto di vista psicologico. Anche in questo caso è meglio rispondere alle domande dell’ex membro, piuttosto che cercare di spingerlo in una direzione o nell’altra.

Durante il periodo di riabilitazione di Jane la sua famiglia ha bisogno di essere consapevole delle esigenze tipiche di un ex-membro di una setta (vedi tabella 4, p. 32, accompagnatori e Counselor, vol. 7, n. 3), in modo che possa lavorare con il counselor per migliorare il progresso di Jane affinchè lei possa star meglio.

Con il giusto tipo di cura e attenzione, ci sono tutte le ragioni per aspettarsi che Jane e la sua famiglia possano recuperare. Nel corso dei miei 18 anni di lavoro a tempo pieno come specialista nel settarismo su entrambe le sponde dell’Atlantico, ho avuto il piacere di vedere centinaia di famiglie riunite. Alcune delle famiglie che hanno avuto successo spesso finiscono ancora per riavvicinarsi più di quanto lo fossero prima. Inoltre, molti come Jane non solo hanno recuperato, ma hanno iniziato una nuova vita, piena di tante gratificazioni. Tuttavia, sarà un’esperienza che nessuno di loro potrà mai dimenticare.
Ian Haworth
Segretario Generale del Centro di Informazione Culti
Articolo in lingua originale: http://www.cultinformation.org.uk/article_caring-for-the-family.html

Traduzione della Dr.ssa Lorita Tinelli

 

 
 

Definizione e spiegazione della parola “cult”

11 lug

Un culto può essere sia un gruppo sociale fortemente limitato o un movimento sociale diffuso tenuto insieme attraverso un impegno comune per un leader carismatico. In esso può essere difeso un sistema trascendentale di  convinzioni (spesso ma non sempre di natura religiosa), che include una chiamata per una trasformazione personale. Esso inoltre richiede un alto livello di impegno personale dei suoi membri, mediante parole e azioni.

Questa definizione non vuole essere valutativa, nel senso di implicare che un gruppo possa essere buono o cattivo, benigno o dannoso. Piuttosto con essa di  intende trasmettere una visione sistemica di tale gruppo, che è composta da un rapporto carismatico, una promessa di compimento, e una metodologia con cui raggiungerlo.

I “Culti” differiscono nella loro ideologie dominanti  e nelle loro esigenze specifiche, pratiche e comportamentali; un singolo gruppo può anche cambiare nel corso della sua vita o in sedi diverse. Questi gruppi si fondano  su un continuum di influenza (l’influsso di un gruppo particolare sui suoi membri e sulla società, e viceversa) e un continuum di controllo (da meno invasivi a onnicomprensivi).

I “Culti” possono essere distinti da altri gruppi non-tradizionali, per esempio, sette religiose o politiche, gruppi  di frangia o alternativi o movimenti, comuni e comunità, perché orientati da ideologie intense e richieste di impegno totale di almeno alcuni dei membri. Ogni gruppo deve essere osservato e giudicato per i suoi meriti e le proprie pratiche e comportamenti come se si rientra in questo tipo di categoria, che non vuole essere sprezzante o unilaterale.
I “Culti” sono spesso totalitari e separatisti. Alcuni culti sono totalitari quando sono esclusivi nel la loro ideologia (sacro, l’unico modo) e di imporre i loro sistemi di controllo sociale che sono confinanti e all-inclusive (che comprende tutti gli aspetti della vita). Alcuni culti sono separatisti quando promuovono ritiri dalla società.

La gente in questi culti tende a
1. Sposare un onnicomprensivo sistema di credenze
2. Mostrare devozione eccessiva e  dipendenza nei confronti dei proprio “perfetto” leader
3. Evitare le critiche sul gruppo, sul suo leader  e sul le sue pratiche
4. Avere un atteggiamento di disprezzo per i non affiliati
Spesso, le caratteristiche totalitarie e separatiste di alcuni culti li fanno apparire estranei e minacciosi, e sono queste le caratteristiche  che hanno attirato grande attenzione dei mass media.

Questo articolo è tratto da Bounded Choice: True Believers and Charismatic Cults by Janja Lalich (University of California Press, 2004). Copyright 2004

 

Traduzione della Dr.ssa Lorita Tinelli

 

 
 

Un aiuto alle vittime di un culto

09 mar

Originalmente pubblicato in Carer & Counselor , edizione 1997
Ian Haworth,
General Secretary, Cult Information Centre

Liberamente tradotto da Lorita Tinelli

 

Mentre la maggior parte della gente crede che i culti rappresentino un problema importante esclusivamente nell’America del Nord, pochi sono consapevoli che il problema è anche presente in Gran Bretagna e nel resto dell’Europa. Nel Regno Unito esistono oltre 500 culti, e praticamente la situazione, nelle proporzioni, è quasi identica a quella degli Stati Uniti.
Nell’est dell’Europa, subito dopo la caduta della ‘cortina di ferro’ il numero dei nuovi culti è esploso esponenzialmente.
I culti si insinuano sempre più nel tessuto della società contemporanea. Sono attivi sia nel mondo lavorativo sia in quello dell’università, dagli studenti a tutto lo staff del personale. Essi hanno strumentalizzato il potere religioso e medico e si stanno insinuando persino nel sistema carcerario e nell’ampio mondo della pubblicità.
Poiché la recluta media di un culto diventa un reclutatore di altri, i culti tendono allo sviluppo di un tasso esponenziale se incontrollati. Ciò a sua volta evidenzia la necessità prevalente degli studiosi e dei consulenti legali di occuparsi delle vittime di culti.

Inoltre, senza una comprensione dei principi fondamentali di come agiscono i culti, un consulente tenderà ad escludere questi come fonte delle difficoltà del cliente, andando a cercare nell’individuo stesso la radice dei suoi mali. Altri consulenti, con intenzioni migliori, potranno riconoscere che la partecipazione recente ad un culto possa essere stata la causa delle difficoltà del cliente, ma, in mancanza di adeguate conoscenze,
finiranno per fornire il consiglio errato e quindi anche il supporto errato. Questa mancanza di conoscenza del fenomeno rappresenta un problema per una migliore approfondimento dello stesso, ma può rivelarsi estremamente nociva per la persona stessa che si sta cercando di aiutare.

Ci sono molti miti connessi oggi con una comprensione del fenomeno generale di un culto. La teoria più d’uso comune è quella che sostiene che un membro di un culto abbia dei problemi personali. Questa scuola di pensiero avanza ipotesi secondo cui il futuro membro di culto debba essere una persona che si è persa ed è alla ricerca di qualcosa, può essere instabile e soffrire da bassa autostima. Inoltre è probabile che nel suo
passato ci sia stata una storia di malattia mentale e probabilmente il culto gli è servito a riempire un vuoto della sua vita.
La realtà è notevolmente differente.
Nella maggior parte dei casi la gente reclutata nei culti è in effetti normale ed in buona salute. Proviene da una società borghese e di buona famiglia, ha una intelligenza media ed è istruita, non ha storie precedenti di malattie mentali. I suoi interessi spirituali variano enormemente: qualcuno è interessato al discorso fideistico qualcun altro no.

La gente viene influenzata a tutte le età e molti degli ‘influenzati’ sono professionisti.
Sembra che chiunque possa essere reclutato. Nessuno si sveglia alla mattina e dice “ho bisogno di entrare in un culto”; ed esce di casa alla sua ricerca. Ma è dimostrato che i culti utilizzano sottili tecniche psicologiche per ingannare la gente.
Queste tecniche di controllo della mente, usate dai culti per creare acquiescenza sono molte e variegate. Includono la privazione di cibo e di sonno (alterazione dei ritmi circardiani), L’induzione di Trance è comune e realizzata usando l’ipnosi o rituali ritmici prolungati. Un altra tecnica molto usata è il ‘bombardamento d’amore’ condizionato.
Questo amore è ‘tolto’ all’adepto ogni volta che vi è una deviazione dai dettami della guida.
Gratificazioni e punizioni inoltre sono usati per determinare la conformità al gruppo, assieme all’isolamento dai punti di riferimento razionali.
Queste tecniche sono utilizzate sull’individuo in un atmosfera di pressione intensa da parte del gruppo, affinché diventi conforme sempre ai desideri della guida.

Ecco una lista di 26 metodi di coercizione psicologica utilizzati dai culti:

Ipnosi
Controllo da parte dei pari
Bombardamento D’Amore
Rifiuto di vecchi valori
Dottrina Confusionaria
Meta-communicazione
Obbligo della segretezza
Privazione del senso del tempo
Disinibizione
Regole Intransigenti
Abuso Verbale
Privazione Di Sonno
Rivalutazione dei rapporti
Litanie ripetute
Confessioni pubbliche
Impegno Finanziario
Ostentazione di un ruolo nella gerarchia
Isolamento
Approvazione Controllata
Cambiamento della dieta
Giochi
Non fare domande
Induzione dei sensi di colpa
Timore
Cambiamento dei modi di vestirsi

La vittima è controllata a vista ed in modo da diventare mentalmente altamente vulnerabile ai suggerimenti ed ai desideri del gruppo e della relativa guida. Per ottenere questo probabilmente occorrono soltanto tre o quattro giorni con una persona media che si avvicina ad un gruppo medio.

Il risultato finale è un cambiamento improvviso e drastico di personalità dell’individuo.
(Parte prima)

 

 
 

La deprogrammazione dai culti: un esame della procedura di intervento

30 gen

Convegno Internazionale di Shenzhen sugli Studi dei Culti 2010
Pubblicato dall’Istituto di Studi Religiosi dell’Accademia di Scienze Sociali di Shanghai
Autore: Rick Alan Ross

Ringraziamo Rick Alan Ross, che ci ha permesso di tradurre questo suo intervento:

You may translate my article regarding cult deprogramming. But full attribution and copyright notice must be posted. Copyright © 2010 Rick Ross”

L’originale è al seguente indirizzo

http://www.cultnews.com/?p=2421 (

© Traduzione in italiano a cura di Lidia De Stefanis, editing di Lorita Tinelli . CeSAP – 2011

 

Il mio lavoro sulla deprogrammazione dai culti ha avuto inizio nel 1982. A quell’epoca ero profondamente interessato ad un gruppo che si era infiltrato in una casa di cura dov’era ospite mia nonna ottantaduenne.

Il gruppo aveva chiesto espressamente ai suoi membri di cercare lavoro come professionisti retribuiti presso la casa di cura, con l’ulteriore intenzione di puntare ai residenti per l’assunzione.
Mia nonna mi informò di questa situazione. E lavorando con l’amministratore della casa di cura individuammo i membri del gruppo in organico, che successivamente vennero allontanati.
Questa esperienza personale mi ha introdotto nell’universo dei gruppi religiosi radicali e dei culti. Poi sono diventato attivista e organizzatore di comunità anti-culto.
In questo periodo sono stato nominato membro di due comitati nazionali e successivamente mi è stato chiesto di entrare a far parte dello staff di professionisti del dipartimento per i servizi sociali a Phoenix, in Arizona.
In tale ambito non era raro che i genitori portassero un figlio adulto, generalmente studente universitario, nel mio ufficio per consultarmi riguardo al coinvolgimento in un gruppo radicale o in un culto.
Solitamente lavoravo con le famiglie, spesso in sinergia con il nostro psicologo in organico e/o con gli assistenti sociali, nello sforzo di liberare l’individuo da ogni ulteriore coinvolgimento nel culto. Non sapevo, all’epoca, che questa procedura d’intervento fosse definita “deprogrammazione”.
Negli anni ’80 sono stato impegnato in circa 100 interventi riguardanti gruppi assimilabili ai culti.
Le famiglie solitamente arrivavano a me attraverso il dipartimento dei servizi sociali citato prima, un ufficio educativo di comunità che aveva assunto anche me, o venivano indicate dal clero locale, dagli educatori e dai leader di comunità.
In questo periodo ho lavorato principalmente nell’ambito della comunità ebraica, sebbene più che altro attraverso convegni sull’argomento e scambi professionali, e sono venuto a conoscenza di una rete di attivisti anti-culto e professionisti d’aiuto in tutti gli Stati Uniti.

La deprogrammazione dai culti: un esame della procedura d’intervento

Proprio attraverso la mia interazione con quanti essenzialmente facevano lo stesso lavoro ho poi imparato che il tipo d’intervento che stavo svolgendo veniva comunemente denominato “deprogrammazione”.
Margaret Singer, citata spesso come importante esperta sul lavaggio del cervello e sui culti, definiva la deprogrammazione come il “dare ai membri informazioni sul culto e mostrare loro come fossero stati privati del loro stesso potere decisionale ”.
Nel corso degli anni è stato continuamente affinato e migliorato il procedimento fondamentale del condividere l’informazione e del dimostrare ai membri dei culti come il potere di persuasione possa aver compromesso la loro facoltà di pensiero critico e autonomo. In realtà, il termine stesso “de- programmazione dai culti” è diventato in un certo senso inadeguato.
Oggi la maggior parte dei professionisti coinvolti nel lavoro d’intervento sui culti preferiscono altre “etichette” per descrivere il loro operato. Per esempio, “exit counseling” (o “assistenza di uscita”), “ consulenz a sulla riforma del pensiero ”, o “ terapia d’intervento strategico”.

Molti credono che il termine “deprogrammazione dai culti” possa essere applicato correttamente solo agli interventi senza il consenso degli interessati.
Comunque, la semplice definizione data dalla Singer resta la comprensione più saliente ed essenziale del procedimento di fuoriuscita delle persone dai culti distruttivi, attraverso un intervento mirato.

La deprogrammazione senza consenso sugli adulti non si pratica più negli Stati Uniti.

Gli unici interventi senza consenso che continuano, riguardo ai culti nel Nord America, si riferiscono ai minori, sotto la diretta supervisione del genitore affidatario. Legalmente non è consentito altro, anche se per un breve periodo di tempo, negli anni ’70, con una sentenza del Tribunale definita “conservatrice”, la deprogrammazione senza consenso fu invece praticata in soggetti adulti.

Nel 1986 ho cominciato a lavorare privatamente, vale a dire come consulente privato e specialista d’interventi sui culti. Negli ultimi 24 anni sono stato impegnato in centinaia di tentativi
d’intervento. Il mio lavoro mi ha portato in giro per gli Stati Uniti, in Canada, Italia, Svezia, Inghilterra, Irlanda e Israele.

Ho continuamente sviluppato e affinato il mio approccio all’intervento. L’elemento fondamentale, così come definito dalla Singer, rimane lo stesso, ma i dettagli di quel procedimento si sono evoluti, specialmente in considerazione del fatto che si sono resi disponibili i nuovi ritrovati della tecnologia informatica, come l’accesso alle informazioni via Internet.
Negli anni ’80 e agli inizi degli anni ’90 l’informazione veniva veicolata ai membri dei culti, durante gli interventi, tramite libri, video e l’interazione diretta con gli ex-membri.
Oggi il procedimento d’informazione è stato principalmente influenzato dall’avvento di Internet, dei video in streaming, delle teleconferenze, dei DVD ed altre tecnologie. Questi sviluppi hanno notevolmente facilitato la raccolta, l’organizzazione e la presentazione delle informazioni in vista di un intervento.
La mia preparazione, la presentazione e l’approccio comunicativo sono stati affinati e migliorati nel corso degli anni. La mia speranza, nel presentare questa relazione, è che io possa condividere con voi la struttura fondamentale e il contenuto del mio approccio in un linguaggio sintetico e chiaro. Attraverso la condivisione del mio approccio, probabilmente potremo capire meglio e accelerare lo sviluppo del lavoro d’intervento sui culti.

La preparazione
Il primo passo nel procedere a qualunque intervento è la preparazione.
Dopo che una famiglia, un coniuge o qualcuno che sia interessato, mi contatta richiedendomi un intervento, devo valutare la situazione ed elaborare una scheda.
Essa include un questionario preliminare composto da circa 50 domande, riferite specificatamente al background dei singoli membri dei culti, alla storia del loro coinvolgimento e alle preoccupazioni specifiche per la situazione immediata.
Inoltre, raccoglierò anche informazioni per la mia scheda, che è specifica sul gruppo e/o leader in questione.
Molto spesso seguirà una serie di colloqui telefonici.
Poi ci sarà un incontro in presenza, solitamente nel giorno che precede l’inizio dell’intervento.
In questo procedimento di preparazione, la famiglia individua chi sarebbe più adatto a partecipare all’intervento: cioè, quali familiari e/o amici hanno più rispetto, ammirazione e ascendente sul soggetto coinvolto nel culto.
Un risultato evidente del procedimento di preparazione è quello di determinare quali persone siano più adatte come membri della squadra d’intervento.

Dopo aver individuato e formato la squadra, ecco ciò che di solito si discute nell’incontro finale
di preparazione:
- Quali sono le regole dell’impegno?
- Quali sono i limiti e i parametri della partecipazione?
- Quale ruolo avrà ogni familiare o amico?
- Che cosa dovrebbero o non dovrebbero dire?
- Come inizierà, procederà e finirà l’intervento?
Il ruolo fondamentale di ciascun familiare e amico si può sinteticamente considerare focalizzato su due obiettivi primari.

Essi sono:
1. Essenzialmente ancorare il soggetto coinvolto nel culto, cioè trattenerlo contribuendo a creare un’atmosfera di sostegno basata sulla fiducia e la comprensione radicate nel tempo. Per dirla in maniera semplice, il membro del culto non si coinvolgerà nel procedimento d’intervento per fare un piacere a me, poiché io sono un perfetto sconosciuto. Ma il soggetto rimarrà per rispetto nei confronti dei suoi familiari, amici ed altri interessati. Questo è di vitale importanza, perché ogni intervento su un adulto è su base volontaria e quindi dipende dal suo consenso e dalla sua collaborazione continuativa. Nella fase di preparazione si discutono possibili scenari e/o potenziali situazioni. Per esempio, il soggetto può arrabbiarsi, alzarsi e tentare d’andarsene.
Come si dovrebbe far fronte a questo? Chi sarebbe più efficace nel convincerlo a non andare e a rimanere?
2. I familiari e gli amici sono lì anche per fornire una testimonianza diretta di prima mano; vale a dire, che cosa hanno visto e osservato di preoccupante riguardo al recente comportamento della persona coinvolta nel culto? In vari momenti nel corso di un intervento, un membro del culto può negare. Poiché io non ho assistito a quanto accaduto, faccio affidamento sui familiari
e gli amici lì presenti a condividere le loro esperienze, per contrastare ogni tentativo di oscurare o negare fatti concreti che fanno da contorno alla situazione.

Dobbiamo anche discutere e definire i nostri ruoli.

Qual è il ruolo dello specialista dell’intervento?
Quando è opportuno ed efficace che familiari e amici intervengano con le loro opinioni, testimonianze e preoccupazioni?
Normalmente consiglierò alla famiglia di concedermi di presentare il contenuto principale delle informazioni, conducendo e/o facilitando la discussione.

 

L’intervento
Un intervento relativo ai culti dura in media dai 3 ai 4 giorni, esclusi il viaggio e la preparazione.
Questo significa dalle 24 alle 32 ore circa di lavoro, spalmate su 8 ore al giorno escluse le pause.
Più tempo ho a disposizione, più aumentano le probabilità che il membro del culto lasci il gruppo.
Circa il 75% dei miei interventi si è concluso con un successo; cioè, il soggetto che era l’obiettivo dell’intervento ha deciso di lasciare il culto entro la conclusione della procedura d’intervento.

La maggior parte dei miei insuccessi è avvenuta nel primo giorno o comunque entro le prime 24 ore dell’intervento.
Pochissimi membri di culto con i quali ho lavorato per 3-4 giorni hanno scelto di continuare con il gruppo. In definitiva ciò significa che quanto maggiore è il tempo a mia disposizione, tanto maggiori sono le probabilità che l’intervento abbia successo.
Un intervento è un dialogo o discussione continuativa. Durante tale discussione tutti i presenti offrono le loro impressioni, osservazioni e opinioni. Il mio ruolo consiste nel condurre e facilitare la discussione in corso, spesso dirigendo e focalizzando l’attenzione su particolari punti.
Vi sono 4 blocchi o aree di discussione essenziali per il completamento di un intervento efficace e potenzialmente riuscito.
Questi blocchi di discussione preferibilmente possono essere sviluppati nell’ordine che segue, ma la sequenza può essere modificata durante l’intervento, a seconda dell’interesse e dell’attenzione del soggetto coinvolto nel culto.

I quattro blocchi di discussione sono:
1. Qual è la definizione di culto distruttivo?
2. Come funziona realmente il processo di persuasione coercitiva o riforma del
pensiero?
3. Qual è la storia del gruppo e/o leader che ha suscitato preoccupazione?
4. Quali sono le preoccupazioni della famiglia?

Primo blocco di discussione: definire un gruppo distruttivo
La discussione specifica sulla definizione di culto distruttivo è basata su una definizione fornita dallo psichiatra Robert Jay Lifton. Essa è precisa e obiettiva, basata sul comportamento del gruppo, anziché sulle sue credenze.
Lifton afferma che i culti sono caratterizzati da 3 elementi:
1. un leader carismatico che diventa sempre più oggetto di venerazione, mentre i princìpi
generali che possono aver originariamente permeato il gruppo perdono rilevanza;
2. un procedimento che io chiamo persuasione coercitiva o riforma del pensiero;
3. lo sfruttamento economico, sessuale o d’altro tipo dei membri del gruppo da parte del
leader e dalla ristretta cerchia dominante.

Il primo criterio è che il gruppo può essenzialmente essere visto come un’entità guidata dalla personalità di un capo vivente e totalitario. Egli / Ella è il perno del gruppo e la sua forza trainante. Tutto ciò che lui/lei definisce giusto è giusto, e tutto ciò che lui/lei ritiene sbagliato è sbagliato. I membri del gruppo, quindi, in definitiva abdicano alla loro facoltà di giudizio autonomo, come atto di deferenza nei confronti del leader.
Nell’ambito dell’intervento si forniscono esempi o profili di leader storici dei culti e del loro potere personale.
Per esempio, si possono citare figure note come Jim Jones, David Koresh, Shoko Asahara e Charles Manson. Lo scopo è quello di stabilire un filo conduttore e una base storica per la comprensione di ciò che caratterizza il leader di un culto distruttivo.
Si possono anche vedere dei documentari in DVD, che riportano la storia di particolari leader dei culti.
Poi argomento della conversazione è come quel particolare gruppo e/o leader su cui è incentrato l’intervento possa in un certo senso allinearsi alla definizione stabilita e agli esempi storici forniti.
La discussione potrebbe poi vertere sulla domanda se esista una significativa responsabilità che limiti o ponga fine al potere del leader.
Ci sono dei confini chiari riguardo alla sua influenza?
Il leader ha mai torto?
Può essere seriamente messo in discussione o contraddetto?
Se il leader può realmente essere messo in discussione, contraddetto o avere torto, quali sono gli esempi specifici?

A questo punto si potrebbe fare qualche semplice osservazione sull’argomento della riforma del pensiero quale modello di comportamento che dimostra una mancanza di pensiero autonomo e individuale.
Si potrebbe anche prospettare la considerazione che i membri del gruppo fanno cose che non sono nel loro miglior interesse, ma in quello del gruppo.
Il giudizio conclusivo è che il gruppo fa del male e quindi può essere considerato un culto distruttivo.

La natura distruttiva dei gruppi varia per grado a seconda del gruppo.
Alcuni gruppi possono essere più distruttivi di altri.
La discussione qui si sposta su quale danno specifico il gruppo in questione abbia cagionato.
A questo punto si può produrre la documentazione a conferma di una serie di lamentele e danni procurati nel corso del tempo, quali si evidenziano in notizie già pubblicate, documenti dei Tribunali e altre fonti.
Inoltre, i familiari e le altre persone interessate presenti all’intervento possono offrire i loro punti di vista.
Di nuovo, si possono tracciare punti di contatto tra i culti ormai saldamente radicati e il gruppo di cui si sta discutendo.

Secondo blocco di discussione: “Come funziona il processo di persuasione coercitiva o riforma del pensiero?”
La discussione sulla persuasione coercitiva e le tecniche di riforma del pensiero si basa sugli scritti di Robert Jay Lifton, della psicologa Margaret Singer, del sociologo Richard Ofshe e del docente di Psicologia Robert Cialdini.

Le opere di questi esperti formano una base per la discussione.
Nello scritto di Ofshe “La persuasione coercitiva e il cambiamento comportamentale” l’autore presenta 4 fattori chiave che distinguono la persuasione coercitiva dagli altri modelli di formazione e socializzazione.
1. Fare leva su un aggressivo attacco interpersonale e psicologico per destabilizzare l’autostima del soggetto e indurre accondiscendenza
2. L’uso di un gruppo di pari organizzato.
3. Esercitare pressione interpersonale per promuovere il conformismo.
4. La manipolazione di tutto l’ambiente sociale della persona per stabilizzarne il comportamento, una volta modificato.

Questi fondamentali fattori di gruppo si possono stratificare ed espandere nel corso della discussione.

Si esaminano anche gli otto criteri di Lifton, così come delineati nel suo libro “La riforma del pensiero e la Psicologia del Totalitarismo”, che sono usati per accertare la presenza di un programma di riforma del pensiero.
1. “Controllo dell’ambiente”, che Ofshe descrive come controllo dell’ambiente e della comunicazione.
2. “Manipolazione mistica”, che Ofshe spiega come manipolazione emotiva e comportamentale praticata sotto forma di credenze e pratiche del gruppo.
3. “Richiesta di purezza”, o quel che Ofshe descrive come richieste di assoluto conformismo al comportamento così come prescritto e derivato dall’ideologia del gruppo.
4. “Culto della confessione”, ciò che Ofshe vede come ossessive richieste di confessioni individuali e di gruppo, che in definitiva rendono i singoli soggetti completamente vulnerabili, trasparenti e senza il senso della riservatezza.
5. “La scienza sacra”, che Ofshe spiega come l’accordo sul fatto che l’ideologia del gruppo sia assolutamente perfetta, senza incrinature, o ciò che Lifton definisce la sua visione definitiva della struttura di tutta l’esistenza umana.
6. “Linguaggio manovrato”, spiegato da Ofshe come la manipolazione del linguaggio spesso caratterizzato da clichés dogmatici, che sostituiscono il pensiero critico e analitico.
7. “La dottrina al di sopra della persona”, ulteriormente descritto da Ofshe come la reinterpretazione dell’esperienza e delle emozioni umane visto attraverso la lente della dottrina del gruppo, in linea con i suoi dettami.
8. “Il classismo esistenziale”, che Ofshe vede come la classificazione di quanti non condividono le credenze del gruppo come esseri inferiori e indegni di rispetto.

Poi bisogna fare delle distinzioni tra il processo di persuasione coercitiva o riforma del pensiero e altre forme di persuasione come l’istruzione, la pubblicità, la propaganda e l’indottrinamento.
Margaret Singer ha elaborato una tabella in cui queste diverse forme di persuasione sono delineate ed espresse in categorie quali il punto centrale del corpus delle conoscenze, la direzione e il grado di scambio, la capacità di cambiare, la struttura della persuasione, il tipo di relazione, l’illusorietà, l’ampiezza dell’apprendimento, la tolleranza e la metodologia.
E’ importante discutere di queste distinzioni per chiarire che la riforma del pensiero è una categoria di persuasione unica e a sé stante che, a differenza delle altre forme di persuasione, può essere vista come coercitiva ed anche deliberatamente ingannevole.
Nel suo schema la Singer si è anche soffermata sui tre stadi della persuasione coercitiva, come sono stati definiti da Edgar Schein, autore ed esperto in tecniche di persuasione.

Schein,docente presso il MIT (Massachusets Institute of Technology, N.d.T.), ha individuato 3 semplici
livelli di persuasione coercitiva:
1. “Lo scongelamento”, o ciò che Singer descrive come “la destabilizzazione del senso di sé”. Questo processo include il “mantenere la persona nell’inconsapevolezza di ciò che sta accadendo e dei cambiamenti che stanno avvenendo. Controllare il tempo di una persona, e possibilmente il suo ambiente fisico. Creare un senso di impotente e segreta paura, nonché di dipendenza. E sopprimere gran parte del vecchio comportamento e delle abitudini della persona”.
2. “Il cambiamento”, o quel che Singer spiega come “condurre la persona a reinterpretare drasticamente la storia della sua vita e alterare radicalmente la sua visione del mondo, accettando una nuova versione della realtà e del nesso di causalità”.
3. “Ricongelamento”, o come dice la Singer “affermare un sistema di logica chiuso; non consentire alcun contributo reale o alcuna critica”. In definitiva questo culmina in ciò che Singer descrive come una persona ‘congelata’ o “dipendente totalmente dall’organizzazione, un militante”.
Si possono anche mostrare dei documentari in DVD in questo frangente della procedura d’intervento, per far vedere in azione queste tecniche specifiche di persuasione coercitiva.
Questi DVD potrebbero includere notizie riguardanti i culti distruttivi che riferiscano del loro comportamento interno. E anche delle ricerche sugli stati di suggestione che si possono raggiungere attraverso l’ipnosi, l’induzione in trance, la meditazione, lo yoga, il canto corale e la ripetizione di vari esercizi fisici.
Questi stati di suggestionabilità come possono essere manipolati attraverso l’uso di metafore guidate, ordini indiretti, pressione dei pari, comportamento modellante e manipolazione emotiva?
La discussione poi si focalizza su come questi criteri e tecniche di persuasione coercitiva siano espressi dal gruppo in questione.

I partecipanti all’intervento offrono le loro intuizioni e punti di vista su come il gruppo attui questi criteri.
Si passa in rassegna anche un riepilogo delle tecniche di condizionamento più in generale.
Questa discussione si basa sugli scritti di Robert Cialdini, autore del libro “Il condizionamento”.
In questo libro Cialdini, docente di Psicologia presso l’Università statale dell’Arizona, presenta quelli che definisce i “6 princìpi del condizionamento”.
Essi sono:
1. “La regola della reciprocità”, che richiede che una persona cerchi di ripagare ciò che ha ricevuto da un’altra. Singer spiega che questa regola può essere distorta dai culti. Vale a dire, il culto dà un senso di sicurezza, di salvezza, di benessere e di amore, ma si aspetta che i suoi devoti contraccambino con l’assoluta obbedienza e arrendevolezza.
2. “Impegno e coerenza”, che si esprime nel desiderio di apparire coerenti nelle parole, nelle credenze, negli atteggiamenti e nelle azioni: tutto ciò è apprezzato dalla società. Singer spiega che un culto può ribaltare questa regola e far sentire in colpa i membri ogni qual volta essi vengano meno allo svolgimento coerente dei doveri e degli obblighi negli impegni presi col gruppo.
3. “Approvazione sociale”, un mezzo usato per determinare ciò che è giusto osservando quel che gli altri intorno a noi ritengono tale. In un ambiente di culto Singer spiega che “se ti guardi intorno nel gruppo, vedrai persone che si comportano in un certo modo. Tu imiti ciò che vedi e presumi che tale comportamento sia adeguato, buono e atteso”. Singer inoltre chiarisce che questa regola può essere usata nell’ambiente del culto per stimolare l’accondiscendenza.
4. “Il gradimento”: le persone preferiscono dire sì ad individui che conoscono e che a loro piacciono. Ma la Singer spiega che i neofiti del culto possono essere fatti oggetto di amore apparentemente incondizionato, che viene frequentemente definito “love bombing” (“bombardamento d’amore”). Questo fa sentire i membri del gruppo desiderati e amati, e li spinge a simpatizzare con le persone nel gruppo. Essi poi sentono che, siccome nutrono simpatia o amore per queste persone, dovrebbero accondiscendere ai loro desideri e suggerimenti ed essere obbedienti.
5. “L’autorità”: c’è forte pressione nella società in favore dell’arrendevolezza nei confronti di una figura autoritaria. Singer spiega che questa tendenza a rispettare l’autorità può essere facilmente applicata al leader del culto che rivendica una conoscenza e un potere superiori, e una missione speciale. I membri accolgono il leader come suprema autorità.
6. “La mancanza”: le persone attribuiscono più valore alle opportunità se queste sembrano essere meno disponibili. Singer sostiene che se ai membri viene detto che senza il gruppo perderanno l’opportunità di vivere senza stress, di raggiungere la consapevolezza universale e la beatitudine, di cambiare il mondo, di avere la facoltà di tornare indietro nel tempo, tutto ciò che il gruppo offre è cucito su misura per apparire essenziale. Il gruppo può anche esemplificare questa regola rivendicando l’esclusività, cioè non esiste nessun altro gruppo che offra lo stesso e/o un equivalente percorso di appagamento.
La discussione ancora una volta s’incentra su come il culto in questione metta in atto questi princìpi o regole di condizionamento.
A questo punto si può dare una scorsa al materiale prodotto dal gruppo, che fornisca gli esempi.
I partecipanti all’intervento possono anche portare la loro esperienza di prima mano riguardo al gruppo e ai suoi leader, che esemplifichi questi punti.

Terzo blocco di discussione: “Qual è la storia specifica del gruppo o del leader?”
A questo punto viene esaminato il gruppo che ha suscitato preoccupazioni.
Qual è la sua storia unica e particolare?
Qual è il retroterra culturale e la storia personale del suo o dei suoi leader?
L’obiettivo in questo frangente della procedura d’intervento è rivedere la storia del gruppo, focalizzare l’attenzione e discutere su qualunque cosa possa essere stato nascosto ai membri dal gruppo e/o dal suo leader.
Quali eventi sono accaduti che possano essere stati falsamente interpretati o propagandati dal gruppo?
Questo processo è attualmente spesso facilitato dall’accessibilità delle informazioni attraverso Internet.
Qualunque documento sul gruppo e/o leader sia stato elaborato, ora verrà discusso.

A questo punto si possono rivedere vari ritagli di stampa, documenti storici o della magistratura, notiziari televisivi e/o documentari sul gruppo e/o leader.
La discussione, che si sviluppa spostandosi in avanti e all’indietro, si concentra sempre più su come la famiglia vede la storia del gruppo e il coinvolgimento specifico del soggetto in questione. I partecipanti all’intervento possono aggiungere importanti informazioni di prima mano su ciò che ritengono degno di nota, riguardo al gruppo.
Questo procedimento concede al membro del culto un’opportunità unica di valutare ed esaminare criticamente il gruppo stesso e la sua storia, all’esterno di ciò che molto probabilmente è un ambiente fortemente controllato. Forse per la prima volta il membro del
culto ha una cornice esterna di riferimento, e un riscontro da diverse angolazioni non controllate dal gruppo.
Quarto blocco di discussione: “Quali sono le specifiche preoccupazioni della famiglia?”
A questo punto i familiari e gli altri interessati esprimono perché ritengono importante attuare l’intervento e avere una discussione.
Essi spiegano in dettaglio, basandosi sulle loro osservazioni dirette, perché il coinvolgimento nel gruppo sembra loro problematico o perfino potenzialmente rischioso e/o pericoloso.
Per esempio, le aree di preoccupazione potrebbero includere le richieste finanziarie avanzate dal gruppo, la comunicazione carente e filtrata, il crescente isolamento, le condizioni di vita precarie, le mancate cure mediche, il comportamento illegale, l’abuso sessuale, l’abuso e l’incuria nei confronti dei bambini, la violenza attuale o potenziale e/o l’instabilità psicologica ed emotiva piuttosto evidente.
Ciascun partecipante all’intervento offre adesso il suo punto di vista personale.
Esempi ricchi di aneddoti spiegano come queste preoccupazioni siano diventate evidenti.
Questa è spesso la fase più incerta, difficile e coinvolgente nel corso dell’intervento.
Il mio ruolo in questo frangente è quello di attirare l’attenzione su come il gruppo possa aver causato e/o esacerbato i problemi e le situazioni personali.
Per esempio, l’intervento può essere stato sollecitato da una crisi particolare causata dal coinvolgimento nel culto. Si potrebbe trattare di una separazione o divorzio imminente, un tracollo economico, una malattia grave ma non curata e/o qualche tipo di azione legale incombente, o preannunciata, relativa al culto.

- Esempi di casi

Di seguito indico alcuni esempi di specifici casi d’interventi recenti negli Stati Uniti e in Canada.
Sono inclusi due casi con esito positivo, uno con risultati parzialmente positivi, e un altro con esito decisamente negativo.

- L’Istituto [T]
Sono stato consultato da un marito preoccupato per il coinvolgimento di sua moglie in un gruppo neo-orientale chiamato “Istituto [T]”, con sede a […], in California.
La coppia era sposata da più di 10 anni e aveva due figli, di 7 e 9 anni.
La moglie, trentanovenne, aveva fatto parte del gruppo per circa 2 anni. Era in possesso di Laurea di secondo livello e aveva lavorato nel settore privato come dirigente del settore marketing. Comunque, per dedicarsi ai loro due bambini, aveva rinunciato al lavoro per fare la casalinga a tempo pieno. Questo, in ultima analisi, aveva minato l’autostima della donna e scalfito il senso della sua identità di persona.
Inizialmente, incoraggiata da un’amica, aveva frequentato corsi di yoga all’Istituto [T]. La sua motivazione era la cura della forma fisica, attraverso un’attività regolare. In un primo tempo non capì che [T] era un gruppo religioso. Ma man mano che le lezioni continuavano, divenne chiaro che il gruppo non era semplicemente un luogo per l’esercizio fisico, ma piuttosto un gruppo con
un leader spirituale e un particolare sistema di credenze. I membri del gruppo mostravano un’estrema deferenza e devozione al loro guru [il sig. R.], noto anche come “[D.S.]”.

Il sig. R. aveva una struttura in Tailandia, oltre all’Istituto T in California.
Il coinvolgimento della moglie era costantemente aumentato, fino a causare conflitti all’interno della vita familiare.
I bambini venivano trascurati per colpa dei suoi impegni pressanti e crescenti in Istituto.
Alla fine, dopo molte discussioni accese, la coppia si è separata.
La moglie ha lasciato la casa coniugale e ha preso un appartamento in un palazzo occupato dai membri di [T].
Dopo aver assunto l’incarico per questo lavoro, ho consigliato al marito di smettere di litigare sul coinvolgimento della moglie nell’Istituto, di scusarsi per le discussioni alterate che potevano aver avuto e filtrare le sue conversazioni future, eliminando ogni elemento negativo.
Dopo aver fatto questo per settimane, la frizione è diminuita e il loro rapporto è diventato sempre più disteso.
La coppia è rimasta separata, ma ha voluto di comune accordo concedersi una vacanza familiare alle Hawaii per Natale.
Al ritorno dalle Hawaii, il marito mi ha chiesto urgentemente di volare in California e assumermi l’impegno dell’intervento.
Sua moglie lo aveva avvertito che il primo gennaio si sarebbe trasferita in un ambiente più controllato, nell’ambito dell’alloggio del gruppo.

Immediatamente volai in California per cominciare il mio lavoro.
Al mio arrivo mi sono incontrato con il marito e i familiari di sua moglie, inclusi nella squadra d’intervento. Questa includeva i genitori della moglie e suo fratello.
Ho indicato alla famiglia cosa dire e cosa non dire rispettando i parametri della loro partecipazione.
La famiglia è stata incoraggiata ad esprimere osservazioni dirette sulle sue preoccupazioni, ma senza essere litigiosa, accusatoria o inutilmente aggressiva.
Abbiamo anche discusso su chi aveva la migliore presa emotiva, che potesse trattenere la moglie dall’andarsene. Abbiamo ragionato e anche fatto le prove per vedere come far fronte ad ogni tentativo improvviso della moglie di interrompere bruscamente l’intervento e andarsene.
Ho anche rivisto con la famiglia le nostre aree di conversazione, che avremmo esplorato nei giorni a venire. Mi hanno posto domande sul nostro piano di lavoro, le pause, il cibo e su che cosa fare nelle serate tra un giorno e l’altro nel corso dell’intervento.
Abbiamo impiegato diverse ore per la procedura di preparazione, il giorno prima che l’intervento avesse inizio.
Si è elaborato un piano che prevedeva che il marito chiedesse alla moglie di andare nella loro casa per badare ai bambini, mentre lui era impegnato in un incontro di lavoro.
Ma quando lei è arrivata nella casa coniugale, i suoi genitori, il fratello ed io eravamo lì ad aspettarla, mentre i bambini venivano accuditi altrove da parenti.

Immediatamente la moglie capì che questo era un tipo d’intervento familiare. Reagì rabbiosamente e inizialmente rifiutò di partecipare, ritirandosi di corsa in garage. La moglie fu immediatamente seguita dai suoi genitori. Preparati dal giorno prima, la supplicarono di tornare e chiarire le cose. Dopo circa 30 minuti tornò.
A questo punto il marito mi presentò come consulente incaricato di facilitare l’incontro e offrire il parere di un esperto. La moglie mi pose domande sul mio background, la mia esperienza e lo scopo finale dell’incontro.
Ho spiegato che l’obiettivo dell’intervento era condividere le informazioni nel tentativo di presentare prospettive ed opinioni alternative e spiegare le preoccupazioni.
Fu sottolineato da tutti i presenti che la decisione finale di separarsi, divorziare e/o continuare con il gruppo spettava a lei. Abbiamo espresso la speranza che parte del suo processo decisionale tenesse anche in considerazione le ricerche rilevanti, e la nostra condivisione delle informazioni e della discussione.
Ho parlato della mia esperienza pluriennale nel trattare gruppi controversi e movimenti simili all’Istituto [T]. Ho evidenziato che avevo visionato materiale prodotto dall’Istituto e dal suo leader, in merito alla sua storia, alla struttura, alle pratiche e agli obiettivi. Ho concluso dicendo alla moglie che un’organizzazione che non abbia nulla da nascondere non ha motivo di temere
la valutazione altrui.
A questo punto la moglie acconsentì a rimanere e partecipare. Durante il primo giorno dell’intervento abbiamo discusso una serie di argomenti che includevano parti di ciascuno dei 4 blocchi di discussione individuati precedentemente.
Abbiamo toccato la definizione di culto, il processo di riforma del pensiero, abbiamo parlato della storia del gruppo e delle preoccupazioni della famiglia.

Abbiamo trascorso otto ore piene dedicate alla discussione e alla revisione, il primo giorno.
Alla fine del primo giorno ho chiesto alla moglie di incontrarci il giorno successivo. Le ho anche chiesto di astenersi dall’avere contatti di qualunque genere con gli associati all’Istituto [T].
Questo divieto includeva le e-mail, i messaggi telefonici, le telefonate e/o la comunicazione d’ogni altro tipo. Le ho spiegato che le sue molte ore di formazione all’Istituto non avevano mai subìto un’interruzione. Per una questione di equità, anche la nostra discussione non doveva essere interrotta da [T].
La famiglia esprimeva la preoccupazione che la sua reazione alle informazioni presentate fossero i suoi pensieri spontanei, senza tenere in alcun conto la guida o le indicazioni da parte del gruppo.
Ancora una volta ci fu un’esplosione emotiva. La moglie si arrabbiò e attaccò i genitori ed il marito, accusandoli di interferire nella sua vita e di tentare di controllarla.
In questo frangente il fratello si alzò ed espresse i suoi sentimenti. Affermava che questa situazione era così importante per lui, che aveva rinunciato a trascorrere del tempo con moglie e figli e si era sobbarcato a molte ore di viaggio in macchina per essere presente all’intervento.
Questo fece comprendere alla donna l’importanza, ancora una volta, delle preoccupazioni della famiglia.
Poi la donna ha deciso di continuare la discussione la mattina seguente, senza comunicazioni o interferenza da parte del gruppo e di trascorrere la notte nella casa coniugale.

Mentre il marito mi accompagnava in albergo, siamo ritornati sulle istruzioni date il giorno precedente: nessuno avrebbe dovuto parlare del gruppo e/o di argomenti ad esso collegati fino al nostro incontro del giorno successivo. Bisognava far questo per evitare il possibile scoppio diuna lite in mia assenza.
La mattina dopo abbiamo ripreso la nostra discussione. In questa giornata ci siamo dedicati alla definizione di culto molto di più ed in maniera approfondita. La nostra conversazione si soffermava spesso su esempi di comportamento, dinamiche e struttura assimilabili ai culti e sulle analogie con l’Istituto [T] e il suo leader, il sig. R. Basandoci su queste linee guida abbiamo rivisto anche il materiale reperito dal marito e pubblicato dal gruppo, e alcune comunicazioni via e-mail tra i membri.
Abbiamo guardato un documentario in DVD con uno spezzone storico su una serie di culti ben noti, che includeva il commento di ex seguaci.
Quanto sopra si è concluso il secondo giorno.
Alla fine del nostro secondo giorno la moglie sembrava curiosa, poneva domande e non era néarrabbiata, né litigiosa riguardo all’intervento.
Si è dichiarata d’accordo ad incontrarci di nuovo per il terzo giorno, senza alcuna difficoltà.
Il terzo giorno abbiamo discusso in profondità il processo di riforma del pensiero e la persuasione coercitiva.
Tale discussione includeva un esame del materiale di ricerca citato prima, scritto da Lifton, Singer, Ofshe, Schein e Cialdini, che serviva da spunto per la conversazione.

Di nuovo, sono stati fatti vari paragoni per evidenziare le affinità tra comportamento interno e pratiche dell’Istituto [T] e gli esempi delle tecniche prese in esame.
Verso la fine del terzo giorno abbiamo guardato un altro documentario in DVD, specificamente imperniato sulla manipolazione psicologica ed emotiva. Questo includeva l’induzione in trance e le tecniche di meditazione collegate, l’ipnosi e l’uso di ordini indiretti. Poiché gli stati alterati di coscienza sono un obiettivo primario dell’Istituto [T], abbiamo discusso della suggestionabilità e
della vulnerabilità degli individui che sperimentano tali stati d’alterazione.

Alla fine del terzo giorno la moglie, benché molto infastidita, sembrava molto interessata alle informazioni che avevamo trattato. Era molto più a suo agio con la sua famiglia ed in particolare con suo marito.
Non vi è stata alcuna esitazione nel concordare un incontro per il quarto giorno.

Il quarto giorno abbiamo discusso approfonditamente la storia dell’ Istituto [T] e del suo leader, il sig. R. Abbiamo passato in rassegna il materiale procurato dal marito: documenti societari, estratti conto, registrazioni immobiliari, e infine comunicazioni personali tramite e-mail tra il sig. R. e i suoi seguaci.
Cominciava ad emergere un quadro di sfruttamento.
L’organizzazione, a quel che si diceva, aveva uno scopo benefico e si supponeva cercasse di migliorare la condizione umana. Invece era evidente che il guru conduceva una vita tra agi e lusso, alle spalle dei suoi seguaci. Questo fu reso palese dalla documentazione, dalle sistemazioni nella struttura del gruppo in Tailandia e anche dalle insistenti richieste personali fatte dal sig. R. tramite e-mail. Tutto questo lasciava trapelare non certo un essere “altruista” o “illuminato”, bensì un approfittatore egoista.
Abbiamo guardato altri DVD che illustravano il comportamento di una serie di leader dei culti.
Ripetutamente la famiglia interveniva con osservazioni sul gruppo e la sua influenza sulla vita della donna.
Verso la conclusione del quarto giorno la donna era molto tranquilla e alla fine cominciò a piangere.
Chiese perdono ai familiari per la sua “stupidità”.
A questo punto sono intervenuto dicendo che sarebbe stato impossibile per lei valutare realisticamente il gruppo, dato il modo ingannevole con cui era stata reclutata e manipolata. E aggiunsi che tutta quella durezza nel giudicare sé stessa appariva esagerata.
Che dire del gruppo e del suo leader?
Quali responsabilità avevano in merito alle conseguenze negative del loro condizionamento?
Non meritavano di vedersi attribuita una parte – se non la maggior parte – della colpa?
Abbiamo poi discusso dell’assistenza successiva e delle varie risorse disponibili in California per proseguire la fase di recupero.

La conclusione fu emotivamente molto intensa, ma felice per tutti i presenti.
Marito e moglie si riappacificarono. La donna non ebbe più contatto o coinvolgimento con il gruppo, in alcun modo.
La moglie successivamente mi contattò per problemi con il gruppo che creavano preoccupazione a lei e/o alla sua famiglia.

 

[T] Il richiamo di Dio
Una trentenne operatrice di siti web, progettista, sposata e madre di 2 figli di 6 e 2 anni, è stata coinvolta in un gruppo religioso online noto come “[T] il richiamo di Dio”.
Il gruppo comprendeva circa 20 – 30 membri attivi collegati interamente tramite Internet.
Il leader del gruppo, S.T.R., sostiene di ricevere la rivelazione direttamente da Dio. Queste rivelazioni sono poi messe in forma di “lettere da Dio”, rese note e pubblicate dal sig. R.

Il gruppo comunica quasi esclusivamente online usando la teleconferenza, frequenti messaggi di posta elettronica e ritagli sui siti web.
I membri sono dislocati negli Stati Uniti, in Canada e in Australia.
Il sig. R in persona gestisce l’organizzazione da casa sua, nello stato di […].
I contributi al gruppo sono dati principalmente tramite Internet.
La giovane madre, che vive in Canada, era seguace già da due anni quando suo marito e i suoi familiari mi hanno contattato. In questo periodo aveva appena detto ai genitori e al fratello che non avrebbe più comunicato con loro, date le sue credenze.
Il suo matrimonio decennale cominciava ad accusare crescenti tensioni, sebbene lei convivesse ancora con suo marito.
Ho avuto dai suoi genitori l’incarico per l’intervento, che si giovava anche dell’appoggio del marito della giovane donna.
L’incontro del giorno di preparazione ha visto coinvolti tutti i familiari insieme. Proprio come nel caso precedente si è usata questa fase per spiegare e discutere i parametri dei nostri rispettivi ruoli e le ragionevoli aspettative.
Il giorno seguente, la giovane donna arrivò a casa dei genitori per una visita particolare, apparentemente per condividere le sue idee e chiarire il suo impegno.
La mia presenza fu, come al solito, un’assoluta sorpresa.

La donna non si aspettava neanche la presenza di suo fratello, di sua cognata e di suo marito.
Tutti i telefoni e gli accessi ad Internet in casa erano stati disattivati.
Dopo alcune ore di conversazione, la giovane donna si agitò visibilmente e protestò per questo “attacco” alle sue credenze. La rassicurai dicendole che nessuno dei presenti voleva criticare la sua fede cristiana, ma piuttosto il comportamento del gruppo e del suo leader.
La donna si calmò.
Al termine del primo giorno di lavoro, con circa 8 ore di discussione, la giovane donna acconsentì a pernottare nella casa della sua famiglia, a spegnere il cellulare e consegnarlo a sua madre. Le chiedemmo anche di non tentare di comunicare o di entrare in contatto con gli esponenti del gruppo. Accettò queste condizioni su pressione dei familiari e del marito.
Abbiamo trascorso una giornata intera a discutere sulla definizione di culto, sui culti storici e su quanti di essi si possano considerare “fondati sulla Bibbia”. Poi si sono individuati i parallelismi tra questi ultimi e il gruppo “[T] Il richiamo di Dio”.
Per esempio, si è discusso di David Koresh e i Davidiani Waco, poiché Koresh aveva storicamente rivendicato speciali rivelazioni da parte di Dio.
Jim Jones aveva un debole per la deformazione delle Scritture, usandole per manipolare i suoi seguaci. Abbiamo parlato, in maniera un po’ più dettagliata, di Jonestown e dei cosiddetti “Davidiani” che seguivano Koresh.
Il giorno successivo venne dedicato all’esame della riforma del pensiero e delle tecniche di persuasione coercitiva, ma in particolare del loro possibile uso nel contesto dei culti fondati sulla Bibbia.
Abbiamo guardato e discusso documentari in DVD sui Davidiani Waco e Jonestown.
Abbiamo anche ragionato su come la mancanza di trasparenza finanziaria e di affidabilità sia tipica all’interno di tali gruppi: vale a dire, come nessuno tranne il leader sappia realmente dove va a finire il denaro.
Poi abbiamo visionato la relazione di un investigatore privato ingaggiato dalla famiglia.
La relazione comprendeva un elenco delle proprietà immobiliari del sig. R., alcune registrazioni contabili societarie e la sua recente dichiarazione dei redditi, di notevole consistenza. Tutte queste informazioni contraddicevano palesemente ciò che il sig. R. aveva raccontato al gruppo e le sue ripetute affermazioni di non essere spinto dall’avidità.
Infine, l’ultimo giorno ciascun familiare condivise le sue particolari preoccupazioni riguardo al gruppo e alla sua influenza sul comportamento della giovane donna.
I genitori espressero il loro dolore per la sua recente decisione di interrompere la comunicazione con loro. Spiegarono che, indipendentemente dalle credenze della figlia, l’avrebbero sempre amata e non riuscivano a capire perché lei avesse deciso di troncare i rapporti.
Suo fratello parlò dei lunghi mesi senza contatti con lei e di come ne avesse sentito la mancanza.
In conclusione, il marito spiegò come l’impegno della moglie nel gruppo sembrasse preminente rispetto ad ogni altra considerazione pratica, compresi il matrimonio e la cura dei figli.

Negli ultimi due giorni la giovane donna ha posto sempre più domande critiche.
Il terzo giorno ha cominciato a divulgare informazioni rilevanti, riservate e sconosciute riguardo al gruppo. Ha parlato di altre persone con matrimoni in crisi e figli trascurati. La giovane donna spiegò anche che un seguace estremamente devoto era stato costretto alla bancarotta, e lei sospettava che questo fosse dovuto in parte agli eccessivi contributi in denaro elargiti al gruppo.
Queste rivelazioni costituivano la prova che l’influenza e il controllo del gruppo stavano svanendo.
Alla fine, la principale preoccupazione della donna fu quella di avvertire gli altri affinché non si lasciassero coinvolgere nel gruppo.
Abbiamo discusso della possibilità di condividere le informazioni attraverso la bacheca dell’Istituto Ross e di contattare altre persone nei primi stadi del coinvolgimento nel gruppo.
La giovane donna ha concluso definitivamente il suo impegno con “[T] Il richiamo di Dio”.

 

 

Falun Gong

Una donna di 36 anni, sposata e madre di 4 bambini tutti d’età inferiore ai 10 anni, si trovò coinvolta nel gruppo Falun Gong essendovi giunta tramite un’amica.
Inizialmente, vedeva il gruppo come un’opportunità di fare esercizio fisico e tenersi in forma.
Comunque, a poco a poco, l’organizzazione manipolò la sua mente e progressivamente condizionò le sue personali convinzioni religiose.
La giovane donna aveva un retroterra ebraico rigorosamente ortodosso. Tutta la sua famiglia era devota ad una nota setta ebraica cassidica. La loro osservanza prevedeva un severo regime alimentare, il rispetto del sabato ebraico, rigide direttive sull’abbigliamento e i rapporti tra uomini e donne.
Suo marito e i suoi familiari rimasero sconvolti quando scoprirono il suo impegno con Falun Gong, che essi giustamente vedevano come una contraddizione rispetto alle radicate tradizioni familiari e alle credenze religiose a loro care.

Arrivai all’incontro preliminare un giovedì mattina. L’incontro si svolse a casa di suo fratello, dove la famiglia aveva concordato di vedersi per la festività del sabato, che comincia al tramonto del venerdì e finisce al tramonto del giorno successivo.
Agli Ebrei ortodossi che osservano la festività del sabato è vietato usare apparecchi elettrici o dispositivi elettronici, durante il sabato stesso. Allo stesso modo, è vietato usare qualunque mezzo di trasporto. Avevamo concordato che il momento migliore per attuare l’intervento fosse il sabato, in una casa privata, sfruttando le rigide regole che avrebbero precluso ogni comunicazione esterna con i membri di Falun Gong.
All’incontro preparatorio erano presenti i genitori della giovane donna, suo marito e suo fratello. I genitori erano arrivati in aereo da […] e l’intervento ebbe luogo a […].

Tutti i presenti erano molto preoccupati che se il coinvolgimento della donna con Falun Gong fosse continuato, si sarebbe arrivati certamente al divorzio e ad una battaglia per l’affidamento dei bambini.
Il venerdì sono arrivato a casa del fratello poco prima del tramonto.
La famiglia mi ha presentato come esperto esterno e consulente. Ci siamo seduti tutti comodamente e abbiamo cominciato la discussione.
Ho dettagliato meglio il mio curriculum e l’obiettivo del nostro incontro.
Con tono dimesso la donna chiese ai familiari perché si rendesse necessario questo incontro, considerando che Falun Gong era un gruppo “innocuo” e “benigno”.
Ciascun familiare singolarmente spiegò le sue preoccupazioni.
I suoi genitori dissero che all’interno della famiglia c’era una tradizione di osservanza religiosa ebraico – ortodossa e non riuscivano a capire perché la figlia avesse apertamente rifiutato questo, abdicando al suo ruolo di madre ebraico – ortodossa.
Il fratello espresse un’analoga disapprovazione riguardo alle scelte della donna. Disse che per molti anni sua sorella era stata l’ispiratrice del suo coinvolgimento nel Giudaismo ortodosso.
Il marito fu il più pungente, affermando enfaticamente e chiaramente che si erano sposati con matrimonio ebraico, assumendo l’impegno reciproco di dar vita ad una famiglia ebraica e onorare i “Comandamenti di Dio”. Concluse che la moglie aveva infranto quei giuramenti e ignorato le sue promesse.

Ripetutamente la donna rassicurò i presenti che Falun Gong non era una scelta religiosa, ma piuttosto una pratica di esercizio fisico, che non contraddiceva le sue credenze religiose.
Affermò anche che c’erano sempre stati dei problemi nel suo matrimonio e poi scoppiò in lacrime.
I familiari contraddissero la sua affermazione e dissero che sebbene nessun matrimonio sia perfetto, il suo sembrava piuttosto soddisfacente, fino all’approfondirsi del suo coinvolgimento in Falun Gong.
[…]
In conclusione della prima serata concordammo l’incontro per il giorno seguente.
Non ci fu bisogno di sollecitare l’impegno di non comunicare con il gruppo, in virtù delle regole della festività del sabato riguardo ai telefoni e/o alla comunicazione elettronica. E tutto in casa era stato disattivato.
La mattina seguente la nostra discussione si concentrò sulla definizione di culto e fino a che punto Falun Gong rientrasse nei canoni.
Parlammo del ruolo del “Maestro Li”, le sue pretese soprannaturali e il modo in cui la sua personalità permeava il gruppo.

Discutemmo anche delle pratiche di meditazione di Falun Gong e del processo di induzione in trance.
Falun Gong incoraggiava, attraverso la suggestione, alterazioni dello stato di coscienza?
Alcuni degli esercizi del gruppo potevano essere considerati auto-ipnosi?
Come si potevano misurare oggettivamente i risultati soggettivi raggiunti attraverso Falun Gong?
Al di là degli aneddoti, c’erano dei risultati, prodotti da Falun Gong, che fossero scientificamente misurabili?
Come poteva Li Hongzhi giustificare le sue pretese soprannaturali?
Questi punti vennero discussi in tutta la mattinata e fino al pomeriggio.
All’avvicinarsi del tramonto, la giovane donna fece notare che, analogamente, neanche le rivendicazioni soprannaturali nel contesto del Giudaismo potevano essere provate.
I miracoli citati nella Bibbia accaddero realmente?
Mosè aprì il Mar Rosso?
E che dire dell’Arca di Noè?
Quali racconti della Bibbia furono eventi storici ed effettivamente provati?
Poi chiesi alla donna se intendesse dire che le pretese soprannaturali di Falun Gong dovessero essere interpretate come rivendicazioni religiose basate sulla fede.
Lei non rispose prontamente.
Insistendo sull’argomento, le chiesi precisamente se volesse dire che le rivendicazioni di Li Hongzhi fossero di tipo religioso. E se lo erano, allora come poteva lei aderire contemporaneamente a due diversi sistemi di credenze religiose?
Discutemmo anche le affermazioni razziste fatte dal sig. Li.
Parte della sua spiegazione in merito includeva una cosmologia con varie divinità assegnate alle varie razze.
Misi in evidenza il problema dell’adesione a due sistemi di credenze contemporaneamente, specialmente se in aperta contraddizione. Vale a dire: mentre il Giudaismo è monoteista, Falun Gong non lo è.
Come faceva lei a conciliare le due cose?
Le chiesi anche se era giusto che Falun Gong l’avesse deliberatamente ingannata nella procedura di reclutamento, nascondendo e/o camuffando il fatto che esso è un sistema religioso e non semplicemente una pratica di esercizio fisico. Non meritava di conoscere tutti i fatti prima di coinvolgersi sempre più nel gruppo?

Al tramonto sembrò trovarsi in imbarazzo.
La giovane donna insisteva nel sostenere che in qualche modo il suo impegno in Falun Gon fosse possibile senza alcun conflitto.
Poi promise al marito e ai familiari che i suoi figli sarebbero cresciuti in una “casa ebraica”.
Successivamente ho ribadito che il monoteismo era l’aspetto più importante nel Giudaismo e quindi era il fondamento di una “casa ebraica”. E come riusciva lei a conciliare questo con gli insegnamenti del Maestro Li?
Fu una specie di disastro.
A questo punto la giovane donna rifiutò di continuare a parlare e disse che la nostra discussione doveva essere conclusa.
Alla fine tutti concordarono nel rispettare i suoi desideri e terminare l’intervento, ma con l’intesa che la coppia avrebbe partecipato ad incontri con un consulente matrimoniale professionista.
La giovane donna acconsentì anche a concludere il suo impegno con Falun Gong e/o chiunque fosse associato al gruppo. Però, successivamente, le sue azioni sembravano indicare che questa promessa non fu completamente mantenuta.

 

Il centro della Kabbalah

Una famiglia ebrea […] decise, dopo molti anni di partecipazione attiva, di porre fine all’impegno in un gruppo controverso noto come “Il centro della Kabbalah”.
Questa organizzazione è guidata dal rabbino Philip Berg, da sua moglie Karen e dai loro figli Michael e Yehuda Berg.
Il Centro della Kabbalah non è ufficialmente riconosciuto dai leader della comunità ebraica organizzata, né è generalmente considerato molto credibile nella più ampia comunità di studiosi della Kabbala.
Invece, il Centro della Kabbala è stato spesso definito “culto”.
Il padre e la madre avevano allevato i figli all’interno del gruppo. Quando ne uscirono, i loro figli più giovani, adolescenti, prontamente lasciarono anch’essi il gruppo. Invece la loro figlia più grande rifiutò di andarsene. Insisteva nel dire che i suoi genitori avevano fatto un errore a separarsi dall’organizzazione.
Fui contattato per un intervento finalizzato a far uscire la figlia adulta dal gruppo.
Ci incontrammo diverse volte per la fase preparatoria.
Alla fine ci riunimmo per l’ultimo incontro di preparazione il giorno prima dell’intervento prestabilito. Erano presenti i genitori, una zia e uno zio ed un ex membro del Centro della Kabbala.
Nel nostro incontro prefigurammo che la figlia avrebbe avuto maggiore intesa con lo zio.

Entrambi i genitori avevano litigato varie volte con la figlia, per più di un anno, a causa del suo protratto coinvolgimento nel gruppo.
Ma suo zio non aveva mai criticato il Centro della Kabbala.
Discutemmo in particolare dell’importanza di bloccare la comunicazione con il gruppo e la sua conseguente influenza per il periodo di tempo in cui saremmo stati insieme, il che si era dimostrato un problema per il suo comportamento precedente.
Sperammo che la figlia condividesse una camera con sua zia nell’albergo in cui stava per svolgersi l’intervanto.
I suoi genitori sarebbero stati in una camera nello stesso piano.
Sùbito dopo l’inizio dell’intervento, la mattina seguente, la giovane donna ebbe una reazione rabbiosa. Era furiosa con i genitori perché non l’avevano avvertita dell’incontro in anticipo.
Spiegai che questa era stata una mia decisione, per le preoccupazioni sul perdurante condizionamento e sulla potenziale interferenza da parte del Centro della Kabbala.
Trovò questo molto difficile da accettare e si precipitò fuori dalla stanza.
Suo zio la seguì fin nella hall e alla fine la convinse a tornare in camera e sedersi.
Un’ ex seguace del Centro della Kabbala condivise le sue esperienze. Una volta faceva parte dello staff, sebbene la sua retribuzione comprendesse poco più che vitto e alloggio, senza altri vantaggi significativi, quali un’assicurazione per la copertura sanitaria.
L’ex seguace spiegò come i membri dello staff venissero sfruttati dai leader. Offrì anche una visione interna del duro trattamento spesso sopportato per lo stile estremamente autoritario dei Berg.
Discutemmo la definizione di culto e come il Centro della Kabbala sembrasse rientrare in quei canoni.
Invece, il Centro della Kabbala è stato spesso definito “culto”.
Il padre e la madre avevano allevato i figli all’interno del gruppo. Quando ne uscirono, i loro figli più giovani, adolescenti, prontamente lasciarono anch’essi il gruppo. Invece la loro figlia più  grande rifiutò di andarsene. Insisteva nel dire che i suoi genitori avevano fatto un errore a separarsi dall’organizzazione.
Fui contattato per un intervento finalizzato a far uscire la figlia adulta dal gruppo.
Ci incontrammo diverse volte per la fase preparatoria.
Alla fine ci riunimmo per l’ultimo incontro di preparazione il giorno prima dell’intervento prestabilito. Erano presenti i genitori, una zia e uno zio ed un ex membro del Centro della Kabbala.
Nel nostro incontro prefigurammo che la figlia avrebbe avuto maggiore intesa con lo zio.
Entrambi i genitori avevano litigato varie volte con la figlia, per più di un anno, a causa del suo protratto coinvolgimento nel gruppo.
Ma suo zio non aveva mai criticato il Centro della Kabbala.

Discutemmo in particolare dell’importanza di bloccare la comunicazione con il gruppo e la sua conseguente influenza per il periodo di tempo in cui saremmo stati insieme, il che si era dimostrato un problema per il suo comportamento precedente.
Sperammo che la figlia condividesse una camera con sua zia nell’albergo in cui stava per svolgersi l’intervanto.
I suoi genitori sarebbero stati in una camera nello stesso piano.
Sùbito dopo l’inizio dell’intervento, la mattina seguente, la giovane donna ebbe una reazione rabbiosa. Era furiosa con i genitori perché non l’avevano avvertita dell’incontro in anticipo. Spiegai che questa era stata una mia decisione, per le preoccupazioni sul perdurante condizionamento e sulla potenziale interferenza da parte del Centro della Kabbala.
Trovò questo molto difficile da accettare e si precipitò fuori dalla stanza.
Suo zio la seguì fin nella hall e alla fine la convinse a tornare in camera e sedersi.
Un’ ex seguace del Centro della Kabbala condivise le sue esperienze. Una volta faceva parte dello staff, sebbene la sua retribuzione comprendesse poco più che vitto e alloggio, senza altri vantaggi significativi, quali un’assicurazione per la copertura sanitaria.
L’ex seguace spiegò come i membri dello staff venissero sfruttati dai leader. Offrì anche una visione interna del duro trattamento spesso sopportato per lo stile estremamente autoritario dei Berg.
Discutemmo la definizione di culto e come il Centro della Kabbala sembrasse rientrare in quei canoni.

La discussione seguente fu incentrata sulla riforma del pensiero e sulle tecniche di persuasione coercitiva.
A turno sia i genitori, sia l’ex seguace esponevano i loro ricordi personali sul Centro della Kabbala e le loro specifiche esperienze, che io poi mettevo a confronto con le tecniche coercitive di persuasione.
Nel corso della giornata, man mano che la discussione continuava, c’erano periodiche esplosioni d’emotività, e la figlia lasciò nuovamente la stanza in preda all’ira.
Suo zio la seguì rapidamente, le parlò lungamente nella hall, e infine rientrarono in camera insieme.
Questo accadde per circa tre volte.
Infine, dopo 8 ore di discussione intervallate da queste periodiche esplosioni, concludemmo la prima giornata.
Ma la figlia rifiutò di stare con la zia o con chiunque altro in albergo.
Alla fine acconsentì a rimanere a casa dello zio a […].
Tutti concordammo di ricominciare la mattina seguente. E la figlia in particolare acconsentì a non comunicare in alcun modo con il Centro della Kabbala, nel frattempo.
Comunque, la mattina dopo se n’era andata.

Suo zio l’aveva lasciata sola in casa quando era andato ad accompagnare i suoi due figli a scuola.
Evidentemente, sùbito dopo che lui era uscito, la donna aveva contattato il Centro e poi era scappata via.
Successivamente, per diversi mesi, la figlia si allontanò dalla casa familiare, rifiutò di incontrare i genitori e invece andò a vivere con un seguace del Centro della Kabbala.
Oggi la figlia continua ad essere membro del Centro nonostante le preoccupazioni dei suoi familiari, anche se le comunicazioni con loro sono riprese e molto migliorate.

 

Conclusione
Spero che questa spiegazione essenziale del mio approccio d’intervento / deprogrammazione sia servita ad una migliore comprensione della procedura.

La deprogrammazione nelle sue varie forme è sostanzialmente durata più di 30 anni negli Stati Uniti, in quanto è l’unico approccio sistematico più efficace per interrompere il condizionamento strategico di un culto attraverso una procedura d’intervento.
Come avete potuto vedere dal breve profilo dei casi presentati, questo processo è difficile e non sempre ha buona riuscita.
E’ mia speranza che lavorando insieme, confrontando i vari approcci, condividendo le nostre conoscenze generali e le informazioni rilevanti, si possa rendere un servizio migliore alle molte persone e alle rispettive famiglie pesantemente condizionate dai culti distruttivi.
—————————————
Ringraziamo Rick Alan Ross, che ci ha permesso di tradurre questo suo intervento:
“You may translate my article regarding cult deprogramming. But full attribution and copyright
notice must be posted. Copyright © 2010 Rick Ross”
L’originale è al seguente indirizzo
http://www.cultnews.com/?p=2421 )
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La deprogrammazione dai culti: un esame della procedura d’intervento
Giovedì 13 Gennaio 2011 16:44 -
© Traduzione in italiano a cura di Lidia De Stefanis –Editing di Lorita Tinelli – CeSAP, 2011

 
 

Abuso psicologico e controllo mentale

26 gen

Definizione

Ci sono parole, azioni, comportamenti, interazioni che nessuna legge punisce, ma che possono risultare fortemente lesivi per una persona.

Questo tipo di violenza, definita psicologica (definizione vaga e per ora scarsamente codificata), riguarderebbe diverse situazioni, tanto di tipo carenziale, quanto di tipo attivamente lesivo, che colpiscono il benessere emotivo e psicologico della vittima. La provocazione continua, l’offesa, la disistima, la derisione, la denigrazione, la svalutazione, la coercizione, il ricatto, il silenzio, la privazione della libertà, la menzogna e il tradimento della fiducia riposta sono solo alcune forme in cui si manifesta la violenza psicologica.

Per parlare di abuso psicologico è necessario che una o più di queste dimensioni siano sufficientemente pervasive, da poter essere considerate caratteristiche delle interazioni e da far sorgere serie preoccupazioni in merito al funzionamento e alle condizioni emotive della vittima.

Ambiti di attuazione della violenza psicologica

La violenza di tipo psicologico si esplica in vari ambiti, domestico, lavorativo e sociale, ed è dunque caratterizzata da un tipo di relazionalità aggressiva che può essere o meno accompagnata da situazioni di maltrattamento fisico o sessuale, e che si connota per il carattere particolarmente minaccioso dell’approccio relazionale.

L’aspetto che distingue tale situazione da altre che per altro verso potrebbero essere definite nello stes-so mo-do, è rappresentato da un atteggiamento violentemente intrusivo da parte dell’aggressore nei confronti dell’aggredito, che può essere un partner debole o più frequentemente un figlio, oppure, un discente, un collega di lavoro…

La violenza psicologica che si perpetua nell’ambito familiare è quella maggiormente riconosciuta anche dal punto di vista giuridico.

Recenti sentenze hanno difatti sottolineato le caratteristiche della violenza psicologica domestica e i suoi effetti sulla relazione.

Una sentenza della Corte d’Appello di Torino, sezione I civile (RG. 895/99), per esempio ha attribuito il fallimento di un matrimonio alle violenze psichiche che il marito infliggeva alla moglie:

“E’ emerso infatti che il comportamento tenuto dallo S. ha comportato per tutta la durata del rapporto, offesa alla dignità dell’altro coniuge, in considerazione degli aspetti esteriori con cui era coltivato e dell’ambiente in cui era esternato, ed è stato oggettivamente tale da cagionare sofferenze e turbamenti, lesioni all’immagine ed offese pregiudizievoli della personalità del coniuge, con atteggiamenti di disistima e comportamenti espulsivi, particolarmente gravi per i toni sprezzanti ed in quanto esternati alla presenza dei componenti del gruppo parentale e amicale, benchè la moglie tentasse, in tali occasioni, di ricomporre le fratture. Lo S. ha dunque tenuto nel corso del rapporto una condotta offensiva ed ingiuriosa sotto plurimi profili. (Dalla sentenza, pag. 36).

La sentenza ha denominato tali metodi di attacco alla stima personale con il termine mobbing (pag. 45 della sentenza), addebitando la responsabilità della separazione al marito.

La Sesta Sessione Penale della Corte di Cassazione (3750/99) ha sostenuto che l’uomo che rende la vita impossibile alla ex moglie, sottoponendola ad ogni tipo di molestie e vessazioni, è punibile con il carcere, perché viene meno ai doveri di rispetto reciproco ai quali è tenuto anche se separato, a nulla rilevando il fatto che sia cessata la convivenza. Con questa affermazione ha respinto il ricorso di un signore separato che aveva tormentato la ex moglie con ogni tipo di molestia (foratura di gomme dei pneumatici, minacce) e per questo era stato condannato dalla Corte di Appello di Venezia per il reato di maltrattamenti in famiglia. Secondo la Suprema Corte, infatti, è vero che i singoli comportamenti tenuti dall’uomo costituivano di per sé reato (minacce, ingiurie, danneggiamento, etc.), ma quando la sottoposizione dei familiari, “ancorché conviventi”, ad atti di vessazione continui e tali da cagionare agli stessi intollerabili sofferenze presentino “il connotato dell’abitualità”, tutti i singoli episodi costituiscono espressione di un “programma criminoso” unitario, e quindi configurano il più grave reato previsto dall’art. 572 del codice penale.

Quindi vessazioni, minacce, ingiurie, danneggiamenti, ecc. continuativi all’interno di una relazione sono segnali di abuso psicologico.

La violenza psicologica si consuma anche nell’ambiente lavorativo. Il mobbing (dall’inglese To mob = assalire tumultuosamente) difatti è una chiara forma di violenza psicologica, definita anche terrore psicologico, esercitata sul posto di lavoro attraverso attacchi ripetuti di colleghi o superiori.

Il mobbizzato (vittima del mobbing), spesso, inconsapevolmente entra in un circolo relazionale vizioso che lo vede vittima di una sottile e diabolica aggressione da parte di un carnefice. Gli attacchi però non sempre sono eclatanti, e la vittima non è subito in grado di identificare chiaramente quello che gli sta succedendo: cattiverie, pettegolezzi…sono ritenuti regole del gioco e sdrammatizzate da parenti e amici a cui vengono raccontati. Così l’individuo inizia a provare senso di inadeguatezza, di colpa per non riuscire ad essere migliore e quindi inattaccabile. Non riesce subito a mettere in relazione il fastidioso mal di testa, la difficoltà di digestione, gli attacchi d’ansia…con lo stillicidio quotidiano di diffidenze, maldicenze e rimproveri gratuiti che riceve. Finisce spesso per attribuire a se stesso la responsabilità delle sue difficoltà di adattamento all’ambiente lavorativo. I disturbi psicosomatici e i danni alla stima della persona sono inevitabili.

Si passa dunque da un tipo di relazione simmetrica ad una relazione complementare fissa, in cui la vittima assume il ruolo di sottomesso (one-down).

Una delle forme più invasive dell’abuso psicologico è il controllo mentale o persuasione distruttiva, che il carnefice mette in atto nei confronti della vittima designata. La persuasione, o controllo mentale rappresenta lo sforzo di condurre una persona verso una direzione voluta, con mezzi diversi dalla forza (nel caso della violenza psicologica nel mondo del lavoro, il carnefice desidera portare al licenziamento la vittima; nell’ambito domestico o relazionale, l’obiettivo è di annientare psicologicamente il più debole). La persuasione distruttiva viene preparata secondo un programma preciso e nascosto, mediante il controllo strategico dei bisogni dell’altro.

Un ambito in cui si sviluppa ampiamente tale forma di relazione pervasiva, ma in modo molto più subdolo, è quello di appartenenza ad un gruppo ad ideologia radicale o settaria. La convinzione che un “profilo psicologico” caratterizzi i membri dei gruppi radicali è errata. Diversi fattori operano simultaneamente all’istante del reclutamento. Affinchè un individuo venga reclutato con successo, diventano importanti i seguenti fattori: convinzioni ed atteggiamenti precedenti, natura della strategia del gruppo persuasivo, variabili sociali ed ambientali, particolari bisogni dell’individuo in quel preciso momento.

Esistono dei gruppi altamente specializzati nelle tecniche di reclutamento che mescolano psicoanalisi, religione, scienza e pratiche iniziatiche per creare acquiescenza nell’individuo. Spesso aggirano le difese mascherandosi da scuole di formazione o corsi specialistici per operatori e manager. Tali gruppi, oggi molto “di tendenza” sono legati al variegato mondo della New Age.

Il lungo rapporto che il Dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno ha inviato alla Commissione Affari Costituzionali della Camera punta il dito in particolar modo su questi tipi di gruppo, definiti “psico-sette” o “autoreligioni”, che agiscono anche nella nostra nazione con metodi reclutativi altamente aggressivi e lesivi.

Il rapporto sostiene difatti che “nella fase di proselitismo e in quella di indottrinamento tali gruppi usano sistemi scientifici studiati per aggirare le difese psichiche delle persone irretite, inducendole ad atteggiamenti acritici e obbedienza cieca”.

Per quanto questi gruppi sostengano di agire per garantire il benessere personale e psicologico degli individui, la sola cosa che ottengono con indiscutibile successo è di raccogliere enormi somme di denaro per i loro capi.

Nel rapporto del Ministero degli Interni difatti si legge tra l’altro: “Coloro che decidono di proseguire la terapia, sono indotti a frequentare corsi sempre più onerosi, durante i quali sono sottoposti a stress fisici (lavori logoranti, diete ipervitaminiche e ipoproteiche) e psicologici (letture forzate, pressioni e intidimidazioni)”. Contro organizzazioni di questo tipo, sottolinea il rapporto, l’azione penale rischia di non avere strumenti sufficienti: non esiste ancora il reato di “aggressione alla liberta” psichica e non è più previsto quello di plagio.

Il mantenimento all’interno del gruppo viene garantito da una serie di tecniche. Molti di questi gruppi utilizzano anche l’ipnosi di massa, che favorisce una attenzione di tipo estatico e, infine, obbedienza. Strumenti di ipnosi sono la preghiera o la ripetizione di frasi ritualistiche o mantra. Le parole utilizzate in queste cantilene non devono però essere significative per essere efficaci. La psicologia ha difatti dimostrato sperimentalmente che le parole senza senso sono più facilmente ricordate che non quelle dotate di senso. Questo perché le parole senza significato hanno un contenuto meno associativo e inibitorio di quelle significative.

Altra tecnica funzionale al controllo mentale ed efficace al mantenimento dell’individuo nel ruolo di vittima è la manipolazione della colpa: qualsiasi lacuna nella vita del culto viene attribuita ad una qualche falla tra i devoti. Quando un membro comincia a mettere in dubbio che i suoi bisogni trovino veramente una soluzione, le sue proteste verso i leaders generano soltanto accuse secondo cui egli stesso è responsabile delle proprie difficoltà (così come avviene per il mobbizzato nel mondo del lavoro). Addirittura un membro impegnato arriva a credere davvero che la sua insoddisfazione sia dovuta al proprio modo di agire. Come un bambino non può immaginare che i suoi genitori possano usargli violenza, un membro del culto può condannare solo se stesso per le esperienze negative.

Il processo di colpevolizzazione è un circolo vizioso: il considerevole numero di suicidi tra i membri del culto suggerisce che l’unica soluzione a questo dilemma sia l’autodistruzione.

Effetti dell’abuso psicologico

Nell’anno 1999 alle sedi del nostro Centro (Ce.S.A.P.) si sono rivolti 763 utenti, che hanno denunciato situazioni di abuso psicologico: il 16,4% (pari a 125) nell’ambito domestico, il 18,4% (140) nell’ambito lavorativo, mentre il 57% circa (436) ha portato alla nostra attenzione un problema di controllo mentale a causa di un’adesione ad un culto personale o di un proprio parente. I contatti solitamente avvengono per via telematica (605 e-mail di richiesta in un anno) oppure per telefono (65 telefonate) o per contatto diretto con i nostri operatori (93 visite).

L’età media dei richiedenti è di 43 anni circa, si tratta il più delle volte di donne (55,5%), coniugate (76% circa). Solitamente denunciano esperienze lunghe di abusi, vessazioni, lesioni ai propri diritti, dirette o indirette.

Si tratta di numeri dolorosi, minacciosi, indicativi della gravità del fenomeno, del quale lasciano però intuire dimensioni ben più ampie.

230 delle richieste pervenute sono state prese in carico dai nostri professionisti per:

– Psicoterapia (25%)

– Terapia medico/farmacologica (5%)

– Cause di separazione legale (56,5%)

- Interventi educativi su minori (10,5%)

Gli utenti presi in carico si distinguono in vittime dirette di un abuso perpetuato in uno degli ambiti sopracitati e in parenti delle vittime. I primi spesso non giungono a chiedere aiuto spontaneamente, ma sono spronati a farlo da amici o parenti. Sono diffidenti e molto aggressivi, all’inizio, in quanto non hanno più alcuna fiducia nella relazione. Il senso di violazione personale è indescrivibile.

Se hanno avuto un’esperienza in un culto distruttivo, appaiono arrabbiati, delusi e il più delle volte non desiderano sentir parlare di argomentazioni spirituali. In casi più rari, invece, la rabbia di essere stati ingannati è tale che le vittime più che rivolgere una richiesta d’aiuto desiderano acquisire quante più informazioni possibili sul culto di cui facevano parte, al fine di vendicarsene (in special modo se all’interno hanno dovuto lasciare una persona cara), oppure desiderano sporgere immediatamente delle denunce.

La maggior parte di loro presenta dei problemi di carattere emotivo e in alcuni casi disturbi mentali veri e propri. L’adesione ai culti distruttivi, per esempio, o il perpetuarsi di una distorsione nella relazione agevolano lo strutturarsi di una serie di problemi fisici e mentali (si comincia col manifestare disturbi di tipo psicosomatico, disordini alimentari, fino a giungere a disturbi di tipo psicotico, depressione cronica, alcoolismo…). Spesso gli ex aderenti ad un culto distruttivo risentono, a distanza di tempo, dei ricatti e delle vessazioni ricevuti dal resto del gruppo di appartenenza, nel momento in cui si sono allontanati o sono stati costretti ad allontanarsene. I culti distruttivi funzionano secondo la politica del Chi è fuori è un nemico!

Molti sono i tentativi di suicidio, specialmente perché la vittima spesso non si sente supportata nel suo dolore da nessuno, non trova via d’uscita e crede che la colpa della sua esperienza negativa sia esclusivamente sua.

Diverse sono le cause di separazione, specie quando l’altro coniuge è ancora all’interno del culto. Le cause non sono semplici, specie quando di mezzo ci sono i bambini. Spesso il coniuge-adepto, in questi casi, mette in moto una serie di meccanismi e strategie di denigrazione dell’altro (l’apostata) con accuse gravi, fino a trasformare le cause da civili a penali. L’adepto ha la tendenza a volere l’affidamento del proprio figlio al fine di tenerlo ancora nel gruppo e soprattutto lontano dall’altro che rappresenta nella sua mente satana. Nel quotidiano le vittime sostengono di non riuscire a rendere più nel loro lavoro o impegno, provano vergogna e ancora sensi di colpa, anche a distanza di tempo. Uno di loro una volta ha asserito di sentirsi in colpa per aver buttato 20 anni della sua vita in un culto, anni in cui aveva vissuto non vivendo.

I familiari delle vittime, specialmente quelli degli aderenti ai culti distruttivi, che sono coloro che più facilmente si rivolgono ai centri di aiuto, sviluppano una sorta di relazione di co-dipendenza, con il proprio caro, adepto. Dopo aver fatto diverse esperienze di fallimento iniziali, in cui hanno tentano di risolvere la situazione con le sole proprie forze, tendono a negare il fatto, quando sono di fronte al loro caro intrappolato, mentono per non affrontare la situazione, perché temono di non rivederlo più, sono spesso accondiscendenti, ma covano dentro tanta rabbia, depressione e risentimento che contribuiscono ad alimentare la loro frustrazione e impotenza.

Spesso ci chiedono aiuto per ricevere un miracolo dall’esterno, più che animati da desiderio di impegnarsi nei tentativi di recupero. Alcuni di loro, si mettono in contatto con tutte le associazioni e i professionisti di cui hanno sentito parlare su giornali o in TV, in Italia e all’estero, e contemporaneamente rivolgono a tutti richieste d’aiuto. In questo modo rendono molto più complessa l’azione di intervento, per il dispendio di energie. Anche i familiari delle vittime sviluppano malattie psicosomatiche dovute a disturbi connessi allo stress che vivono quotidianamente.

Metodi di aiuto e di recupero Nel corso della nostra esperienza abbiamo sviluppato metodologie sempre più specifiche di aiuto e recupero da abuso psicologico.

Le vittime entrano in contatto con i nostri operatori, i quali hanno il compito di verificare la natura della richiesta e a seconda dei casi inviarli al professionista più adeguato (medico, psicologo, psicoterapeuta, psichiatra, avvocato, pedagogista). Fanno parte del nostro gruppo anche ex vittime, che sono a disposizione nelle varie fasi di recupero con la loro personale esperienza nell’ambito specifico.

Una volta presi in carico, viene richiesta a ciascuno la redazione di un memoriale della propria esperienza, che aiuta sia loro sia gli operatori a focalizzare razionalmente la storia passata.

Il sostegno informativo è un’altra fase essenziale per il processo di recupero: gli operatori spesso mettono a disposizione dell’utente tutto il materiale necessario a comprendere meglio l’esperienza passata (libri e documenti dei culti, sentenze, circolari…) e le ex vittime provvedono a fornire particolari dello loro esperienza.

Questo tipo di aiuto emotivo è molto importante sin dal primo contatto.

Gli utenti chiedono subito se la loro esperienza è singolare o c’è qualcun altro che l’ha vissuta e se esiste questa possibilità chiedono immediatamente il contatto. Quando i vari utenti sono presi in carico dagli esperti, alcuni di loro contemporaneamente ricevono supporto emotivo mediante i gruppi di auto-aiuto. I gruppi di aiuto sono luoghi dove elaborare la propria guarigione, dove parlare di traumi passati con persone che hanno fatto la stessa esperienza e che sono state formate a dare sostegno.

Dal gennaio 2000 è stato attivato un gruppo di auto-aiuto per vittime di culti distruttivi, al quale hanno aderito 15 persone. Grazie al successo di questa iniziativa a settembre saranno attivati altri gruppi per vittime e familiari di vittime di culti distruttivi e di mobbing.

Quando le vittime sono riuscite a risolvere il loro problema, hanno sviluppato nuovi modi di comunicare con se stessi e con gli altri ed hanno recuperato fiducia nel prossimo, la maggior parte delle volte desiderano offrire la propria esperienza al servizio degli altri.

Lorita Tinelli

Presidente CeSAP

© Leadership Medica Anno XVI – No. 06.2000

 
 
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