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Lorita Tinelli

Prefiero morir de pie a vivir arrodillado – Il Che

 

10 Gennaio 2014 La trasmissione radiofonica condotta dalla dott.ssa Marialisa Moramarco e dalla dott.ssa Angelica Forte sulle frequenze di Radio Regio tratta il tema dei Falsi medici, guaritori e sette, ospite la dott.ssa Lorita Tinelli.

By MELISSA DITTMANN

Monitor Staff APA

November 2003, Vol 34, No. 10 Print version: page 36

 

 

Il suicidio di massa dei seguaci del Tempio del Popolo, 25 anni fa insegna agli psicologi che cosa accade quando la psicologia sociale è posta nelle mani sbagliate.

Nel mezzo della giungla della Guyana, nel Sud America, quasi 1.000 persone hanno bevuto una porzione letale di cianuro e sono morte, seguendo gli ordini del loro capo, Jim Jones. Madri e padri hanno dato la bevanda mortale ai loro figli e poi l’hanno bevuta essi stessi. La gente urlava. I corpi tremavano. E nel giro di pochi minuti il 18 Novembre 1978 , 912 persone sono morte.

 

 

I seguaci di Jones erano originariamente venuti alla comunità della Guyana, nota come Jonestown, alla ricerca di un paradiso e di una fuga dal razzismo e dalle persecuzioni degli Stati Uniti. Invece trovarono qualcosa che assomigliava a un campo di concentramento in cui lavoravano per lunghe ore, con poco cibo e molti abusi, così come coloro che sono fuggiti da Jonestown hanno riferito.

Venticinque anni più tardi, gli psicologi sociali continuano a esaminare come  Jones abbia potuto avere tale enorme influenza sui pensieri e sulle azioni dei suoi seguaci. Jonestown, dicono, offre lezioni importanti per la psicologia, come il potere di influenze situazionali e sociali e le conseguenze di un leader che usa queste influenze per manipolare in maniera distruttiva il comportamento altrui.

 

 

Più preoccupante, forse, è che da Jones sembrano essere derivate ​​alcune delle tecniche di ricerca degli psicologi sociali, sollevando dubbi circa l’etica della ricerca e la direzione futura della ricerca sui culti -  sostiene Philip G. Zimbardo , PhD , ex- presidente dell’APA e professore di psicologia presso la Stanford University.

 

Dr. Philip Zimbardo ex presidente dell’APA

 

Proprio da una ricerca inedita , Zimbardo ha scoperto che Jones ha molto probabilmente  acquisito la sua capacità di convincere da un famoso pensatore sociale: George Orwell.

Durante 25 anni di ricerche e interviste con i sopravvissuti di Jonestown, Zimbardo ha trovato analogie tra le tecniche di controllo mentale usate da Jones a Jonestown – ovvero sofisticati tipi di acquiescienza , conformità e obbedienza – e quelle descritte nel libro di fantascienza di Orwell  “1984.

Nel libro  Orwell fornisce un modello per la resistenza,  come quando il suo protagonista, Winston Smith, si ribella  contro un sistema partitico onnipotente.

 

 

 

Film 1984

 

 

Sebbene  “1984″ sia un prodotto di fantascienza, Orwell possedeva una profonda conoscenza dei processi di influenza della psicologia sociale e le sue raffigurazioni di controllo mentale sono state utilizzate in modo sistematico ed efficace da leader di sette, secondo Zimbardo.

Altri sono d’accordo con Zimbardo sul fatto che tali risultati sollevano questioni etiche per gli psicologi sociali, dato che artisti del calibro di Jones attingono a principi di psicologia sociale e li usano per danneggiare, come sostiene Robert Cialdini , PhD , ricercatore dell’influenza e professore  di Psicologia presso l’Arizona State University.

Prof. Robert Cialdini

 

Le fonti di influenza possono essere come dinamite – possono essere utilizzati per il bene o per il male“, afferma Cialdini. “Gli scienziati sociali devono prestare più attenzione non solo all’efficacia delle strategie che studiamo e che scopriamo, ma anche alle conseguenze etiche dell’uso di questi principi e di queste pratiche

Egli  e Zimbardo sostengono anche che gli  psicologi sociali e di altri ricercatori di culti devono forgiare nuove linee di ricerca sulla falsa applicazione dei risultati della psicologia sociale, così come sui loro usi prosociali.

 

 

Il cervello

 

 

Di fatto, Jonestown dovrebbe servire come monito per la comunità psicologia sociale per  quello che può accadere quando i principi di influenza sono abusati dai leader di un’organizzazione, sostiene Zimbardo .

Da quanto è stato rinvenuto da Zimbardo, Jones, che ha agito come pastore del Tempio del Popolo, aveva studiato il sistema di Orwell del controllo mentale descritto in “1984″ e aveva  commissionato un brano che i suoi seguaci erano obbligati a cantare a Jonestown circa l’avvento del 1984.

Alcune delle tecniche di controllo mentale descritte da Orwell in “1984″ che i metodi paralleli utilizzati da Jones includono vi sono:

“Il Grande fratello ti sta guardando”.  Jones ha usato questa idea per guadagnare la fedeltà dei suoi seguaci. Ha ottenuto che i seguaci si spiassero l’un l’altro e ha fatto si che degli autoparlanti inviassero messaggi  in modo tale che la sua voce fosse sempre presente mentre i suoi seguaci lavoravano, dormivano e mangiavano, afferma Zimbardo .

Auto-incriminazione. Jones ha incaricato i seguaci di rendergli dichiarazioni scritte sulle loro paure ed errori e poi, quando gli hanno disubbidito, ha usato queste informazioni per umiliarli o sottoporli alle loro peggiori paure durante le riunioni pubbliche. In “1984″ la resistenza del personaggio principale è venuta meno quando egli è stato sottoposto alla sua peggiore paura di essere ricoperto di ratti.

Induzione al suicidio. Il protagonista di Orwell sosteneva che  “la cosa giusta era di uccidere se stessi prima che arrivasse una minaccia di guerra“. I seguaci di Jones facevano esercitazioni pratiche di suicidio fino al dell’evento vero e proprio che li coinvolse nel suicidio di massa.

Distorcendo la percezione della gente. Jones ha offuscato il rapporto tra le parole e la realtà, per esempio, imponendo ai suoi seguaci di rendergli grazie ogni giorno per il buon cibo e per il lavoro , eppure la gente era affamata e lavorava sei giorni e mezzo a settimana, afferma Zimbardo . Allo stesso modo, Orwell ha descritto tale tecnica, definendola col termine “politichese“.

Per padroneggiare queste tecniche di controllo mentale, Jones è stato in grado di ottenere obbedienza e  fedeltà dai seguaci, afferma Zimbardo. Jim Jones è probabilmente il leader del culto più carismatico dei tempi moderni, a causa del suo carisma, della sua oratoria, del suo sexy appeal, del suo dinamismo e della sua partecipazione totale nel controllo di ogni membro del suo gruppo , spiega.

 

Conformità irragionevole

Queste tecniche di controllo mentale, insieme con la creazione di un nuovo ambiente sociale  permettono a  Jones  una forte influenza sui suoi seguaci, sostiene Zimbardo .

Molto probabilmente  Jones, attraverso la sua naturale comprensione della psicologia sociale, conosceva il modo per ottenere una forte influenza sui suoi seguaci che era quello di spostarli dal loro ambiente urbano americano a una giungla sudamericana remota, generando incertezza nel loro nuovo ambiente, sostiene Cialdini. E quando le persone sono insicure, guardano ad altri decidere cosa fare, come la ricerca ha dimostrato. Zimbardo osserva che le persone sono particolarmente vulnerabili quando si trovano in un ambiente nuovo, si sentono soli o scollegati.

Quando credi che non può accadere a te, è in quel momento che truffatori o membri di cultoine approfittano, perché allora non sei  vigile ai piccoli stratagemmi situazionali che possono essere usati” spiega Zimbardo.

 

La psicologia sociale ha dimostrato il “potere della folla ” per decenni. Ad esempio, nel 1960  gli psicologi PhD Stanley Milgram ,  PhD Leonard Bickman , e PhD Lawrence Berkowitz hanno  dimostrato l’influenza sociale attraverso  un gruppo di persone su un affollato marciapiede di New York City con lo sguardo verso nulla nel cielo. Quando un uomo alzò gli occhi davanti a nulla , solo il 4 per cento dei passanti lo imitò. Quando cinque persone stavano sul marciapiede a guardare niente , il 18 per cento dei passanti si unì a loro. E quando un gruppo di 15 guardò verso l’alto, il 40 per cento dei passanti vi aderì, fermando il traffico in un minuto.

 

The wave. Esempio di influenza sociale

 

Come hanno fatto altri leader di culto, Jim Jones ha usato questo “potere della folla”  per influenzare e controllare il comportamento altrui, l’intelletto, i pensieri e le emozioni, sostiene Steven Hassan, un consulente di salute mentale,  con specializzazione di consulente per la libertà del membro e un ex membro di gruppo egli stesso. Questo include l’organizzazione di  norme e regolamenti rigidi, volti a distorcere le informazioni, l’uso di  trance ipnotica  e l’ingenerazione di sensi di colpa e di paura tra i seguaci.

 

Sensibilizzazione

Tuttavia, nonostante Jonestown , molti psicologi sociali rimangono all’oscuro dell’impatto psicologico delle tecniche di controllo mentale, spesso chiarito dalla ricerca in psicologia sociale, che i culti usano per reclutare e trattenere i membri, sostiene Zimbardo. Molti psicologi rimangono scettici sul fatto che il comportamento sia intenzionalmente controllato da queste organizzazioni, piuttosto credono che le persone si uniscano  ai culti di loro spontanea volontà, come fanno con i gruppi religiosi tradizionali.

Coloro che studiano le sette , invece, sostengono che gli psicologi hanno bisogno di studiare come le sette abusano della ricerca della psicologia sociale. Sono necessari anche gli psicologi per sviluppare trattamenti efficaci per le vittime dei culti,  per aiutarli a liberarsi dall’influenza di un culto prima che sia troppo tardi, in modo che, in casi come Jonestown, la storia non si ripeta.

 

Dr. Steven Hassan

E’ scioccante per me che così tante persone oggi non hanno nemmeno sentito parlare di Jonestown“, dice Hassan . Eppure, Hassan osserva gli effetti psicologici duraturi ogni giorno nel suo lavoro con le ex vittime di culto, ed egli sostiene che i culti sono sempre più potenti e più furbi nei loro inganni, spesso utilizzando i risultati della ricerca psicologica,  mentre il pubblico rimane in gran parte inconsapevole di tutto questo.

Se l’intenzione dei  culti è quella di abusare delle lezioni di psicologia sociale, gli psicologi devono studiare come essi lo fanno, sostiene Cialdini . È necessaria una maggiore attenzione alla ricerca e al lavoro con le vittime dei culti, aggiunge Hassan. Ad esempio, gli psicologi hanno bisogno di una formazione specifica per lavorare con gli ex membri di setta, che spesso soffrono di disturbi dissociativi o di panico, spiega.

Ci sono un sacco di persone che soffrono” – afferma Hassan -  “e hanno bisogno del nostro aiuto“.

Further Reading

  • Cialdini, R.B. (2001). Influence: Science and practice (4th ed.). Boston: Allyn & Bacon.
  • Hassan, S. (2000). Releasing the bonds: Empowering people to thrive for themselves. Somerville, Mass.: Freedom of Mind Press.
  • Singer, M.T. (2003). Cults in our midst: The continuing fight against their hidden menace. San Francisco: Jossey-Bass.
  • Zimbardo, P. (1997). What messages are behind today’s cults? APA Monitor, 28(5), 14.

ON THE WEB

Fonte: http://www.apa.org/monitor/nov03/jonestown.aspx

 

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Traduzione di Lorita Tinelli (Affiliata Internazionale APA)

Avvertenza: Questa traduzione non è stata realizzata da traduttori professionisti, pertanto ci scusiamo per eventuali errori.

Gli articoli apparsi su questo blog possono essere riprodotti liberamente, sia in formato elettronico che su carta, a condizione che non si cambi nulla e  che si specifichi la fonte

 

 

dal minuto 12.34

Scritto da Lee Marsh
Sunday, 26 September 2010

Nel mio ultimo anno di università ho scritto un articolo intitolato I traumi sessuali nei bambini abusati, la morte psicologica e la diminuzione della fede nella potenza di Dio. Si trattava di una tesina per un corso di religione che ho frequentato sul significato della morte. Non era esattamente quanto previsto dalla materia proposta dal professore, ma egli si è mostrato in accordo con i punti da me sollevati. Il documento è stato pubblicato nel mio sito web e l’autrice di un libro, Snadra Knaue, che stava uscendo in quel periodo, dal titolo Recupero da abusi sessuali, dipendenze e comportamenti compulsivi,  mi ha chiesto se poteva usare il mio lavoro nel suo libro come riferimento per un argomento importante che voleva trattare. Ella si era occupata di un gruppo di sostegno per  ragazze adolescenti vittime di abusi sessuali. Mi ha anche chiesto il permesso di  utilizzare il mio documento nel suo gruppo. Ha pensato che questo era un problema importante da discutere con loro. All’inizio del gruppo ha consegnato la mia relazione e ha iniziato a parlare di come l’abuso aveva colpito la loro fede nella capacità di Dio di aiutarle. Alcune ragazze hanno buttato la relazione sul pavimento, senza nemmeno leggerla. Altre hanno lasciato la stanza infuriate. Non hanno avuto voglia di parlare di come Dio le aveva deluse, tradite e abbandonate ai loro abusatori.

Non ho mai postato questo articolo su un forum di discussione, perché pensavo che fosse solo un argomento legato all’abuso sessuale e non aveva veramente a che fare con i testimoni di Geova, ma ora vedo che ci potrebbe essere una reale esigenza, soprattutto per quelli di noi che hanno pregato per ricevere un aiuto che non arrivava mai. Ma anche per coloro che non si rendono conto dei danni terribili che la politica della Società Torre di Guardia fa sul trattamento dei casi di abuso sessuale nonché alle sue vittime.


I traumi sessuali nei bambini abusati, la morte psicologica e la riduzione della fede nella potenza di Dio


I traumi dell’abuso sessuale sono una questione importante che riguarda gran parte della società.

Gli effetti a lungo termine degli abusi sessuali sui minori sono stati ben documentati da numerosi ricercatori. Tuttavia, un effetto particolare che ha ricevuto scarsa attenzione è il modo in cui gli abusi sessuali possono influenzare le convinzioni della vittima sul potere di Dio.

Molte vittime di abusi sessuali traumatici sperimentano un tipo di morte psicologica che può contribuire ad una diminuzione della loro religiosità e della fede nella potenza di Dio. Sembra che alcuni bambini, a) imparano che c’è un Dio che ama e protegge i bambini, b) vengono ripetutamente abusati, c) chiedeno a Dio aiuto e non ne riceverono nessuno, d) sperimentano una forma di morte psicologica, e e) smettono di  credere che Dio li salverà.

L’abuso sessuale dei bambini è stato ampiamente studiato (Badgely, 1984; Bagley, 1985; Finkelhor, 1986; Russell, 1986) così come i suoi effetti a lungo termine (Bagley & Ramsay, 1986; Briere & Runtz, 1988; Gelles & Straus, 1988; Haugaard & Reppucci, 1988; Meek, 1990).
Negli ultimi anni, l’abuso sessuale è stato descritto quale esperienza traumatica per il bambino. Everstine e Everstine (1993) hanno presentato un elenco di esperienze che porterebbe a un trauma. Tra le esperienze traumatiche vi sono: essere picchiato, martoriato, tenuto in ostaggio, essere violentato o molestato, minacciato con lesioni personali, e di essere l’obiettivo di una credibile minaccia di morte (p.5).
Finkelhor e Browne (1986) sostengono che le esperienze come l’abuso sessuale infantile “alterano l’orientamento cognitivo ed emotivo del bambino verso il mondo, e creano un trauma da distorsione del concetto di sé , della  visione del mondo,  e delle capacità affettive” (in Finkelhor e culo. 1986 ). Le distorsioni del concetto di sé spesso provocano un senso di impotenza e di intrappolamento (Allender, 1992; Summit, 1983; Terr, 1990 ;) , le distorsioni della visione del mondo fanno giungere in ultima analisi a percepire questo come un posto non più sicuro ( Haugaard & Reppucci, 1988; Herman, 1992; Johnson, 1992), e le distorsioni della propria vita affettiva portano ad una dissociazione (Briere, 1992; Meek, 1990; Waites, 1993).

 

IMPOTENZA
Terr (1990) afferma che quando si verifica un “trauma psichico” una persona sperimenta uno shock emotivo intenso e travolgente (p.2). Questo shock emotivo lascia il sentimento individuale completamente impotente durante l’evento. Per un bambino, che è più piccolo e più debole di un aggressore adulto, diventa quasi impossibile sperimentare qualsiasi cosa, soprattutto impedire che l’abuso si verifichi.
Finkelhor & Browne (1986), forniscono una spiegazione per i sentimenti intensi di impotenza che si verificano in caso di incidenti di abuso. Senza permesso, il corpo del bambino è invaso. L’autore del reato utilizza forme di menzogne, inganni e trucchi per coinvolgere il bambino nell’esperienza di abuso. Nel corso del tempo il bambino diventa sempre più consapevole della sua incapacità di impedire che l’abuso si ripeta. Il risultato dei ricorrenti incidenti si traduce nel bambino in continue paure di un altro attacco. Se il bambino è in grado di rivelare l’abuso, spesso non gli viene dato l’aiuto necessario, il che rafforza l’incapacità del bambino di prevenire un altro attacco. L’impatto psicologico di tutto questo sul bambino è quello di aumentare l’ansia e la paura. La percezione di sé diventa quella di una vittima che non riesce a controllare la situazione (Finkelhor e Browne, 1986).

 


PROTEZIONE
Il bambino diventa anche consapevole che l’aiuto esterno non può essere invocato. In molti casi, infatti, le stesse persone su cui il bambino si suppone possa fare affidamento e richiedere protezione sono quelle che lo abusano. Summit (1983) asserisce che vi sono dei commenti fatti da parte di queste persone che servono a garantire il silenzio del bambino circa l’esperienza di abuso. Commenti del tipo “Nessuno ti crederà“, “Non dire nulla  a tua madre, (a) lei ti odia, (b) lei mi odia, (c) lei ti ucciderà, (d) lei mi ucciderà, (e) la uccidera‘, (f) lei vi manderà via, (g), mi manderà via, o (h) si romperà la famiglia e finiremo tutti in un orfanotrofio“, sono estremamente comuni insieme a frasi del tipo “Se l hai detto a qualcuno (a) Io non ti amo più, (b) ti sculaccerò, (c) io ucciderò il vostro cane, o (d) ti ammazzo” (Summit, 1986, p. 181). Questi tipi di commenti e minacce danno a un bambino il messaggio che non c’è nessun posto dove andare per essere protetto.

 

 

Morte psichica

Waites (1993) parla de “lo shock di un trauma improvviso” che “rompe l’equilibrio del corpo e della mente” (p.21). Egli fa notare che se il corpo sopravvive allo shock traumatico “alterazioni sottili o drammatiche si verificano, alcune delle quali assomigliano a una sorta di morte psichica, un senso di vitalità può essere temporaneamente o anche definitivamente perso.” (P.21). Waites (1993), continua, “… altre vittime di traumi, impoverite di energia per la ricostruzione, possono languire in uno stato letargico che li fa sentire morti” (p. 21).
Murder Shengold nel suo libro Anima, (1989) afferma che ciò che accade a un bambino sottoposto all’ “omicidio dell’anima è così terribile, così travolgente, e di solito così ricorrente che il bambino non riesce a sentirlo e non lo può registrare, e ricorre all’isolamento generalizzato del sentimento …. Un torpore ipnotico vivente, uno stato di esistere `come se ‘si fosse lì,. è spesso il risultato ” (P.25).
Molti dei sopravvissuti al trauma raccontano di sentirsi all’interno di un intorpidimento, come vuoti o morti. Molti bambini semplicemente non hanno la capacità cognitiva di elaborare quanto è successo a loro. I sentimenti sono troppo grezzi e devono essere separati dalla consapevolezza conscia in modo che il bambino possa continuare ad esistere, con conseguente morte emotiva paralizzante o psichica.
Everstine & Everstine (1993) affermano che “nel momento traumatico, la persona affronta la sua vulnerabilità [impotenza] e l’eventuale mortalità [morte psichica]” (p.22). La situazione peggiore si ottiene quando l’evento è stato causato da una persona conosciuta e di fiducia. Secondo Everstine e Everstine (1993) la “visione del mondo della vittima può essere distrutto“. Per il bambino non c’è un posto sicuro.
Terr (1990) commenta che i risultati di estrema vulnerabilità portano ad una “paura di estinzione” (p. 36). E continua: “… e non voglio dire morire. Voglio dire la paura di essere ridotto a nulla, di essere schiacciato“. L’unico modo per un bambino è quello di far fronte a tale vulnerabilità enorme smorzando ogni emozione. Terr. afferma che “ripetuti incidenti orribili a casa possono portare lo stesso tipo di affievolimento emozionale nella vita della vittima simili alle cicatrici di una bomba nucleare … Gli orrori dell’abuso sessuale dei bambini, come quelli della guerra, diventano prevedibili. Può verificarsi un danno  psichico paralizzante in qualsiasi bambino come risposta a questa prevedibilità. ” (P.82). Come risultato di questo ruminazione psichica il bambino può sentirsi in una terra di nessuno: – non è morto, ma non è neppure vivo.
La ricercatrice e sociologa Diana Russell ha accertato l’esistenza di una relazione statisticamente significativa tra gli abusi sessuali e la preferenza religiosa in un adulto. Ella afferma: “Studiando le vittime di incesto che avevano rifiutato la loro educazione religiosa si è evidenziato che il loro tasso di defezione era del 53 per cento, rispetto al 32 per cento di donne senza storia di incesto.” (Russell, 1986, p. 119).

Russell afferma che l’abuso sessuale infantile può essere molto deludente per la vittima. Dopo un’esperienza del genere può essere difficile per una vittima “accettare la nozione di un Dio giusto e amorevole” (p.120).
Secondo la  dottoessa Judith Herman (1992) le persone traumatizzate “perdono la loro fiducia in se stessi, negli altri e in Dio“. Ella afferma che in situazioni di terrore le persone “urlano per chiedere aiuto alle loro madri e a Dio. Quando questo grido di aiuto non riceve risposta, il senso di fiducia di base è in frantumi.” (P. 52, 56). I sopravvissuti ad un incesto intervistati circa la loro fede in un Dio che potesse proteggerli, confermano questa perdita di fiducia.

Diverse interviste sono state condotte ai sopravvissuti ad un incesto. Essi sono stati interrogati circa l’effetto dell’abuso sperimentato e sulla loro fede in Dio. Hanno risposto:
D.P. “Ho odiato mio padre per quello che ha fatto a me e ho avuto  paura degli uomini per anni -. Credo di non riuscire ancora a collegare una immagine amorevole di padre a Dio. E ‘un grande sforzo per me…
G.K. “Dio non mi ha aiutato. L’abuso non si è fermato -. Ho trovato difficile in seguito credere che Lui potesse proteggermi.
I.S. “La nostra famiglia non è mai stata molto religiosa. Probabilmente sull’argomento ero più confusa di ogni altra cosa. Ma dopo l’abuso, non potevo credere in Dio. Se Egli avrebbe dovuto amarmi, perché non mi aveva salvata?. Ho deciso che se non l’ha fatto … non esiste.
L.G. “Sono cresciuta cattolica e ho frequentato le scuole cattoliche. Le monache hanno abusato di me e così ha fatto il prete. Se questo è l’amore di Dio io non voglio avere niente a che fare con lui...”
I loro sentimenti sono simili ai quelli dei superstiti così come citato in letteratura. Elly Danica, sopravvissuta ad un incesto e autrice di Don’t, (1988), fa eco a questa perdita. “… Anelare che qualcuno mi salvi Aspiraree alla pietà.  Non c’è nessun aiuto …. cerco di raccontare alla mia insegnante di  scuola.  Lei risponde:” Tu sei dipendente a tuo padre per tutte le cose. Egli è il tuo Signore come Gesù è il tuo Signore. Non è capace di farti male. Ha ragione in tutte le cose. Se sei stata punita è per il tuo bene. Se lui è tropposevero è perché ti ama. Prega Gesù per stare bene …
Non vi è alcun conforto quindi prego per il martirio. Almeno se fossi morta sarebbe finita. (P.15).
La letteratura sulle vittime di incesto spesso riferisce di questa stessa perdita di fiducia in Dio. Hancock e Mais (1987) citano le parole di un sopravvissuto: “Mio padre non mi amava e abusava di me e di mio fratello maggiore, ho sentito che non potevo fidarmi di Dio o di chiunque altro La mia vita era piena di paure.“.

 

Non sento che Dio mi ama veramente – e sono stato disposto ad accettare tutto perché non ho sentito  di meritare il suo amore …
Non sono mai stato in grado di vedere Dio come ‘Abba’ o di avere una reale comprensione di Dio come Padre … non ho mai permesso a nessuno di entrare nel mio luogo sicuro, perché ho sentito che non ne valeva la pena – e poi, non potevo ‘contare su Dio per non farmi del male. ” (Pp. 26, 42, 44).

Gli psicoterapeuti Feldmeth e Finley (1990) citano le risposte che dei sopravvissuti agli abusi hanno offerto sui loro sentimenti su Dio:
Non riuscivo a smettere di piangere. Ho detto a Dio: “Io ti odio per essere un uomo, io ti odio per essere un padre! So cosa fanno i padri alle figlie! Non riesco proprio più a pregare. Io non riesco ad andare oltre la connessione nella mia mente tra il padre e la parola “sesso abusivo”. Se penso a Dio Padre, immagino un uomo con un pene.

E ‘davvero difficile accettare un Padre celeste quando hai odiato il tuo vero padre e non si è stati in grado di fidarsi di lui. Quando un padre vi ha usato e tradito, come ci si può aspettare che l’altro al piano di sopra possa fare cose buone per voi? (Pp. 103-104).
Chiaramente sia nella letteratura che nella esperienza diretta le donne che sono state sessualmente abusate e traumatizzate da piccole risultano avere difficoltà relative ad una immagine di Dio come Padre. La loro capacità di fidarsi ad uomini specifici o agli uomini in generale, così come la loro immagine degli uomini è danneggiata. Alcune donne pensano di non essere più degne della cura di Dio.
In tutta la letteratura il trauma è legato agli abusi sessuali su minori. Questo tipo di traumi gravi produce intense sensazioni di impotenza, la mancanza di sicurezza e protezione e, infine, una forma di morte emotiva paralizzante o psichica. Senza capacità di porre fine all’abuso tramite il proprio potere o ricorrendo a poteri esterni, sia di altre persone o anche a quello di Dio, le vittime di abusi sessuali spesso si sentono completamente abbandonate e trovano difficile credere che ci sia un Dio giusto e amorevole che saprà proteggerle. Sarebbe importante continuare la ricerca sugli effetti dell’abuso sessuale infantile sulle questioni spirituali che vengono generati da questo tipo di trauma.

 

Bibliografia

  • Allender, D.B. (1992). When trust is lost: Healing for  victims of sexual abuse. Grand Rapids , MI: Radio  Bible Class.
  • Badgley, R.F. (1984). Sexual offences against children,  vol. 1-2. Ottawa: Canadian Government Publishing  Centre.
  • Bagley, C. (1985). Child sexual abuse within the  family: An account of studies 1978 – 1984.  Calgary: University of Calgary Press.
  • Bagley, C., & Ramsay, R. (1986). Disrupted childhood  and vulnerability to sexual assault: Long-term  sequelae with implications for counseling. Social  Work and Human Sexuality, 4: 33-48
  • Briere, J. N. (1992). Child abuse trauma: Theory and  treatment of the lasting effects. Newbury Park,  CA:Sage
  • Briere, J., & Runtz, M. (1988). Symptomology associated  with childhood victimization in a non-clinical  sample. Child Abuse and Neglect, 12: 51-59.
  • Danica, E. (1988). Don’t. London: Women’s Press.
  • Everstine, D.S., & Everstine, L. (1993). Trauma  Response: Treatment for emotional injury. New  York: W.W. Norton & Co.
  • Feldmeth, J.R., & Finley, M.W. (1990). We weep for  ourselves and our children: A Christian guide for  survivors of childhood sexual abuse. New York:  Harper/Collins
  • Finkelhor, D. & associates. (1986). Sourcebook on child  sexual abuse. Beverly Hills: Sage.
  • Finkelhor, D. & Browne, A. (1986). Initial and long- term effects: A conceptual framework. In D.  Finkelhor & ass. Sourcebook on child sexual abuse.  Beverly Hills: Sage.
  • Gelles, R.J., & Strauss, M.A. (1988). Intimate  Violence: The definitive study of the causes and  consequenses of abuse in the American family. New  York: Simon & Schuster.
  • Hancock, M. & Mains, K.B. (1987). Child Sexual abuse: A  hope for healing. Wheaton, IL: Harold Shaw Pub.
  • Haugaard, J.J. & Reppucci, N.D. (1988). Sexual abuse of  children: A comprehensive guide to current  knowledge and intervention strategies. San  Francisco: Jossey-Bass.
  • Herman, J.L. (1992). Trauma and Recovery: The aftermath  of violence – from domestic abuse to political  terror. New York: Basic.
  • Interviews
    • D.P.  incest survivor Mar. 14, 1994.
    • G.K.  incest survivor Mar. 1, 1994.
    • I.S.  incest survivor Feb. 26, 1994.
    • L.G.  incest survivor Jan, 12, 1994.
  • Johnson, K. (1989). Trauma in the lives of children:  Crisis and stress management techniques for  counselors and other professionals. Claremont, CA:  Hunter house.
  • Meek, C.L., Ed. (1990). Post-Traumatic Stress Disorder:  Assessment differential diagnosis and forensic  evaluation. Sarasota, FL: Professional Resource  Exchange.
  • Russell, D.E.H. (1986). Secret Trauma: Incest in the  lives of girls and women. New York: Basic.
  • Shengold, L. (1989). Soul Murder: The effects of  childhood abuse and deprivation. New York:  Fawcett/Columbine.
  • Summit, R. (1983). Child sexual abuse accommodation  syndrome. Child Abuse and Neglect, 7: 177-193.
  • Terr, L. (1990). Too scared to cry: How trauma affects  children… and ultimately us all. New York:  Basic.

Waites, E.A. (1993). Trauma and Survival: Post- Traumatic and Dissociative disorders in women. New  York: W. W. Norton & Co.

 

Fonte: Sexual Abuse and the Reduction in the Belief in God

 

Traduzione di Lorita Tinelli

Avvertenza: Questa traduzione non è stata realizzata da traduttori professionisti, pertanto ci scusiamo per eventuali errori.

Gli articoli apparsi su questo blog possono essere riprodotti liberamente, sia in formato elettronico che su carta, a condizione che non si cambi nulla e  che si specifichi la fonte

SEGNALAZIONE

Carissimi colleghi,

mi è capitato di leggere stamattina il seguente articolo che si presenta come interrogazione parlamentare presentata contro  psicologi e psichiatri che si occupano nei tribunali di valutazione del danno di presunte vittime di pedofili. Colui che ha presentato l’interrogazione sostiene che tali figure professionali non solo non siano competenti per tale valutazione, ma aggiunge che  non siano capaci di apportare dati oggettivi, come farebbe invece la criminologia, ma solo dati interpretativi e quindi fallaci.

 

LINK ORIGINALE

http://www.abusologi.com/69

COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLE DR.SSE LORITA TINELLI E SIMONA RUFFINI

La segnalazione ricevuta ci dà la possibilità di chiarire alcuni punti estremamente importanti (dato soprattutto il campo di applicazione che è quello dell’abuso al minore) relativi a quello che è (o dovrebbe essere) il ruolo dell’esperto psicologo chiamato come consulente o perito. Nell’interrogazione parlamentare segnalata infatti riscontriamo alcune inesattezze proprio relativamente al ruolo delle figure professionali coinvolte e al loro delicatissimo compito.

La prima di queste gravi inesattezze è rappresentata, nell’interrogazione citata, dall’espressione “sempre più fatti di recente cronaca giudiziaria dimostrano come Giudici e pubblici Ministeri fanno sempre più affidamento alle opinioni, perizie e conclusioni di psicologi e psichiatri con l’assunto che grazie alla loro conoscenza sia possibile determinare la colpevolezza o l’innocenza di una persona”. Ci preme infatti precisare che la possibile dimostrazione di colpevolezza è affidata esclusivamente alle prove scaturite dall’attività di investigazione giudiziaria, non certo alle perizie. Inoltre va fatta una sostanziale distinzione tra perizia psichiatrica e perizia psicologica. La perizia psichiatrica infatti viene richiesta allo psichiatra (naturalmente) ed è utilizzata per dimostrare ad esempio una eventuale infermità o seminfermità di mente piuttosto che la compatibilità col sistema carcerario. La perizia psicologica invece non esiste affatto (sull’adulto) essendo espressamente vietata dall’articolo 220 del nostro codice di procedura penale: “Salvo quanto previsto ai fini dell’esecuzione della pena o della misura di sicurezza, non sono ammesse perizie per stabilire l’abitualità o la professionalità nel reato, la tendenza a delinquere, il carattere e la personalità dell’imputato e in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche[1]”.

La perizia psicologica invocata nell’interrogazione dunque non può che essere quella richiesta nei casi di presunto abuso non per dimostrare la colpevolezza di chicchessia (non esiste un test di alcun tipo che potrebbe farlo) ma solo e soltanto per la valutazione dell’attendibilità del minore che racconta i fatti.

Questo punto va chiarito con forza poiché altrimenti si diffonderebbe una pericolosa credenza in qualche tipo di potere magico affidato agli psicologi che è ciò che trapela dalle giuste preoccupazioni espresse nell’interrogazione.

L’altra grave inesattezza riscontrata nell’interrogazione è rappresentata dalla seguente frase: “lo stesso sistema, cioè l’uso di perizie psicologiche e psichiatriche usate a quel che consta all’interpellante come uniche prove…”.  Pur accogliendo con molto interesse qualunque critica mossa nell’esclusivo interesse dei minori non possiamo trascurare gli errori sostanziali contenuti in questa interrogazione.  Secondo l’articolo 187 del nostro codice di procedura penale (che chi si occupa di psicologia giuridica e chi critica lo psicologo giuridico deve conoscere), la prova è l’insieme dei fatti che: “si riferiscono all’imputazione, alla punibilità e alla determinazione della pena o della misura di sicurezza [2]”. Le prove soprattutto si formano in dibattimento. Questo vuol dire nella pratica che tutto quanto raccolto nella fase di indagini deve essere “validato” in aula. La perizia (o sarebbe meglio definirla consulenza tecnica per non creare confusione con il lavoro dello psichiatra) è una cosa ancora a parte, non solo perché il giudice potrebbe teoricamente non tenerne conto (seppure nella pratica i consulenti vengono interpellati proprio per aiutare il giudice nel suo libero convincimento) ma soprattutto perché la consulenza non è una prova! Vero è senza dubbio che a volte la notorietà mediatica dei consulenti nominati dilaga a discapito della controparte, ma certamente la consulenza è un aiuto per il giudice, non certamente una prova della quale egli debba tener conto.

L’altro punto saliente dell’interrogazione riguarda la professionalità degli esperti chiamati in causa. Anche qui riscontriamo alcune generalizzazioni che nuocciono al discorso.  La frase in questione è la seguente: “mentre in Italia è chiaro a tutti che per opere d’ingegneria occorre l’ingegnere, non lo è, invece, per la criminologia; posto che ad occuparsi di crimini non è il criminologo clinico…ma lo psicologo, lo psichiatra, l’assistente sociale, eccetera”. Purtroppo a causa della sovraesposizione a telefilm di ogni sorta o a sedicenti criminologi che impazzano anche nel nostro paese,  occorre anche qui fare una chiara e netta distinzione tra le figure professionali chiamate in causa.  Lo psicologo non si occupa di crimini, si occupa di psicologia, lo psichiatra non si occupa di crimini ma di medicina, il sociologo potrebbe occuparsi di crimini nel caso in cui effettuasse un’analisi appunto sociologica del fenomeno ma non ci risulta che ad un sociologo venga affidata una consulenza tecnica attraverso la quale dimostrare l’attendibilità di un minore. Il criminologo di cosa si occupa? Ecco, forse questo è il nocciolo della questione. Su questo accogliamo in pieno la perplessità espressa nell’interrogazione, non certo riferita allo psicologo serio, esperto, preparato, ma verso tutte quelle figure ibride che hanno specializzazioni inesistenti o inutili. Questo perchè un criminologo (qualunque cosa voglia dire) non entra in tribunale a verificare l’attendibilità della testimonianza di un bambino se non è uno psicologo serio, preparato, formato. Dunque semmai l’attenzione andrebbe posta alle competenze dello psicologo specificamente formato in questo campo e in collaborazione con lo psichiatra, uniche figure deontologicamente e professionalmente preposte.  A tale proposito i suddetti hanno come guida delle linee emanate dai propri ordini di riferimento in materia, alle quali si appellano e che li indirizzano proprio nel delicatissimo campo dell’abuso al minore.  Più che invocare il criminologo (poiché a tutt’oggi tale figura non esiste nemmeno professionalmente) sarebbe meglio (per il minore stesso) verificare e rafforzare le competenze degli psicologi che già fanno, nella maggior parte dei casi egregiamente, tale lavoro. Perché nei casi di presunto abuso ai minori il consulente non si occupa del criminale o del crimine, ma della vittima. E lo psicologo (se preparato), così come lo psichiatra, sono sicuramente più che adeguati.

 

PARERE A CURA DEL PROF. SAVERIO ABRUZZESE

Premessa: tutte le indagini epidemiologiche hanno accertato che sul tema degli abusi sessuali c’è un’impressionante diffusione del fenomeno, una disarmante scarsità di denunce ed una sconfortante esiguità delle condanne.

Davanti ad un fenomeno così sommerso dobbiamo porci alcune inquietanti domande: di fronte alla necessità di alzare il tiro contro la violenza sui minori è più accettabile correre il rischio che un adulto innocente venga condannato o che un minore vittima non venga creduto? È una domanda scomoda, anche perché fa riferimento ad una logica guerrafondaia in cui si usa fare previsioni sulle vittime di un conflitto. Ma questo clima si avverte. Inutile soffermarci sul fatto che un innocente non dovrebbe essere condannato e che un minore non dovrebbe essere ritenuto a priori attendibile, ma la verità è che le armi a disposizione dell’imputato sono molte di più di quelle di una vittima bambino. È una lotta impari e noi abbiamo il dovere – o per lo meno dovremmo sentirlo – di aiutare e sostenere il più debole. Questo non significa perdere la neutralità o schierarsi. Ma sappiamo benissimo come le verità processuali siano più difficilmente dimostrabili delle verità cliniche. E vorrei anche uscire al più presto da questa logica militaresca, perché non è edificante parlare di una guerra di adulti contro bambini. Gli avvocati degli abusanti per contratto devono difendere i loro clienti, ma ci sarà un modo per farlo senza ritenere i bambini irrimediabilmente inattendibili, fantasiosi, bugiardi, etc.

Se continuiamo ancora a vivere in questo clima di contrapposizione fra operatori del diritto schierati dalla parte degli adulti e operatori psicosociali schierati dalla parte dei bambini non cresceremo. Né noi, né loro.

Probabilmente non abbiamo ancora metabolizzato la violenza e abbiamo qualche difficoltà a fondare la cultura dell’antiviolenza. Abbiamo bisogno di continuare a parlarne e confrontarci, per evitare di inciampare nella pietra dello scandalo.

Una certa cautela è necessaria, non lo metto in dubbio, in considerazione del fatto che c’è un aumento di false denunce e di strumentalizzazioni della violenza sessuale nei procedimenti di separazione, ma la cautela non deve trasformarsi in omertà.

Abbiamo acquisito che gli indicatori dell’abuso sono aspecifici, ma la contemporanea comparsa di più fattori dovrebbe insospettire: la distrazione a scuola, le difficoltà di apprendimento, l’isolamento, una condotta erotizzata precoce, segni fisici inequivocabili, comportamenti bizzarri, compiti in classe o letterine alle insegnanti, etc.

L’Unione delle Camere Penali, invocando i principi del giusto processo, insiste sulla necessità della videoregistrazione integrale delle dichiarazioni del minore fin dalle fasi iniziali dell’indagine e sulla opportunità dell’esame e controesame del minore, comunque tutelandolo, ma assicurando anche i diritti dell’imputato. La verità è che non si tutela un minore costringendolo a ripetere la stessa storia, a rivivere il trauma subito. Una bambina costretta a ripetere sempre la stessa storia può iniziare a dubitare di non essere creduta e quindi rifiutarsi di parlare. Gli avvocati non aspettano altro. Ma questa non è una ritrattazione. È un’ulteriore forma di violenza sulla vittima.

La quale deve anche subire i tempi del processo, in cui si garantiscono i diritti dell’imputato, ma non alla stesso modo quelli della vittima. Più volte mi è capitato di attendere che il procedimento penale a carico dell’abusante si definisse per poter ascoltare il minore in merito ad interventi civili di protezione e tutela.

L’AIMMF (Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia), in un documento [3] datato 8/3/2008, ha riaffermato decisamente che “gli interventi di cura, psicologici ed educativi, non possono essere né rinviati né subordinati in relazione ai tempi del processo penale, ad esigenze di segretezza e alle garanzie dell’indagato o imputato già previste dalla legge; curare un bambino che sta male non può mai ledere diritti altrui”.

In merito all’audizione protetta del minore, lo stesso documento afferma che “l’ascolto del minore vittima in ogni sede, compresa quella giudiziaria, non può che essere condotto con modalità empatiche adeguate alle sue modalità espressive e di verbalizzazione; egli va ascoltato tenendo conto delle sue possibilità e capacità di racconto. Il documento fa anche riferimento alla necessità che il minore-vittima sia sempre seguito nei percorsi giudiziari civile e penale da un’unica figura di accompagnamento nella persona del curatore speciale “che non lo lasci solo; lo informi, lo conduca e accompagni al processo, gli nomini se del caso un difensore specializzato” ed infine auspica che i magistrati che si occupano di questa materia siano adeguatamente preparati e formati.

In definitiva abbiamo da un lato alcuni professionisti seriamente interessati alla tutela del minore, decisamente impegnati nell’impedire alla vittima una vittimizzazione secondaria, che è quella degli ascolti ripetuti e della violenza della macchina giudiziaria; ci sono poi altri professionisti che utilizzano i loro saperi per mettere in dubbio la credibilità di una bambina abusata, spiegando ai magistrati che le risposte date ad un test proiettivo non costituiscono una prova, anche perché sono confutabili. In questa polemica fra specialisti delle scienze umane si inseriscono volentieri gli avvocati; per il momento ci sono i penalisti che hanno tutto l’interesse nell’invalidare le dichiarazioni di un minore vittima, ma è prevedibile che fra un po’ anche i curatori speciali faranno sentire la loro voce per schierarsi, presumibilmente, dalla parte del minore vittima e testimone.

Non vorrei correre il rischio di apparire fazioso. Mi sembra inevitabile che gli avvocati difendano il loro cliente, ma non si può dire che questa diritto alla difesa si fondi sull’interesse del minore. Il giusto processo non può trasformarsi in un’altra violenza sui minori.

E non trascuriamo – infine – un altro conflitto spesso presente sui nostri giornali: la destra chiede pene più severe, ronde cittadine, maggiore sicurezza, etc.; la sinistra chiede una maggiore attenzione all’educazione all’affettività, una maggiore prevenzione, la rieducazione del reo. Le richieste non sono incompatibili, al contrario “devono” diventare compatibili. La sicurezza dei cittadini e dei bambini in particolare, non può essere oggetto di polemiche. È impensabile che la destra risulti più attenta ai bisogni del cittadino, mentre le sinistra a quelli dei delinquenti. Non ha senso. Sono molto preoccupato che l’attività delle ronde per strada possano trasformarsi in giustizia privata. Sono stufo di questa abitudine, tutta italiana, di polarizzare il dibattito sui temi dell’antiviolenza.

Alcuni operatori psicosociali si impegnano nel dimostrare che un minore è inattendibile, altri prendono per oro colato tutto quello che esce dalla bocca di un bambino. Alcuni vorrebbero l’inasprimento delle pene e la giustizia fai da te, altri sostengono che solo con un trattamento sull’abusante si evitano i rischi della recidiva.

Perché non diciamo semplicemente che il bambino va ascoltato con molta attenzione, non dando per scontato che dica la verità, ma senza accanirci nel dimostrare in mala fede la sua inattendibilità. Una maggiore severità nel punire questi reati è condivisibile, ma evitando la giustizia privata ed i linciaggi, che per la verità, in questi ultimi tempi, diventano sempre più frequenti. L’antiviolenza è e deve essere soprattutto una prova di civiltà.

Non mi sembra il caso di litigare anche su questo. Non si può litigare sull’antiviolenza. È un controsenso.

Un discorso a parte è quello che riguarda i presunti abusi successivi alla separazione dei genitori. In questo caso la responsabilità del genitore affidatario che denuncia l’abuso è innegabile. Perché se il bambino non ha subito violenza sessuale dal genitore non affidatario allora è stato vittima di una violenza psicologica da parte del genitore affidatario. Delle due, una. Instillare in un bambino il dubbio che il padre abbia fatto violenza su di lui significa inevitabilmente comprometterne lo sviluppo affettivo.

Qual è il confine fra i dubbi di una madre e la sua mala fede? I sospetti su un padre che si occupa dell’igiene intima di una figlia sono tali da poter giustificare una denuncia? Sorge il dubbio che in una separazione conflittuale quei sospetti siano funzionali alla eliminazione della figura paterna dalla vita della figlia. Questa eliminazione si consuma sia nel caso che l’abuso ci sia  stato, sia nel caso che non ci sia stato, perché il rapporto di quel padre con la figlia è già inquinato dal sospetto materno.

La violenza sessuale sui minori è caratterizzata dal fatto che il bambino non ha gli strumenti cognitivi ed affettivi per percepire la violenza, almeno in un primo momento. La confusione dei linguaggi rende indecifrabile l’esperienza traumatica; ma nei casi di false denunce da parte di genitori separati è come se tutto fosse svelato prima del tempo, costringendo il bambino a riferire e a fare proprie cose che non avrebbe mai sospettato. “Come ti tocca papà?”, “Dove di tocca?”. Il tarlo del dubbio è instillato.

Sul versante opposto ci sono genitori che ritengono i figli troppo piccoli per capire. Di fronte alla violenza assistita spesso si adduce questo tipo di giustificazione: “Non pensavamo che capisse quello che stava succedendo, è troppo piccolo …”, “Chi avrebbe mai immaginato…”

Lo stesso pretesto viene utilizzato nei casi di corruzione di minorenne, quando il bambino assiste ad atti sessuali dei genitori; anche in questo caso il bambino è troppo piccolo per capire.

Insomma, ci sono casi in cui il bambino è troppo piccolo per capire, ed altri in cui è abbastanza grande non solo per capire, ma anche di riferire nel processo.

La capacità di un bambino di capire e riferire dipende dall’obiettivo che vuole raggiungere il genitore: screditare l’ex coniuge o coprirlo. Nel primo caso il bambino viene invitato a riferire, nel secondo a tacere. Nel primo caso a riferire quello che non è successo. Nel secondo a tacere quello che è successo.

Segnaliamo subito un problema: interesse della giustizia è scoprire la verità, l’interesse del minore consiste nel tutelarlo. Non sempre questi due interessi sono compatibili. Spesso accade che il prevalere dell’uno comprometta l’altro. Compito degli operatori dell’antiviolenza è quello di rendere questi due interessi il più possibile compatibili, se non addirittura sovrapponibili.

Un ascolto protetto condotto male può trasformarsi in un’incomprensibile violenza sul minore abusato, ma se fatto bene, ha un effetto catartico, aiuta il processo di svelamento, non costituisce un ulteriore trauma.

Il bambino nel processo è un argomento molto delicato e ricco di implicazioni metodologiche che vanno approfondite. Siamo tutti d’accordo sul fatto che le capacità empatiche di chi ascolta favorisca l’ascolto del minore, ma c’è il rischio che proprio questa empatia si traduca in una sorta di alleanza fra ascoltatore ed ascoltato, che induca quest’ultimo a compiacere il primo. C’è il rischio, insomma, che la capacità empatica si trasformi da risorsa in limite nella misura in cui invece di ottenere la verità suggerisce le risposte. Dietro questo dubbio si cela un’altra domanda inquietante: stiamo disquisendo sulla inattendibilità del bambino o dell’impreparazione di chi ascolta o peggio della sua mala fede? Utilizzare la capacità empatica per suggerire le risposte attiene alla inadeguatezza di chi ascolta, non all’inattendibilità del minore. E non dimentichiamo che convincere un bambino a riferire quello che non è gli è successo significa comunque fargli violenza perché il suo rapporto con il genitore accusato ingiustamente è definitivamente compromesso. Ma anche costringerlo a ritrattare una violenza subita costituisce un’ulteriore forma – la peggiore – di violenza sulla vittima.

Se sussiste il rischio che il bambino testimone compiaccia l’intervistatore empatico, significa che dobbiamo rinunciare all’empatia e scegliere una modalità d’ascolto più fredda e neutrale? Essere neutrale significa essere freddi? Perché la neutralità deve essere associata alla freddezza? Si può essere neutrali e caldi? O se si è caldi si suggeriscono le risposte?

Queste domande non mi piacciono, perché mettono al primo posto un presunto interesse della giustizia su quello del minore abusato. Mettere a proprio agio un bambino non può costituire un ostacolo al corso della giustizia, né tanto meno è ammissibile che un procedimento penale a carico di un abusante prenda il sopravvento sui provvedimenti cautelari in favore di un minore. Eppure mi è successo che per espletare una consulenza tecnica d’ufficio disposta dal Tribunale per i minorenni ho dovuto aspettare per più di un anno che si concludessero le indagini disposte dal PM sui presunti abusanti.

Ma torniamo al bambino testimone.

Fra domande suggestive e risposte indotte, falsi ricordi, assecondamenti e confabulazione la testimonianza del minore diventa uno dei temi più scottanti e affascinanti della psicologia giuridica.

Ricordiamo che la capacità “fisica e mentale” a testimoniare può costituire il quesito di una consulenza tecnica, mentre l’attendibilità dovrebbe essere una valutazione del magistrato.

Pertanto idoneità a testimoniare e attendibilità non rappresentano la stessa capacità. Essere in grado di riferire l’accaduto non significa che si riferisca la verità. Le categorie della competenza, della credibilità e dell’accuratezza del ricordo sono elementi che contribuiscono a stabilire il contenuto di un ricordo, ma come si può tenere così rigorosamente separati la verità processuale dal ricordo dell’evento traumatico? L’elemento processuale dal dato clinico? Un minore abusato avrà pure il diritto di rimuovere il trauma, ma questa non è ritrattazione. Rimozione o ritrattazione? Sarebbe un bel quesito, in cui il perito dovrebbe attribuire ad un processo psicologico un significato giuridico.

I bambini – comunque – sono più attendibili di quello che alcuni difensori vorrebbero far credere. Abbiamo detto che la valutazione dell’attendibilità non dovrebbe essere un accertamento tecnico. Ma c’è un modo per aggirare l’ostacolo: una consulenza sulla coerenza interna di quanto dichiarato dal minore è un modo molto elegante per far coincidere capacità a testimoniare, valutata dal perito ad attendibilità, che dovrebbe essere valutata dal magistrato.

Non è facile districarsi in questi concetti al confine fra il diritto e la psicologia, non lo è mai stato, ma dobbiamo avere il coraggio di ammettere che quello che il bambino rivela dipende sia dal gioco delle proiezioni del bambino in chi ascolta, ma anche di quest’ultimo nei confronti del bambino e del suo abusante. L’esperto costruisce insieme al bambino la verità processuale e pertanto è necessaria la sua totale buona fede. In questo senso va interpretata la sua neutralità: la capacità di non farsi condizionare dalle indagini svolte e dalle aspettative di magistrati e avvocati, ma di concentrarsi solo sul mondo del bambino.

Non è affatto facile, soprattutto quando la vittima è un disabile. Il bambino disabile più facilmente diventa vittima dell’abusante, ha quasi il doppio di probabilità di diventare vittima rispetto ai bambini senza disabilità. L’abusante sa scegliere le sue vittime. Ma questo rende ancora più complesso il problema processuale dell’attendibilità e della capacità a testimoniare. Un altro vantaggio per l’abusante.

Compito dell’operatore dell’antiviolenza pertanto è quello di facilitare la testimonianza delle vittime. In altri termini, il modo migliore per combattere la violenza è quella di rendere attendibili e capaci di testimoniare le vittime, sia i minori sia i disabili.

Non dobbiamo porci il problema se i minori siano o non siano attendibili e capaci di testimoniare, ma come renderli attendibili e capaci.

Non dobbiamo farci tentare dalla tentazione verificazionista, cioè di confermare l’ipotesi iniziale del presunto abuso, compiacendo il minore e facendo in modo che lo stesso minore compiaccia il suo intervistatore; ma dobbiamo stare attenti anche alla tentazione falsificazionista, mettendo in difficoltà il minore testimone, per mettere alla prova la sua capacità di testimoniare; anche questa  è un’ulteriore forma di violenza. Il minore non è un’ipotesi da falsificare per verificare la sua attendibilità. Dovremmo stare lontani dalla compiacenza del verificazionismo e dal sadismo del falsificazionismo. Mi viene il dubbio che il conflitto di fondo fra verità processuale ed interesse del minore è viziata dall’inveterata abitudine di confondere la verità processuale con la tutela dell’imputato. D’accordo sul garantismo, ma anche la tutela del minore va garantita. Non anche, soprattutto.

[1] http://www.altalex.com/index.php?idnot=36786

[2] http://www.altalex.com/index.php?idnot=36785

[3] Il documento è pubblicato in Minorigiustizia, n2/2008, pag. 333

 

Fonte: Osservatorio Psicologia nei Media

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