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Lorita Tinelli

Prefiero morir de pie a vivir arrodillado – Il Che

Come e perché si aderisce ad un culto distruttivo
L’affiliazione ad una ideologia settaria totalitaria presuppone un coinvolgimento completo dell’individuo, tale da generare una modificazione psicologica e comportamentale dello stesso.
Questo non solo ne limita la libertà di pensiero ed azione, ma anche orienta la sua vita in toto, fino all’accettazione di stili distruttivi per se stesso e per gli altri.

Gli elementi a favore del mutamento individuale e della assoggettazione al gruppo e al suo leader carismatico sono rintracciabili in fattori interni e fattori esterni all’individuo.

I fattori interni
a) La condizione psicoemotiva
In studi precedenti (1998) [1] è stato possibile dimostrare che l’adesione ad un’ideologia settaria presuppone che l’individuo stia vivendo uno stato emotivo particolare.
La perdita di una persona cara, un lutto, un esame non andato bene, aspettative fallite, … possono essere fattori scatenanti di uno stato di necessità emotiva. Questo pone l’individuo nella condizione di maggiore sensibilità verso discorsi di carattere spirituale/affettivo. Pensare ad un Dio, ad un Maestro, ad un Padre, ad un’Entità Superiore, che possa sconfiggere il dolore e la propria sofferenza, è un modo per de-responsabilizzarsi dal problema e di affidare la risoluzione delle proprie angosce ad un’altra persona, di cui si riconoscono doti eccezionali. L’adesione al gruppo, quindi, non è consapevole e volontaria né la scelta razionale, ma l’individuo finisce per essere trascinato dal flusso dei condizionamenti somministrati e ne subirà le conseguenze [2].

b) La struttura di personalità dell’adepto

Molti studi (1991) [3] hanno evidenziato che aderenti a sette distruttive e devianti hanno le seguenti caratteristiche in comune:

1) Educazione familiare rigida
La grande maggioranza degli adepti di sette distruttive da bambino ha vissuto in un clima familiare rigido, anafettivo e squalificante.

L’aver vissuto in questo modo li porta a perpetrare e a ricercare tali sistemi di relazione e comunicazione in altre esperienze della propria vita.

Chi è vissuto in un sistema rigido presenta delle difficoltà ad esprimere liberamente ciò che desidera. Nel proprio vissuto probabilmente nessuno ha risposto alle richieste: questo avrà portato la persona ad una serie di esperienze di vita non sempre positive (nel passato di molti aderenti a culti distruttivi, ci sono esperienze di droga, di abbandono, di violenza, …).

Quando un culto o un gruppo con regole precise si propone al soggetto in termini amichevoli, egli risponde. Il desiderio è quello di aderire ad un sistema conosciuto e stabile, che gli consenta di vivere la sua vita felicemente.

Gli stessi rapporti saranno vissuti in termini di punizioni e gratificazioni. La stessa spiritualità è vissuta in questi termini.
Si comincia a credere che qualsiasi evento negativo sia meritato perché vissuto in termini di punizioni dall’Alto, per qualcosa di sbagliato commesso o anche pensato!

2) Esperienze di delusione

L’adepto ha vissuto una serie di delusioni nella sua vita.

Nel paragrafo precedente si accennava alla perdita di qualche persona cara. Divorzi, separazioni, perdite, malattie, lutti, … sono esperienze di abbandono. Chi vive queste esperienze si sentirà più sensibile verso persone o gruppi che promettono accoglienza senza apparenti pericoli o richieste evidenti.

Spesso, poi, il gruppo promette immediatamente conforto e gratificazione e questo è molto allettante.

3) Bassa auto-stima
Il potere dell’affiliazione ha un provato valore distruttivo della vita di molti individui.
Difatti molti di coloro che sono affascinati dai movimenti estremi hanno dei problemi di scarsa auto-stima.
Se una persona, non ha sviluppato un sano amore di se stessa e non riesce a valorizzare le sue credenze e le sue abilità, mostra maggiore recettività verso sistemi totalitari.

Chi non ha imparato a stimarsi, tenderà, infatti, a non riuscire a discernere fra ciò che è realmente giusto per se e per gli altri e ciò che è manipolativo e distruttivo.
Il soggetto a bassa auto-stima è talmente alienato ed isolato, che desidera solo ed unicamente essere accettato. Per acquisire un valore agli occhi di un altro, è disposto a fare tutto ciò che gli viene chiesto.
4) Esperienze di abuso

Molti aderenti a gruppi estremi, raccontandosi, parlano di vissuti di abuso, fisico e psicologico, che ha indotto loro vergogne, inadeguatezze e sensi di colpa. Sostengono inoltre che il gruppo, al quale hanno aderito, ha donato loro serenità e gioia.
Essi, per il loro passato, sentono fortemente un vuoto affettivo, che contribuisce alla scarsa valutazione di se stessi.
Atteggiamenti e aspettative

Da racconti di ex membri di sette emerge che prima della loro adesione al gruppo, vivevano il presente con un senso di inadeguatezza. Essi desideravano un mondo diverso, più giusto, ma ritenevano di non possedere
sufficienti risorse per migliorarlo. Inoltre vivevano le relazioni, la spiritualità, i rapporti, … in termini funzionali.
Persone con simili caratteristiche sembrerebbero più facilmente manipolabili.

I fattori esterni
La personalità del leader

Secondo Del Re[4] il leader (definito settario) in nome dei suoi ideali, potrebbe arrivare, senza scrupoli, a qualunque delitto. Egli possiede una mentalità che identifica un complesso di norme con i “valori” in senso assoluto e, per la fede incontrollabile nella giustezza delle proprie credenze, ha una notevole capacità a
delinquere. Inoltre egli non dimentica mai la legge etico-religiosa, che coincide in quasi ogni norma con la coscienza sociale e ne sarà solo in parte una modifica.
I leaders carismatici sono solitamente dei visionari apocalittici che acquisiscono un potere di controllo fisico, sessuale e psicologico sui loro seguaci. In molti casi essi poggiano le loro credenze su
interpretazioni di dottrine a loro rivelate o in qualche modo basate su loro geniali scoperte. Si proclamano divinità. Esse manifestano una superiorità personale non discutibile, gratificante dal punto di vista
emozionale. Ne abbiamo già accennato all’inizio del capitolo sulle autoproclamazioni distruttive.

La dottrina e prassi ideologica

La dottrina o ideologia di gruppo presenta le seguenti caratteristiche:

a) Attività religiosa compulsiva.
Gli adepti all’interno del gruppo imparano che tutti gli sforzi servono a ricevere il consenso di Dio o di un
Maestro. Essi dunque lavorano duramente, anche impegnandosi in attività pratiche, nella speranza che un
giorno Dio o il Maestro possa ricambiare in qualche modo il loro zelo, in modo da alleviare magicamente le loro
sofferenze.

La dottrina e le prassi ideologiche del gruppo fanno sì che l’aderente sviluppi la mentalità del guadagno in base al proprio sacrificio .
Proprio per questo molti aderenti sono pronti a sacrificare la propria famiglia, le proprie abitudini precedenti, per
acquisirne nuove è più confacenti alla dottrina del gruppo.

b) Dare per ottenere.
Molti gruppi organizzano frequenti corsi di aggiornamento e di formazione a pagamento per i propri adepti o
chiedono loro una questua periodica. Le continue richieste del leader ai propri seguaci vengono giustificate con la teoria del “più dai più riceverai”. Quindi gli aderenti svilupperanno la mentalità che più investono nel gruppo maggiore sarà la considerazione che il leader avrà di loro. Questo investimento spirituale, ma soprattutto economico, consentirà lo sviluppo di un legame psicologico talmente forte da portare a soddisfare anche richieste più grandi.
c) Induzioni di auto-ossessioni e riconoscenze

Nei gruppi distruttivi l’individuo è tanto ossessionato dalla risoluzione dei propri bisogni da non riuscire a comprendere quelli altrui.
Le persone che vivono in questo stato egoistico sono interessati esclusivamente dal come gli altri possono soddisfare i loro bisogni e sollevarli dalle loro pene.

Il gruppo, mediante la sua dottrina e la sua prassi, convince il singolo di avergli colmato le carenze e di lavorare
esclusivamente per lui. Tale convinzione scatena un senso di riconoscenza e fa attivare il senso di dover ricambiare in ogni modo tale dono.
In questo modo viene saldato il rapporto di dipendenza dell’adepto al gruppo.

d) Estrema intolleranza.
Gli adepti sviluppano una forma di intolleranza nel variare opinioni o espressioni di fede, grazie alle continue
induzioni che ricevono sulla ideologia del gruppo.

Giudicano gli altri e cercano nella vita degli altri la parte negativa. Da una posizione di superiorità disprezzano gli altri per ciò in cui credono e per come manifestano le loro credenze.
I gruppi distruttivi, difatti, insegnano che il mondo va visto in due colori: bianco e nero. Quindi o si è da una parte oppure dall’altra.

La presenza di un nemico esterno è inoltre funzionale alla coesione del gruppo.
e) Induzione del desiderio di evolversi spiritualmente e psicologicamente .

Il gruppo per fissare i propri concetti nella mente degli aderenti induce un addestramento costante. Tale allenamento renderà gli adepti esperti e sempre più meritevoli di gratificazioni e accettazioni.
I programmi di addestramento sono continui e servono a migliorare la salute psichica, emotiva e spirituale degli
adepti.

In questo modo essi vengono indotti a bloccare le informazioni critiche nei confronti del proprio gruppo di appartenenza, riducendo il proprio campo di coscienza.

f) Secondo Robert Cialdini in stati di incertezza o instabilità emotiva, quando risulta difficile prendere delle decisioni, si mostra la tendenza a imitare gli altri.
Fare quello che fanno gli altri, aiuta a sentirsi maggiormente accolto e integrato nel gruppo.
Il gruppo ha, quindi, una funzione di rinforzo per l’apprendimento di certe modalità d’azione.

È per questo che la maggior parte dei gruppi estremi o distruttivi puntano la loro forza sulla coesione di gruppo.
Gli adepti imparano a vestirsi e pettinarsi allo stesso modo, acquisiscono un gergo proprio e modalità d’azione che li differenziano dal mondo circostante.
Questa diversità li convince di essere sulla strada della verità assoluta e di appartenere ad un popolo di eletti.
Tratto Da ‘Controllo mentale e reati: quando le sette diventano organizzazioni criminali ‘

[1] Tinelli Lorita, Tecniche di persuasione tra i Testimoni di Geova, Libreria Editrice Vaticana, Città del
Vaticano, 1998.
[2] Gagliardi Giorgio, I condizionamenti psichici e l’espansione dei nuovi
movimenti religiosi , Dagli atti del XI Congresso Nazionale sul tema Quarant’anni di ipnosi in Italia:
presente e futuro, Firenze, 1998, ed. Giampiero Mosconi.

[3] Arterburn Stephen & Felton Jack, Toxic Faith , A Division of Thomas Nelson Publisher,
Nashville, 1991, pp.32-36
[4] Del Re Michele Claudio, Il reato …, p. 29

di Lorita Tinelli (1999) Tesina presentata al Dipartimento di Criminologia Genrale e Penitenziaria. Relatore Prof. Oronzo Greco, pp.41-47

Riproduzione vietata ©

La Famiglia, in quanto società naturale fondata sul matrimonio, è il nucleo fondamentale della società allargata e dello Stato.
La psicologia ci insegna che una famiglia sufficientemente buona, favorisce attaccamenti sicuri, i quali a loro volta, favoriscono sviluppi di personalità integre, che non gravano e non logorano se stessi e gli altri. Una personalità integra è al contrario rispettosa e conduce ad una programmazione di vita responsabile.

La famiglia funziona grazie a regole implicite ed esplicite condivise e a ruoli riconosciuti, che si modificano nel tempo, in seguito alle interazioni di tutti i suoi membri tra loro (genitori, figli, fratelli, nonni, zii, …) e con l’ambiente in cui essa si struttura, costituito da conoscenze, relazioni amicali e lavorative, usi, costumi e valori.
Non è dunque solo l’appartenenza dentro la sfera biologica che tiene il legame, c’è l’appartenenza affettiva, rafforzata dai valori condivisi, che impedisce lo sgretolamento dei legami fra membri della stessa famiglia, anche se questi vivono in case o posti separati.
La famiglia assolve, dunque, un’importante funzione nella formazione dell’individuo e nella costruzione della società, tant’è che persino la Corte di Cassazione, con sentenza n° 9606 del 25 settembre 1998, si è espressa a favore di questa fondamentale istituzione, sostenendo che i nonni sono le radici su cui poggia il tronco della vita e i nipoti sono appunto le ultime gemme. Per questo motivo tale legame deve essere incentivato, in quanto favorisce la trasmissione di valori e tradizioni propri di quella famiglia, quindi la sua storia evolutiva, che permettono una crescita migliore del minore. Non basta dunque la presenza dei genitori, ma anche gli altri membri della famiglia sono essenziali alla crescita!
Questa premessa è indispensabile perché studiando il fenomeno delle comunità settarie è stato reso evidente come certi tipi di organizzazione, con modalità differenti, mettono a serio rischio l’individuo, minando non solo la sua istituzione familiare di appartenenza, ma in ultima analisi contribuendo ad alimentare la crisi dell’intera società.
In diverse occasioni, difatti, è stato possibile dimostrare che l’appartenenza ad una comunità settaria tende a mettere in crisi i rapporti fra i membri di una famiglia, soprattutto perché questi non sono più spontanei e diretti, ma mediati dagli insegnamenti di un capo carismatico o da un vertice privilegiato, che avrà come obiettivo quello di far ‘rompere’ i legami tra il neofita ed il mondo esterno alla setta. Naturalmente del mondo esterno fanno parte anche tutti quei familiari che non accettano le ideologie del gruppo.
Tale divieto non è quasi mai diretto, ma viene trasmesso in forma mascherata e sostenuto da ottime spiegazioni.
Un esempio può essere rappresentato da quello che accade all’interno del gruppo dei Testimoni di Geova. Essi difatti adottano la tecnica della Profezia che si autodetermina. Il proclamatore che inizia uno studio biblico con un individuo interessato, gli profetizzerà che presto questi sarà tentato da Satana attraverso i suoi parenti ed amici. Inevitabilmente questa profezia si verificherà, tant’è che non appena parenti e amici noteranno dei cambiamenti nell’uso del linguaggio o del comportamento del proprio caro, gli comunicheranno le loro perplessità. Queste saranno scambiate per i tranelli di Satana ed indurranno il povero neofita a sviluppare una sorta di timore nei confronti del mondo esterno (non gli sarà più possibile fidarsi neppure dei propri genitori, strumenti inconsapevoli di Satana!) e a ricercare la tranquillità all’interno dell’organizzazione dei Testimoni di Geova.
In altre organizzazioni, i membri del gruppo vengono subito mandati in missione in terre lontane, affinchè possano subire il meno possibile l’influenza della propria parentela. Ci sono casi in cui i genitori non hanno il permesso di sapere dove vive il loro figlio aderente di una comunità settaria.
Il disagio affettivo del neofita, centrato anche sulla negazione forzata della propria famiglia d’origine, è tale da generare dei veri e propri misconoscimenti della realtà.
Se, però, l’adesione ad una comunità settaria è un parziale rimedio per l’adulto, diventa un potente inganno per il minore, il quale crescerà privo di sani riferimenti, privo della cultura e delle tradizioni proprie della storia evolutiva della sua famiglia, e con una visione incompleta e condizionata della realtà.
La sentenza prima citata riguardava la storia di una giovane donna separatasi dal marito perché con problemi di tossicodipendenza. Ella desiderava impedire a suo marito e ai suoi suoceri di frequentare i figli minorenni, sostenendo il pericolo di queste relazioni.
La Corte di Appello di Roma le ha dato torto, ritenendo che l’assiduità dei rapporti con il padre e con i nonni risultava ‘benefica e vantaggiosa per i minori’ e successivamente la Suprema Corte ha sostenuto che la possibilità dei nonni paterni di vedere questi nipoti non doveva essere ‘residuale’, ma andava considerata ‘un diritto garantito dall’ordinamento’ e che di fronte ad una tale situazione particolare, dove emergevano difficoltà nella coppia dei genitori, il contatto con i nonni avrebbe dovuto essere ‘quotidiano’ per fungere da sostegno continuato alla crisi.
Una tale sentenza, a mio avviso, potrebbe essere applicata alle tante situazioni di minori che vivendo in comunità settarie ricevono impedimenti alla frequentazione dei propri nonni che vivono all’esterno, proprio per sostenere ancora con forza il diritto del minore a crescere sano ed equilibrato così come sostenuto dalla Convenzione dei diritti dell’infanzia del 20 novembre 1989.
Concludendo sono da considerarsi pericolose ed anticostituzionali tutte quelle organizzazioni di potere che, creando separazioni per fini propri che prescindono dal benessere dell’uomo ed ergendo barriere a difesa del proprio sopravvivere, minano i fondamenti della nostra società, a partire dalla distruzione del sistema affettivo, biologico e dei valori appartenenti alla storia dell’uomo.

© Ann0 1998

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dossier tratto da FOCUS – Febbraio 2007

È ferito, perde sangue, ma corre come un matto. Taglia i sentieri e la vegetazione delle campagne consentine, cerca aiuto. Raggiunge un ospedale a valle. È sotto shock, Tommaso, ha il respiro corto. Balbetta: «Mi hanno sparato durante una rapina». Ma non è la verità. La polizia lo mette alle strette, insiste: «Chi ti ha ridotto in queste condizioni?». L’uomo piange, prega, cede: indica una masseria sulle colline di Cosenza. L’inferno. È una notte di fine maggio del 1988. Gli agenti circondano la cascina e fanno irruzione, squarciando il velo su una scena da film horror: sessanta persone vestite di bianco, scalze e sudate, stanno scandendo una nenia misteriosa. Al centro della stanza, la santona Lidia, la guaritrice della Calabria, dirige le danze. A terra, ci sono oltre mezzo miliardo di lire, armi, una foto del piccolo Marco Fiora (rapito a Torino pochi mesi prima) e un giovane incaprettato e ucciso a colpi di pistola. Era stato l’ultimo degli adepti a tentare la fuga. L’ultimo prima di Tommaso.

Sono trascorsi quasi vent’anni dalla scoperta del Gruppo del Rosario. La setta, sulla quale gravano ancora tante ombre, era stata fondata negli anni Settanta da Antonio Naccarato. A lungo era cresciuta all’insaputa delle autorità, riuscendo a reclutare più di 800 seguaci, la maggior parte dei quali in Piemonte. Nel mondo, l’allarme sette era scattato da un pezzo: nel 1978, nel villaggio di Jonestown (Guyana), 923 adepti della setta del Tempio del Popolo si erano avvelenati col cianuro, istigati dal guru Jim Jones; episodi simili, pur con meno vittime, erano accaduti nel 1985 nelle Filippine e nel 1987 in Corea del Sud.

L’episodio di Cosenza, per l’Italia, fu un pugno nello stomaco. Il primo di una serie. Al punto da convincere il ministero dell’Interno a scandagliare il fenomeno. Un dettagliato rapporto fu pubblicato due anni prima del cambio di millennio (data fatidica per maghi e operatori dell’occulto): denunciava la presenza, nel nostro Paese, di 137 gruppi settari e di «sistemi scientificamente studiati per aggirare le difese psichiche delle persone, inducendole a un atteggiamento acritico e all’obbedienza cieca». In altre parole, alla «destrutturazione mentale degli adepti», condotti alla follia o alla rovina economica. Oggi, la Comunità Papa Giovanni XXIII, che ha istituito un servizio antisette diretto da don Aldo Buonaiuto, stima che siano almeno 8 mila le associazioni italiane legate al satanismo, alla stregoneria o alla magia, o potenzialmente dedite allo sfruttamento e alla manipolazione della gente, per un numero di seguaci che oscilla fra i 600 mila e il milione. Per contrastare questo tsunami sotterraneo, nel dicembre 2006, il Servizio centrale della polizia ha dato vita a una speciale squadra antisette, formata da investigatori, analisti, criminologi e psicologi, e coordinata dal primo dirigente Luigi Carnevale.

Ma che cosa sono le sette? Darne una definizione non è semplice. «Nella maggior parte dei casi» spiega Buonaiuto «sono parodie di organizzazioni religiose, ma con obiettivi molto diversi da quelli di una religione tradizionale, e con un leader indiscusso dotato di grande carisma e ossessionato dai cerimoniali. Autoritari, dispotici, rapidi nel confondere le carte, questi movimenti possono nascere con fini ideologici apparentemente innocui (dal perseguimento della pace interiore all’adorazione di divinità esotiche), ma quasi sempre sfociano nell’abuso, nell’inganno, nella truffa, nel rifiuto delle leggi e del buon senso, nei maltrattamenti o nell’incitamento all’odio razziale». Un aspetto centrale delle sette (che possono contare dai dieci alle varie centinaia di iscritti) è che è facile entrarvi ma difficilissimo uscirne: sia per i ricatti a cui si è sottoposti e sia perché l’appartenenza a una setta tende a distruggere ogni legame familiare e sociale con l’esterno, immergendo i simpatizzanti in una realtà virtuale dove le uniche regole sono quelle dettate dal guru.

Le sette sono una galassia sfuggente, fluida, in continua evoluzione e, per questo, non c’è una classificazione universalmente accettata. Gli esperti, in genere, le suddividono in tre categorie: le sette giovanili, le lobby settarie e le sette apocalittiche (per queste ultime, si veda il box). Le prime sono per lo più gruppi dediti al satanismo, alla stregoneria o alla magia nera. Vi si aderisce per trasgressione e il sesso e la droga ne sono componenti essenziali. Al loro interno si consumano i cerimoniali più macabri: dalla riesumazione e dalla scarnificazione di cadaveri (dati in pasto agli adepti per suggellare il patto di sangue) all’omicidio. Il caso delle Bestie di Satana, svelato a Varese nel 2004 dopo l’uccisione di Mariangela Pezzotta, o quello degli Angeli di Sodoma (che adescavano studenti invitandoli a concerti di musica rock e offrendo loro ostie imbevute di Lsd) sono due esempi. Molte sparizioni e suicidi inspiegabili sono legati proprio a realtà di questo tipo. In una lettera a don Aldo, un anonimo ha raccontato che nella piccola località dove vive, «14 ragazzi e 3 donne si sono impiccati in meno di due anni», umiliati e minacciati da una setta rimasta a lungo in clandestinità. «Ci sono madri» dice Buonaiuto «che, dopo il suicidio del figlio, rinvengono nella camera della vittima pubblicazioni, testi musicali o documenti riconducibili all’attività di una setta».

Più subdole, e senz’altro più numerose, sono le cosiddette lobby settarie. Collegate ai temi dello spiritualismo, delle arti orientali, dello sciamanesimo, sono strutture con una gerarchia piramidale, frequentate da impiegati, disoccupati, liberi professionisti, medici o insegnanti, con grandi giri d’affari. Alcune sono camuffate da associazioni «benefiche», regolarmente registrate, altre sono del tutto segrete. Secondo gli investigatori, sarebbero frequenti i contatti fra queste organizzazioni e il traffico di organi, la pedofilia o lo spaccio di sostanze stupefacenti. Di questa categoria fanno parte le psico-sette (fra le quali va annoverata la controversa e gigantesca setta fondata da Ron Hubbard, Scientology).

Per attrarre le loro «prede», le psico-sette usano i metodi più diversi: da accattivanti siti internet alla pubblicità tradizionale. Organizzano seminari di memorizzazione veloce, sedute di medicina alternativa, test per valutare e accrescere le potenzialità intellettive, riunioni di chiromanzia o ginnastica rilassante, congressi dedicati alla meditazione o all’auto-guarigione. Dopo un primo incontro, le persone sono invitate a proseguire il «viaggio», durante il quale il guru della setta proverà, con tecniche collaudate, a interpretare lo stato emotivo dei partecipanti. Per cadere nella trappola non serve avere un basso grado di istruzione o vivere in contesti degradati. «In una società fragile e insicura come la nostra» nota Buonaiuto «momenti di crisi affettive o economiche sono tutt’altro che occasionali». Uscire da un’esperienza luttuosa o vivere un momento di vulnerabilità o disagio, anche con due lauree in curriculum, può essere fatale. Dice la psicologa Lorita Tinelli, docente di criminologia all’università di Bari e presidente del Cesap (il Centro sudi sugli abusi psicologici): «Le psico-sette, sempre più radicate negli ultimi anni, offrono alle persone una reinterpretazione della loro vita, rimarcandone i bisogni. Chi ha un bisogno, chi percepisce un vuoto, non ha infatti la lucidità per fare una scelta libera e personale e così si affida al proprio interlocutore. La setta promette che, seguendo un determinato percorso, si potrà superare ogni ostacolo e la vittima, alla fine, delega tutto all’organizzazione. Senza il permesso del guru, non avrà più il coraggio e la forza di fare nulla. Neppure una visita medica o una cena con i genitori».

Una volta in gabbia, cominciano i guai. I seminari e i cerimoniali hanno costi sempre più elevati: ogni nuovo incontro ha la scopo di creare fobie verso i valori tradizionali e sensi di colpa nei confronti della setta, di sgretolare l’equilibrio mentale e l’autostima degli adepti e di persuaderli che senza l’aiuto e i consigli del guru non potranno più essere se stessi. Per pagare i corsi, o sostenere l’organizzazione, c’è gente che fa fuori fino all’ultimo risparmio, che vende la macchina e la casa. Ai seguaci più brillanti, per coprire i debiti, viene proposto di lavorare come adescatori di reclute. L’adepto opera un vero e proprio transfert psicologico: «Il leader della setta» aggiunge Buonaiuto «diventa il suo unico punto di riferimento. Per lui, è disposto a subire umiliazioni, persino a ridursi in schiavitù».

Le psico-sette hanno spesso un testimonial (un adepto ai livelli alti della piramide) che racconta come la propria esistenza sia cambiata in meglio dopo l’incontro con il gruppo. Il legame fra l’attore Tom Cruise e Scientology è emblematico. Al contempo, scatta la fase dell’isolamento: «Il capo della setta» dice Luigi Carnevale «spiega all’adepto che è la famiglia a precludergli la possibilità di realizzarsi ed è perciò la famiglia l’unica causa dei suoi guai. Gli fa capire, mentendo, di essere stato violentato quand’era bambino e lo riduce in uno stato di prostrazione totale. La vittima ha il cervello resettato, la volontà annullata. Odia i genitori. E reagisce aggrappandosi ancora più saldamente al gruppo, tagliando i ponti col passato». Per evitare iniziative personali, i seguaci vengono deresponsabilizzati, educati a un linguaggio criptico (cosa che scoraggia la comunicazione con l’esterno) e convinti di essere gli eletti di un disegno imperscrutabile e divino. In alcuni casi, conducono una doppia vita: lavorano di giorno e dedicano alla setta il resto del tempo; in altri, scompaiono del tutto, ritirandosi in associazioni slegate dal mondo. Damanhur è una comunità fondata nel 1975 dal filosofo e guaritore Oberto Airaudi (alias Falco), tutt’ora guida spirituale della setta. Costituita da una quarantina di villaggi ai piedi delle Alpi piemontesi, in Valchiusella, Damanhur ospita centinaia di persone. Sul sito dell’organizzazione si legge che le conoscenze di Falco derivano «dal collegamento che Damanhur ha creato con le forze divine cosmiche del nuovo millennio».

Ci sono sette, dice Tinelli, che incentivano la procreazione, ma sostengono che un figlio, nel momento in cui viene al mondo, è membro della comunità, la quale si sostituisce ai genitori nell’educazione, «come succede tra i Bambini di Dio o, appunto, nella comunità di Damanhur». E non mancano circostanze estreme: alcuni ex appartenenti alla setta del reverendo Jim Jones, sopravvissuti al massacro della Guyana, riportarono testimonianze agghiaccianti sull’educazione che lo stesso Jones riservava ai minori.

A differenza delle sette sataniche, dove gli adepti conoscono almeno in parte il destino e la realtà a cui vanno incontro, chi entra in una psico-setta non è mai consapevole di entrare in una setta. Cosa che, naturalmente, rende ancora più complicato uscirne. «Il processo» prosegue Tinelli «è simile a quello dell’innamoramento. Dopo tanti anni insieme, bastano una parola, un episodio, un incontro fortuito con un vecchio amico, un libro, un piccolo tradimento per far aprire gli occhi all’adepto e permettergli una visione critica dell’ambiente in cui è precipitato. L’americano Steven Hassan, studioso di sette, dice che il vero io della persona rimane occultato dall’io della setta. Ma che per farlo riemergere, è sufficiente sollecitarlo». Non è facile che capiti. Però capita.

Prevedere la reazione della setta, a quel punto, è praticamente impossibile. La fuga può essere indolore. Ma se l’ex adepto decide di denunciare o rendere pubblici i metodi dell’organizzazione, apriti cielo. «Il quel caso» dice Carnevale «il rischio per il fuoriuscito è di essere aggredito, sul piano giudiziario, dalla setta e da seguaci opportunamente istruiti. Ci sono organizzazioni che dispongono di risorse e studi legali in tutte le città d’Italia». Uno degli ultimi episodi di cronaca riguarda l’associazione Arkeon. Sul sito del Cesap, qualche tempo fa, erano comparsi i messaggi di alcuni ex simpatizzanti che mettevano in guardia da «tecniche di condizionamento» e «pressioni psicologiche». Ai messaggi si sono interessate varie Procure italiane. Il gruppo Arkeon, ritenendo lesivi quegli avvertimenti, aveva chiesto l’oscuramento del sito del Cesap. Richiesta che è stata però respinta dal Tribunale di Bari. Arkeon si definisce, in Internet, come un «percorso individuale di crescita, consapevolezza e sviluppo del potere personale e della leadership».

Michele Scozzai

 

PER SAPERNE DI PIU’

Aldo Buonaiuto, Le mani occulte, Città Nuova

Steven Hassan, Mentalmente liberi. Come uscire da una setta, Avverbi

www. cesap.net. Il sito del Centro studi sugli abusi psicologici

 

BOX – SERVIZIO ANTISETTE

Il servizio antisette della Comunità Papa Giovanni XXIII (fondata da don Oreste Benzi) è operativa dal 16 ottobre 2002. Nata per sostenere le vittime delle tante organizzazioni occulte presenti in Italia, è oggi un punto di riferimento anche per la magistratura e le forze dell’ordine. All’apposito numero verde (800228866, attivo 24 ore su 24) giungono in media 40-50 telefonate al giorno, senza contare le centinaia di lettere e messaggi di posta elettronica (antisette @apg23.org). Il 43% delle richieste d’aiuto viene da genitori disperati; il 34% da persone adulte cadute nella trappola delle sette; il 19% da vittime minorenni.

Il problema maggiore, quando ci si ritrova ad affrontare una setta (o, peggio, una psico-setta), è la mancanza di strumenti giuridici. Il semplice associazionismo, anche se riconducibile all’adorazione di satana, non è punibile, né lo sono il plagio o gli spropositati tariffari dei corsi. Per colpire una setta bisogna dunque puntare su reati come l’istigazione al suicidio (sempre difficile da provare), il traffico di sostanze stupefacenti o la pedofilia. Ma anche in questi casi il sistema di protezione, con studi legali agguerriti, è spesso ben oliato. Alcuni disegni di legge per contrastare il fenomeno sono allo studio.

 

LETTERA A DON ALDO BUONAIUTO / 1

Reverendissimo Padre,

ho deciso di scriverle per esprimere la mia drammatica situazione. Ho un figlio chiuso dentro un’organizzazione settaria da 5 anni. Aveva iniziato con dei corsi di aggiornamento per la sua attività lavorativa come rappresentante di una grossa azienda. Non avrei mai immaginato ciò che poi è accaduto: tali corsi diventavano sempre più frequenti e sempre più costosi. Mio figlio ci chiese prima un prestito di 10 mila euro, poi un finanziamento di altri 20 mila. Quando cercammo di affrontare il tema economico lui si arrabbiò tantissimo, minacciandoci di allontanarsi definitivamente da noi. Nel giro di un mese ha abbandonato ogni suo contatto, lasciando la sua fidanzata con la quale stava progettando un matrimonio. Sono due anni che non lo vediamo più, né sappiamo dove si trova. Abbiamo contattato l’organizzazione di cui fa parte ma senza ottenere informazioni, perché la privacy lo protegge. Siamo disperati: nostro figlio non avrebbe mai agito in questo modo. Ci aiuti, padre, perché i carabinieri ci hanno detto che non possono fare nulla, perché non ci sono leggi e perché il ragazzo è maggiorenne. Vorremmo almeno capire se è vivo, se sta bene e il motivo per cui si è dimenticato di noi.

Lettera firmata

 

LETTERA A DON ALDO BUONAIUTO / 2

Caro padre Aldo,

le scrivo per raccontarle la storia di mio figlio, che fa parte di una setta. Gli adepti vengono iniziati con un rito e viene dato loro un nuovo nome. Ogni volta che il loro grado aumenta, il nome cambia, così da restare anonimi e difficilmente identificabili. Per imparare a combattere la paura, si addestrano di notte nei cimiteri. Ho ascoltato una conversazione fra mio figlio e un altro membro della setta. Dicevano: «Se non ci guadagniamo noi con la droga, lo farà qualcun altro al posto nostro. Con la differenza che i nostri ricavi vanno a fin di bene». Ho fatto molte ricerche su questa setta, ho scritto al Vaticano e ad altre istituzioni. Ma adesso ho bisogno del vostro aiuto.

Lettera firmata

 

BOX – SETTE APOCALITTICHE

Le sette apocalittiche mirano alla distruzione dell’umanità e di se stesse. Sono tipiche di alcune aree del mondo (non dell’Italia) e hanno spesso legami con organizzazioni terroristiche internazionali. In genere, le loro azioni avvengono in periodi o date alle quali attribuiscono particolari significati. Un gruppo apocalittico è la Aum Shinrikyo, la setta giapponese che nel 1995 mise del gas nervino nella metropolitana di Tokyo, provocando la morte di una decina di persone. Gli adepti della Aum Shinrikyo, che all’epoca erano più di 40 mila, erano in cerca della «liberazione spirituale».

 

BOX – MECCANISMI PSICOLOGICI IN ALTRI CONTESTI

Meccanismi psicologici simili a quelli che avvengono nelle sette possono riprodursi anche in altri contesti: dai partiti politici agli ultrà del calcio, dai branchi giovanili alle associazioni religiose. Anche in questi casi si tende a delegare al responsabile del gruppo scelte importanti (da un voto referendario a una decisione etica, alla volontà di commettere atti di vandalismo). Ma rispetto alle sette, dicono gli psicologi, ci sono alcune differenze sostanziali. La prima: un partito o un’organizzazione di tifosi non obbligano mai a rompere col resto della società. Anzi. Spesso ne sono parte integrante, al punto da volerla modificare a seconda delle proprie aspirazioni. La seconda: è rarissimo che il leader di un gruppo religioso tradizionale o il capo di un branco giovanile entrino in modo così invasivo nella sfera personale dei «gregari», imponendo (o impedendo) amicizie e frequentazioni. Un branco è forte finché il gruppo esiste: presi singolarmente, i suoi membri appaiono molto meno convinti delle proprie azioni e dei propri atteggiamenti. La terza: a meno che non si commettano reati gravi (che possono essere usati a mo’ di ricatto), qualunque organizzazione “sana” permette di dissentire e di uscire dai ranghi senza traumi né minacce. Al massimo, con una porta sbattuta in faccia. Mentre essere membro di un partito politico o di una compagnia di tifosi può corrispondere a una fase della vita, l’adepto di una setta (fattori di disturbo a parte) è manipolato perché lo sia per sempre.

 

BOX – LA STORIA DELLE SETTE

Le sette, intese come gruppi chiusi e guidati da un leader, esistono da sempre. Ma a seconda del contesto e del periodo storico, assumono funzioni e significati diversi (e non sempre negativi). Nelle scuole filosofiche dell’antica Grecia, erano sette le cerchie di giovani che si raccoglievano intorno a un maestro per apprendere una disciplina: i seguaci più stretti, che godevano dell’amicizia e della stima dell’insegnante, erano detti scolari esoterici; gli altri, gli ascoltatori occasionali, erano invece definiti essoterici.

Altre esperienze e testimonianze sono legate al mondo dell’occulto: di sette diaboliche o sataniche si è a conoscenza fin dall’antico Egitto, e per tutta l’età romana. Nel Medioevo si diffusero gruppi di magia nera e stregoneria: nei sabba, per esempio, gli adepti partecipavano a cerimonie e orge, adoravano divinità pagane e sacrificavano animali e uomini. Gli stessi cavalieri Templari, secondo alcuni studiosi, rappresentarono una setta, all’interno della quale si consumarono pratiche e riti occulti.

E un gruppo settario era anche quello dei primi rosacrociani. Fondata nel 1614 dal monaco luterano Giovanni Valentino Andrea, l’organizzazione invitava i propri seguaci ad abbandonare i falsi maestri (ovvero il papa e Aristotele, che incarnavano la religione e la filosofia), per riscoprire l’alchimia e l’occultismo.

Il termine setta, a lungo, è stato anche sinonimo di movimento politico o società segreta: i giacobini (Francia, 1789), i massoni, gli illuminati (cui appartenne anche il poeta tedesco Wolfgang Goethe) sono tutti considerati membri di sette, ciascuna con i propri obiettivi e valori. Per non parlare della carboneria, la società segreta dell’Ottocento che intendeva riformare lo Stato secondo le idee liberali dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese, e che per molti dizionari è la setta per antonomasia. Per mascherarsi, non a caso, ricorse alla terminologia usata dai commercianti di carbone.

L’esplosione del fenomeno delle sette sataniche giovanili, delle psico-sette e delle sette apocalittiche risale invece alla seconda metà del secolo scorso, dopo che eserciti e servizi segreti (a cominciare da quelli americani) sperimentarono su volontari e prigionieri di guerra tecniche di condizionamento mentale e lavaggio del cervello.

 

SCENEGGIATURA – LE TAPPE DEL RECLUTAMENTO

L’ingresso in una setta avviene in genere in quattro fasi . Eccone i principali passaggi.

  1. Il reclutamento. Consigliato da amici o conoscenti, o attratto da messaggi pubblicitari, il potenziale adepto viene invitato a partecipare a un corso per il potenziamento delle facoltà mentali o a una seduta di rilassamento o di ginnastica dolce. Durante questi incontri, i soggetti vengono bombardati da messaggi positivi (amicizia, guarigione, ecc.) e invitati a proseguire il percorso. Il guru comincia a interpretare la vita di ognuno e a evidenziarne i bisogni e i mali. La vittima viene circondata da amore e false attenzioni (love-bombing) e, se si trova in un momento di debolezza emotiva (eventi luttuosi, crisi economiche, problemi di lavoro, litigi in famiglia) è facile che cada nella trappola.
  2. L’isolamento. Al nuovo adepto si fa credere che la causa dei suoi guai siano la famiglia e gli amici. Talvolta gli si rivela, mentendo, di essere stato violentato da piccolo. La vittima taglia progressivamente i ponti con l’esterno e mette a disposizione della setta tutti i propri averi (per pagare altri seminari o, più semplicemente, per sostenere le attività del gruppo). Il seguace perde i suoi tradizionali punti di riferimento (ufficio, casa, ecc.), comincia a odiare i genitori e delega al guru la propria volontà e le proprie scelte. La sua mente è azzerata.
  3. L’indottrinamento. La vittima viene fatta partecipare a riti e cerimonie ed è incoraggiata all’obbedienza cieca, quasi alla schiavitù. Deve vestirsi, parlare, comportarsi come il guru impone e leggere libri di preghiere e formule ripetitive. Vengono alimentati i suoi sensi di colpa nei confronti dell’organizzazione e le viene fatto credere di essere un tassello di un grande e imperscrutabile disegno cosmico o divino.
  4. Il mantenimento. All’adepto viene tolta ogni responsabilità (per evitare iniziative personali). È impegnato a lungo in attività fisiche ed è spesso privato del sonno. I suoi compagni di setta, opportunamente addestrati, gli ripetono giorno e notte che questa è la sua vera vita e non quella precedente. Se ha figli piccoli, la setta se ne può fare carico. Viene inoltre educato a un linguaggio criptico per evitare di essere compreso all’esterno. Ora è davvero in gabbia. Solo un evento particolare, un incontro fortuito, un libro «proibito» potrebbero riaprirgli gli occhi e consentirgli la fuga. Ma le conseguenze non sono sempre prevedibili.

di Michele Scozzai

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