Header image alt text

Lorita Tinelli

Prefiero morir de pie a vivir arrodillado – Il Che

NOCI (Bari) - I momenti di fragilità, di insicurezza e talvolta di insoddisfazione che spesso si affrontano nel corso della vita possono diventare spazi in cui essere vittime di abuso psicologico da parte di sedicenti santoni, medici miracolosi o gruppi settari. E’ quanto combatte da anni Lorita Tinelli, dottoressa in psicologia e fondatrice del Cesap, centro di studi sugli abusi psicologici. Non è meno colpita la nostra comunità: a detta della psicologa clinica, sarebbero una trentina i nocesi vittimedi abusi psicologici rivoltisi a lei.

Il fenomeno settario spesso è ricoperto da una coltre di occulto, di disinformazione e di vergogna. Ma svelato per ciò che è, rivela truffe, manipolazioni e abusi. E’ su questo che si batte da anni Lorita Tinelli, psicologa clinica e forense, divenendo uno dei punti di riferimento nazionali nella ricerca sugli abusi psicologici ad opera dei gruppi settari. Tali opere di manipolazione sono commesse su tutto il suolo nazionale e nei confronti di ogni categoria di persone, dai giovanissimi agli anziani, dai singoli alle famiglie. Non stupisce, dunque, che il nostro territorio non ne sia immune: nelle nostre vicinanze esistono sedi di gruppi settari in attività, le cui azioni riguardano gli ambiti più disparati, dallo spirituale alle “cure miracolose” fino a giungere ai famigerati corsi di memoria per gli studi che arrivano ad invadere la sfera personale e degli affetti dei partecipanti. Nè tantomeno sono immuni i nostri concittadini: a Noci24.it Lorita Tinelli ha dichiarato che, nei vari anni di attività del suo studio, sarebbero circa trenta i nocesi ad essersi rivolti a lei.

Diversi sono i metodi che tali gruppi mettono in atto per manipolare la gente. Chi con seminari, chi di casa in casa, chi con corsi di vario genere. Pertanto, a detta di Lorita Tinelli, bisognerebbe fare attenzione a due cose sostanziali quando si entra a far parte di un gruppo. La prima è il cosiddetto “love bombing” (bombardamento d’ amore, ndr): un atteggiamento di affetto eccessivo e di carica emotiva insolita al primo incontro, atteggiamenti che mai si aspetterebbero da persone sconosciute. La seconda è essere in guardia rispetto alle richieste che arrivano dal gruppo, come la firma di un contratto in sede (senza possibilità di portarlo a casa) o altre scelte che vengono prese con fretta emotiva piuttosto che con razionalità. Una volta entrati in un gruppo, è un segnale d’ allarme l’ ostracismo nei confronti del “fuori”, che porta spesso ad allontanarsi dalle amicizie o dalle famiglie, le quali maggiormente si rivolgono a psicologi specializzati. Mantenere gli affetti e resistere alle richieste di finanziamento del proprio caro coinvolto in un’ organizzazione settaria sono solo alcuni dei consigli che Lorita Tinelli rivolge ai familiari delle vittime che a lei si rivolgono.

“Noi siamo dei professionisti, non divulghiamo i dati delle persone che si rivolgono a noi in alcun modo” – ha tenuto a precisare la dott.ssa Tinelli – “quando si vedono interviste televisive con testimonianze, queste sono frutto della libera scelta delle persone. Le testimonianze servono per sensibilizzare, ma non costringiamo nessuno e, anzi, offriamo il servizio di accompagnamento alla denuncia presso le forze dell’ ordine. Abbiamo anche i nostri avvocati che stilano le denunce o gli esposti, però tutto senza forzare la persona. Dobbiamo soltanto accogliere e sostenere la persona, aiutandola a fare ciò che vuole scegliendo in maniera razionale e non più emotiva”.

Angelo Gentile
Fonte: https://www.noci24.it/salute/17748-anche-noci-vittima-di-sette-e-santoni-circa-30-le-vittime-accertate

Nuova nomina “tecnica” per la psicologa Lorita Tinelli, già assessore alle Politiche Sociali del Comune di Noci, oggi componente del tavolo tecnico di supporto alle attività della Rete Antenna PON Puglia in ricerca ed innovazione. La nomina arriva direttamente dal coordinatore regionale, arch. Michele Lastilla, che ha valutato positivamente la sua professionalità e operatività, invitandola a far parte del tavolo tecnico per il progetto di Ricerca e Innovazione 2014-2020 nell’ambito del programma nazionale del Miur.

“Sono davvero contenta di poter dare un mio contributo, a livello regionale, ad un progetto che ho curato personalmente durante il mio mandato di assessore: sarò la referente per il progetto scuola senza zaino della Puglia – ha dichiarato Lorita Tinelli al NOCI gazzettino – Il Comune di Noci è diventato uno dei nodi in ricerca e innovazione nel 2017, a seguito di una serie di incontri che io stessa ho avuto con gli altri comuni costituenti la rete. Ora – ha aggiunto il tecnico Tinelli – siamo in una fase operativa e sono certa che il Comune di Noci non perderà questa importante occasione per generare innovazione e stimolare la partecipazione dal basso. Spetterà alla stessa amministrazione trovare uno spazio dedicato e un referente amministrativo che si interfaccerà con le associazioni del territorio”.

Così, la dott.ssa Tinelli si prepara ad un nuovo percorso partecipato e coinvolgente, mettendosi da subito a disposizione di tutti, anche della nuova Giunta comunale del Nisi Bis che non l’ha vista riconfermata nel ruolo di Assessore.

Fonte: http://www.nocigazzettino.it/4644/Nuova%C2%A0nomina%C2%A0per%C2%A0Lorita%C2%A0Tinelli.html

Da La Gazzetta del Mezzogiorno del 2 Luglio 2018

 

 

 

 

L’ESPERTA: “OSTRACISMO, DEVASTANTE PSICOLOGICAMENTE E UMANAMENTE”

Posted on febbraio 12, 2018 da in Primo piano

 

Testimoni di GeovaTorino e la provincia di Agrigento. Vengono da questi poli opposti dell’Italia le storie di due ex testimoni di Geova, che si sono messi in contatto con la nostra redazione durante la realizzazione della prima parte dell’inchiesta di ParmAteneo sui TdG (leggi). Un articolo che ha raccontato questa realtà da dentro, attraverso le testimonianze di chi guida la congregazione e di chi ha deciso di entrarvi. In questa seconda puntata abbiamo quindi dato voce a un “fuoriuscito che ha lasciato spontaneamente la propria comunità e a un “disassociato“, termine che indica i TdG costretti dalla congregazione ad allontanarsi.
Tanti punti in comune e alcune diversità ci hanno spinto a scegliere le loro due storie, emblematiche di quell’altra faccia della medaglia del dibattito aperto che coinvolge i Testimoni di Geova tra complesse e sfaccettate questioni. Volutamente ci siamo focalizzati sulle dinamiche interne di una congregazione e sulle conseguenze psicologiche che possono presentarsi per chi è uscito dai TdG, ritrovandosi costretto a costruirsi faticosamente una nuova vita.

Qual è l’esperienza di una persona che nasce e cresce all’interno dei TdG, con i riflessi nella vita quotidiana che comportano le regole di questo credo?

28081286_10215274472760032_381109061_oABRAMO – Racconto la mia storia per la prima volta, non la conosce quasi nessuno”. A parlare è Abramo, 40enne torinese, nato in una famiglia di TdG e cresciuto in una congregazione, battezzato a 14 anni e oggi disassociato. L’infanzia che racconta è un’infanzia difficile e opprimente. “Stavo in un ambiente in cui mi si diceva tutti i giorni cosa fare, cosa leggere, cosa pensare, tutte le azioni erano programmate“, spiega, sottolineando come fosse impossibile avere rapporti normali con il “mondo fuori” a causa dei dettami imposti dagli anziani. “Alle elementari non potevo andare a nessuna festa di compleanno, avevo 6 anni e non sapevo che dire ai miei compagni di classe perché già mi vergognavo. Non potevo stare con i miei amici, mi vergognavo del fatto che non potessi mangiare una torta per paura che qualcuno lo dicesse ai miei genitori, dicevo di avere mal di denti”. Al dispiacere di non poter festeggiare compleanni – ma nemmeno festicciole di Natale, Carnevale o altre festività, come impongono le regole della comunità – si aggiungeva un terrore costante di essere visto trasgredire alle regole, e non solo. “Un bambino cresce sapendo di dover fare la spia“, nel caso veda un amico infrangere una norma. Ma cosa succede in tal caso? “C’era una violenza psicologica costante: alle adunanze sentivo tutti i giorni di un Dio geloso, che uccideva, che ti puniva se non facevi quello che lui diceva. Tutto però veniva condito con la frase “questa è la verità, è un Dio d’amore” continua Abramo, aggiungendo che anche i bambini potevano subire i processi da parte degli anziani, ovvero riunioni in cui il “peccatore” viene redarguito davanti a tutti. Ma nel caso di Abramo le prevaricazioni non finivano qui. “Non c’era solo violenza psicologica, nella mia famiglia c’era anche violenza fisica. E c’erano tante famiglie come la mia che vivevano di botte, terrore e religione“. Una quotidianità mai serena, dunque, in cui “non si poteva nemmeno guardare la televisione se non la sera, e appena c’era un bacio si spegneva subito. Tutto veniva visto come morboso. Dovevi mantenere un autocontrollo così pesante che rischiavi di autodistruggerti”. Controllo esercitato anche sul linguaggio, dal momento che “parole come ‘amico’ o ‘compagno’ riferito a una persona del ‘mondo fuori’ andavano evitate”. Per tutto questo Abramo però non incolpa la famiglia. “Non posso essere arrabbiato con i miei, erano delle vittime anche loro. Questa è stata la mia infanzia. La prima volta in cui io ho pensato di togliermi la vita è stato a 5 anni – aggiunge Abramo -. Volevo buttarmi dal balcone, ci pensavo tutti i giorni della mia vita”.

Durante l’adolescenza la situazione non diventa più facile. “Dai 14 ai 16 anni ho passato quasi tre anni chiuso in casa in una depressione devastante, andavo solo alle adunanze, i miei non se ne sono neanche accorti – racconta -. Se non ti comporti in un certo modo non hai diritto all’affetto, né delle persone intorno né della tua famiglia. L’affetto era direttamente proporzionale all’impegno che mettevi nello studio e nella predicazione. E poi arriva il momento di fare i conti con i propri ormoni: tu sei un ragazzo adolescente e ti viene insegnato che il sesso è una cosa assolutamente bandita, così come la masturbazione. Allora ci si sposa presto, non si hanno alternative, ma così nascono matrimoni fra persone che non hanno complicità, intimità. Vuol dire che si creano nuovi nuclei famigliari malati”. A questo punto della sua vita, l’alternativa di Abramo è stata condurre due vite parallele: mentre fuori dalla congregazione viveva le normali esperienze adolescenziali, dentro si guadagnava il benvolere degli anziani, che tuttavia lo guardavano sempre con sospetto. “In qualche modo ero protetto da alcune persone. C’è un nepotismo all’interno che fa schifo – continua Abramo -. A 16-17 anni sono stato preso sotto l’ala protettrice di uno che era considerato un vescovo, sopra gli anziani, e molti di questi volevano ‘colpire’ me per far ricadere le conseguenze su di lui. C’è una rete di vendette all’interno delle congregazioni, le gerarchie sono tutte avide di potere”. Una vita quotidianamente in bilico fra due esistenze opposte, con la consapevolezza di volersi sempre più allontanare, vedendo allo stesso tempo gli amici rimanere fermi nella realtà dei TdG. “Uno degli amici della mia infanzia è diventato un anziano – ricorda Abramo -. A 20 anni eravamo in macchina e gli chiesi ‘hai mai pensato di uscire fuori?’. La sua risposta mi ha raggelato: ‘Abrà, ma cosa posso fare io fuori?’. Non ha mai avuto alternative”.

Dopo aver subito quattro processi, Abramo è definitivamente uscito dai Tdg a 22 anni, dopo che già una prima volta se ne era allontanato per poi tornare sui suoi passi per il legame con quella che all’epoca era la sua fidanzata. “La prima volta sono stato buttato fuori perché stavo con una ragazza della congregazione, con cui c’era stato altro… – ricorda – ma per come era cresciuta, ha vissuto la cosa coi sensi di colpa. Mi diceva ‘dobbiamo confessare il peccato che abbiamo commesso’. Lei l’ha fatto e abbiamo subito un processo”, spiega. “Le persone rientrano solo per gli affetti perché si crea un ricatto emotivo. Sono rientrato per lei ma un anno dopo sono ri-uscito per sempre. Era il 2000″.
Per Abramo sono stati necessari 16 anni di terapia psicologica per superare quanto vissuto. “In quei 16 anni ho avuto relazioni disastrose, non mi era mai stato insegnato l’amore. Quando una persona esce si ritrova da sola, non ha amici e i parenti all’interno non possono salutarli”.

2tdgDal cartone “Geova può aiutarti ad essere coraggioso” https://www.youtube.com/watch?v=pZh_5iD66Fo

GIUSEPPE – “Un discorso è avvicinarti di tua spontanea volontà a una dottrina, un altro è quando ti viene imposta”. Inizia così Giuseppe, 30enne siciliano e attualmente residente a Parma. “Sono nato da genitori TdG, le loro famiglie si sono incontrate in Sicilia e fondamentalmente hanno combinato il matrimonio fra mio padre e mia madre – racconta – e continuano a vivere il loro rapporto con questa religione in modo maniacale”. Giuseppe, tuttavia, è ancora in contatto con i suoi genitori. “Non mi sono mai battezzato, quindi non sono un disassociato, non sono stato cacciato fuori. Altrimenti non potrei parlare con la mia famiglia”. Anche per Giuseppe l’infanzia non è stata per nulla semplice, soprattutto perché vissuta in un paesino siciliano di 5000 abitanti nella provincia di Agrigento. “Ero obbligato ad andare alle adunanze tre volte a settimana e a predicare con la borsetta e i volantini. Vivevo la predicazione come un’umiliazione totale. A 5 anni e mezzo ho avuto il mio primo discorso davanti a 80 persone TdG perché ti addestrano fin da piccolo – racconta -. Vedevo passare i miei compagnetti di scuola che andavano a giocare e io stavo lì, in giacca e cravatta con la borsetta a predicare. Ero molto deriso e preso in giro”. Un senso costante di inadeguatezza, dunque. E poi, la solitudine. “Potevo avere solo amici della mia religione, ma i TdG nel mio paesino erano appena 60 e non c’erano altri della mia età fra loro” ricorda Giuseppe, costretto anche lui come Abramo ad evitare qualunque contatto con gli altri bambini. “Mi erano vietate tutte le feste perché sono pagane. Ma anche andare a casa dell’amico o a fare compiti da un altro… qualsiasi svago che avrebbe comportato frequentare la gente del mondo, come la chiamano loro. L’insegnante che più mi ha rispettato è stata quella di religione, mentre altri volevano costringermi a fare cose che non potevo fare: la festicciola di Natale, come poteva capitare a sorpresa il compleanno di un compagno, ma tu dovevi stare in un angolo senza dover accettare la Coca cola, la torta o le patatine. Eri sempre isolato e diverso. Non ho mai festeggiato un compleanno in vita mia, non mi è mai stato fatto un regalo”.

L’esclusione e le umiliazioni sono andate avanti anche in seguito. “L’età più brutta è stata quella delle medie. Con gli altri ragazzi si arrivava molto alla svelta alle mani, mi picchiavano, ero quello diverso – continua Giuseppe, ricordando anche il conflitto con la famiglia – Se tornavo a casa piangendo perché avevo avuto una lite e le avevo prese, mio padre si incazzava perché dovevo farmi rispettare. Se invece le avevo date, si incazzava lo stesso perché dovevo perdonare il prossimo”. Tra “insicurezze e mancanza totale di autostima” Giuseppe riesce però lentamente ad allontanarsi da quella realtà. “Un grandissimo aiuto è venuto dai miei fratelli che mi hanno aperto la strada. Loro fino ai 18 anni sono stati costretti ad andare, io invece già a 14 anni stavo fuori”. Nonostante abbia mantenuto i rapporti con la famiglia, le conseguenze di una gioventù vissuta così rimangono nel presente di Giuseppe. “Il passato continua a influenzarmi tantissimo, è un’esperienza che purtroppo mi ha segnato negativamente a vita. Si ripresenta nel quotidiano”.

Sia Abramo che Giuseppe concordano nel ritenere i Testimoni di Geova come una vera e propria “setta”, che ha fatto e che continua a “fare il lavaggio del cervello a tante persone”. “Come ogni setta negano di esserlo” . Ma è il loro passato a spingerli a dire questo o c’è un fondo di verità?

1tdgDal cartone “Ubbidisci a Geova” https://www.youtube.com/watch?v=SUi8FbzJc28

LA VOCE DI UN’ESPERTA – A fare luce su questo può essere l’esperienza di Lorita Tinelli, psicologa di indirizzo clinico forense che insieme ad alcuni colleghi ha fondato nel 1998 il Cesap, il Centro Studi Abusi Psicologici a Vernole, in provincia di Lecce, di cui attualmente è vicepresidente. Si tratta di una onlus di diritto che fornisce assistenza alle vittime di controllo mentale e abuso psicologico da parte di sette e gruppi a carattere totalitario. Questo l’ha portata a studiare con attenzione i Testimoni di Geova e le loro comunità. “Ce ne occupiamo da molto tempo – racconta Tinelli –. Ci arrivano segnalazioni di continuo, spesso a causa di uno dei punti nevralgici della dottrina dei TdG: l’ostracismo. Infatti, chi dissente o inizia a farsi domande viene estromesso e nessuno, né la famiglia né il gruppo, può parlarci o addirittura salutarlo”. Un atteggiamento che mina la stabilità di un individuo. “É devastante dal punto di vista psicologico e umano: sono dettami che vanno oltre i normali legami affettivi e possono comprometterli in maniera irreparabile. Non è raro che qualcuno pensi al suicidio – prosegue Lorita –. Ci sono stati gravi denunce, inerenti alle regole interne e, ultimamente, anche per casi di pedofilia che tutt’ora sono al vaglio della magistratura”.

Ma cos’ha portato il Cesap ad occuparsi direttamente di questi casi e ad intervenire? “Quando ci si riferisce ai Testimoni di Geova si può parlare senza dubbio di controllo mentale, comportamentale e dell’informazione – spiega la psicologa – questo perché la logica dei TdG è quella di un gruppo direttivo che impone delle regole sulla vita personale di ciascun membro. C’è un’organizzazione piramidale, con a capo poche figure che hanno il controllo totale sugli altri. Poi ci sono i sorveglianti, gli anziani e molti ancora. Ognuno ha il suo ruolo, fino ad arrivare ai proclamatori che promuovono i libri e le riviste. Le parole di questi testi, ovviamente, non vengono mai messe in dubbio. É il loro cibo spirituale, che dà indicazioni su tutti gli aspetti di vita, personali e collettivi”. E sono proprio questi aspetti ad identificarli, tecnicamente, come una “setta”, un altro dei territori dove agisce il Cepas. “Si può parlare di setta perché è un gruppo chiuso che vuole estraniarsi del mondo – risponde Tinelli, che spiega– I TdG sono così, separati dalla società. Vedono le cose attraverso un pensiero dicotomico: bianco/nero, buoni/cattivi. Tutte caratteristiche che possono essere definite settarie”. Infatti, ‘setta’, come ricorda la psicologa, viene dal latino ‘secare’, cioè dividere, separare. “Il termine viene usato per indicare un gruppo che ha caratteristiche rigide, di divisione tra quello che sta dentro e quello che c’è fuori”.

Eppure, nonostante questa forte chiusura, non sono poche le persone che decidono di avvicinarsi, anche affrontando un lungo percorso. “Entrare nei testimoni è una scelta emotiva, non razionale  – aggiunge Lorita – A parte quelli di seconda generazione, che ci sono nati, chi entra dopo lo fa perché ha un bisogno, una necessità. Non c’entra la cultura o la formazione scolastica. Ho conosciuto gente plurilaureata che in un momento difficile ha accettato quel tipo di messaggio. Da un punto di vista delle personalità, aderisce più facilmente chi ha un bisogno di ordine, di pulizia e di regole”.

Allo stesso modo, uscirne può essere legato ad una particolare condizione emotiva, e non meno difficoltoso. “Chi esce lo fa perché si è disinnamorato: la passione e il coinvolgimento finiscono. Una fuoriuscita  – confida la psicologa – mi ha proprio detto che le era ‘caduto il prosciutto dagli occhi all’improvviso’. Nasce il dubbio e la sfiducia e così si cerca di allontanarsi. Allora interviene il comitato giudiziario dei TdG e avviene un vero e proprio processo. Una volta finito, chi è fuori non potrà più avere contatti con i proprio amici rimasti dentro o con i familiari. Per questo, nascono forti sensi di colpa e di inadeguatezza, tanto che qualcuno chiede di rientrare e deve affrontare una serie di punizioni imposte dalla congregazioni”. Il percorso risulta più arduo e difficile soprattutto per chi all’interno delle comunità ci è nato, spiega Lorita parlando di alcuni ragazzi usciti dopo vent’anni passati nelle congregazioni. “Quando sei fuori è un po’ come dover iniziare a camminare e a parlare. Sono terrorizzati, spaesati e non riescono a decodificare gli stimoli dell’ambiente esterno. I figli dei testimoni, quando sono piccoli, non possono partecipare alle attività di classe, ai compleanni dei compagni e questo danneggia il loro sviluppo. Non intrattengono mai relazioni autentiche con i loro coetanei. Quando escono dalla comunità hanno problemi a socializzare, ad avere relazioni sentimentali e a farsi una famiglia. Fanno fatica anche dal punto di vista sessuale, visto che per i TdG il sesso è demoniaco”.

Un’educazione impartita fin dalla tenera età che talvolta può scaturire in imposizioni anche violente. “Ci sono famiglie violente all’interno della congregazioni – aggiunge Tinelli –. Per onestà dico che ci sono nuclei famigliari più moderati, ma non sono tanti. É un problema insito nella struttura piramidale della comunità. É dannosa. Un gruppo che professa una verità assoluta è già un gruppo che ha qualche difficoltà. La comunicazione è chiusa, c’è poca trasparenza e la gente non accede alle informazioni che al livello più basso non vengono mandate. Sono tutte situazioni di non chiarezza e di scarsa democrazia”.

Fonte: http://www.parmateneo.it/?p=39524#prettyPhoto

 

di Elia Munaò e Chiara Micari

Le sette in Italia: quella zona d'ombra tra spiritualità e autodistruzione

Nel nostro paese sono circa 500, con migliaia di adepti, ma una stima esatta è impossibile. E in mancanza di numeri ufficiali, il fenomeno continua a crescere, mentre per chi vuole uscirne la strada è sempre più difficile

di CECILIA GRECO
C’è chi è rimasto intrappolato vent’anni, chi ha abbandonato la famiglia e gli amici, chi ha perso tutti i suoi soldi. Secondo gli ultimi dati diffusi dal Cesap, il Centro studi abusi psicologici, risalenti al 2015, in Italia si contano circa 500 “comunità spirituali” operanti sul territorio, ma fare una stima esatta del numero di persone che fanno parte di una “setta” nel nostro paese è pressoché impossibile.
Innanzitutto: cosa si intende per setta? Ci sono gruppi dediti alla magia e all’esoterismo, altri promuovono il potenziale umano, fino a quelli che propongono percorsi spirituali o “religiosi”. “La definizione è molto dibattuta e il termine ha assunto oggi un significato negativo – spiega Francesco Brunori, vice presidente dell’Aivs (Associazione italiana vittime delle sette) – La parola ha due definizioni latine. La prima: ‘secta’ – da ‘sequor’, seguire una direzione – definisce un gruppo di persone che segue una dottrina religiosa, filosofica o politica minoritaria. Il secondo significato è quello del termine ‘secare’, tagliare, disconnettere: che è oggi il fine di ogni setta che rientra fra i cosiddetti “nuovi movimenti religiosi”.Allo stato attuale non è possibile offrire una statistica precisa circa il fenomeno in Italia. L’ultimo rapporto ufficiale del Ministero dell’Interno risale al 1998. “L’ultimo rapporto si è occupato solo di movimenti magico esoterici, parlava di 76 movimenti religiosi per un totale di circa 78.500 affiliati. Oggi sono molti di più, c’è stato un aumento incredibile – spiega Lorita Tinelli, psicologa e fondatrice del Cesap -  È verosimile considerare una forbice tra uno e due milioni di italiani. Oggi si è sviluppato il fenomeno delle psico-sette: gruppi che propongono un messaggio di natura psicologica. Lo Stato Italiano non ha mai risposto alle indicazioni delle varie raccomandazioni Europee agli stati membri, in cui si chiedeva maggiore attenzione al fenomeno e l’adozione di politiche preventive. Sono le poche associazioni di volontariato che si occupano del fenomeno, con scarsi mezzi e tanti rischi”.

Nel 1981 in Italia è stato abrogato il reato di plagio. “Da quel momento – continua Tinelli – abbiamo un vuoto legislativo che non permette di aiutare le vittime. Più volte diversi politici hanno tentato di portare avanti un disegno di legge sulla manipolazione mentale, ma ad oggi la situazione risulta ferma”.

Il fenomeno settario mantiene un forte radicamento nella società tanto da far registrare negli ultimi anni un aumento delle affiliazioni. “Dalle richieste di aiuto notiamo un incremento delle adesioni – afferma Tinelli – in un momento di crisi generale è naturale che il fenomeno sia in crescita, perché la gente è alla ricerca di punti di riferimento, che evidentemente non trova altrove. Nel 2017 abbiamo avuto 339 denunce da parte di parenti. Si tratta di persone che sono riuscite a definire perfettamente il tipo di gruppo e a portare documenti a riguardo. Mentre in atri casi non abbiamo potuto fare nulla per mancanza di elementi. La gente si avvicina con una certa preoccupazione al nostro centro, temendo di essere presa di mira dai membri della setta cui è coinvolto il proprio caro, e soprattutto temendo ritorsioni su di lui. Non c’è prevalenza di adesioni maschili o femminili. Il neofita è solitamente una persona in uno stato di necessità, alla ricerca di risposte esistenziali di un’età tra i 30 e i 50 prevalentemente e spesso di cultura medio-alta”

In questo scenario la Polizia di Stato ha creato un reparto investigativo ad hoc: la Squadra Anti Sette. “Agiamo nel contesto dei reati contro la persona (omicidi, violenza di genere, violenza sessuale) – spiega Francesca Romana Capaldo, vice questore aggiunto della Polizia di Stato e responsabile della Squadra Anti Sette – La parola ‘setta’ è quella più adatta a descrivere questo tipo di gruppi. Ci sono delle caratteristiche comuni: un leader dalla personalità forte e dalla capacità manipolatoria, con una forte dose di cinismo e grande versatilità criminale e imprenditoriale. Una struttura piramidale e un vero e proprio programma di proselitismo, che si basa sulle debolezze dell’interlocutore e sull’isolamento dello stesso. Il gruppo diventa la famiglia e viene spinto a ‘donarè anche tutto il proprio patrimonio”.

Il reparto apre le indagini a seguito di segnalazioni di ex adepti – come è successo recentemente a Torino, dove una giovane ha denunciato alla Polizia le violenze sessuali subite in una setta con l’aiuto del compagno -  ma anche di familiari o amici delle vittime. “Tra i reati ascrivibili troviamo violenze sessuali o di gruppo, appropriazione indebita di denaro, truffe, frodi o addirittura furti di informazioni, detenzione o spaccio di stupefacenti”

Il confine tra libertà di culto e manipolazione, per la dottoressa Annamaria Giannini, specialista in psicologia giuridica e forense, è chiarissimo. “La libertà di culto – sancita dalla Costituzione – richiama l’ispirazione a forme di credenze o adesione a religioni che non comportano azioni illegali e neppure forme di aggressione o di autodistruzione. La manipolazione invece può condurre ad atti criminali: in questo caso non si parla di valori ma di azioni di suggestione compiute ai danni di qualcuno che, truffato o raggirato, viene condotto ad agire nell’interesse -ad esempio – del Guru di una setta. Questo interesse può essere legato al potere assoluto che si desidera avere sull’altro, a vantaggi di tipo economico o sessuale o altro ancora”.

Uscire dall’esperienza settaria non è facile, chiarisce Giannini. “Allontanarsi è difficile proprio a causa dell’isolamento. Questo viene praticato convincendo le vittime che i familiari sono entità negative, che vogliono il loro male e che sono all’origine della loro sofferenza. Nei casi più fortunati in cui si riesce a venire fuori da quello che è un vero e proprio incubo (fatto di violenze, sequestri, riti, privazione di cibo e sonno per indebolire la volontà) la persona sente un fortissimo disagio psicologico, non riesce a riconoscersi, ad accettare e comprendere come sia stato possibile essere manipolati fino a quel punto”.

Fonte: http://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/27/news/le_sette_in_italia_testimonianze_numeri-189839775/

Tutti sappiamo bene cosa stia ad indicare il termine “setta” e quanti significati quotidianamente gli affibbiamo a prescindere dal suo preciso significato etimologico, e sappiamo anche bene quanto questo inquietante e misterioso fenomeno sia molto ben diffuso in tutto il Mondo, fin dai tempi più antichi.

Ovviamente di sette ce ne sono di ogni genere, ma qui, oggi, in questo articolo, con precisione ci soffermeremo sulle cosiddette psicosette.

Cos’è quindi una psicosetta?

di Eugenio Cardi

Scopri di più su https://www.gaiaitalia.com/2018/02/25/punti-cardi-nali-di-eugenio-cardi-psicosette-alla-larga/#14te9hMTeMlXiwxr.99

Risultati immagini per io ci credo presa diretta

 

https://www.raiplay.it/video/2018/02/PresaDiretta-Io-ci-credo-e9a0c56b-1d8b-4bd3-a10a-f7cb19bdc8de.html

Clicca sul link

 

 

 

Abusi sessuali, plagi, manipolazioni, indimidazioni. Dal caso Arkeon in poi quello delle sette segrete è un mondo sommerso da cui gli adepti scappano con difficoltà. E che la legge può sanzionare solo in parte

«Il maestro ordinò un lavoro di gruppo a sfondo sessuale. Eravamo bendati mentre i maestri ci mettevano di fronte un uomo o una donna che dovevamo toccare e da cui farci toccare anche nelle parti intime. Impossibile scappare, perché ci tenevano fermi». È soltanto una delle testimonianze dei tanti fuoriusciti da Arkeon, un gruppo controverso operante dapprima a Bari e provincia e poi in tutta Italia. Tutti vogliono l’anonimato perché, nonostante l’organizzazione non sia più operante dal 2008 (o perlomeno non col nome Arkeon), le minacce e le intimidazioni sono continuate nel corso degli anni. E forse è anche per questo che la sentenza della Corte di Cassazione arrivata in questi giorni, pur avendo chiuso un processo durato oltre cinque anni, lascia l’amaro in bocca: già, perché al termine della trafila giudiziaria si conta solo un condannato, il guru Vito Carlo Moccia: 2 anni e 5 mesi per associazione a delinquere. Tutti gli altri sei imputati, ritenuti «maestri», si sono salvati perché intanto il reato è caduto in prescrizione.

ABUSI ALL’INTERNO DELL’ORGANIZZAZIONE

Fa niente per i disagi e le sofferenze che tanti hanno dovuto subire e raccontate nel corso del processo stesso. Il gruppo, nato formalmente nel 1999 sotto la guida di Moccia, teneva seminari (che potevano arrivare a costare anche oltre 10mila euro) nel corso dei quali si cercava di attuare una rivalutazione e reinterpretazione delle vite di persone: «Quando sei dentro – ci spiega una fuoriuscita – credi a tutto, è un vero e proprio delirio di onnipotenza: diventi immune da tutto ciò che di negativo può capitare, non ti ammali o guarisci anche da malattie gravi. Puoi fare il trattamento con le mani al cibo per purificarlo o all’antibiotico per evitare che ti faccia male allo stomaco. Tramite alcune pratiche con la mente, credi di poter trovare parcheggio o di riuscire a ricaricare il telefonino».

si organizzavano seminari di ogni tipo: sul denaro durante il quale si arrivava ad andare anche a chiedere l’elemosina vestiti da barbone, o sulla morte, durante il quale si costruiva la propria tomba e alcuni ci dormivano dentro

Ma il «delirio» aveva un fine molto preciso: gran parte delle insoddisfazioni o dei malesseri sarebbero da imputare a violenze sessuali subite da piccoli ma rimosse. «Ritenevano – racconta ancora Angela (nome di fantasia) – che gli abusi fossero stati commessi da un membro della famiglia della madre, perché i maestri pensavano che da lì provenissero le perversioni». A raccontare cosa accadeva è stato Carlo Fornesi, ex adepto morto suicida dopo che si era convinto di una sua presunta omosessualità, nonostante avesse moglie e figli: negli incontri «l’emissione di saliva e muco viene incoraggiata e descritta come “vomitare lo sperma dell’abuso”. Ho conosciuto persone che hanno creduto realmente si trattasse di sperma, e lo sostenevano vigorosamente contro ogni evidenza e razionalità».

Né, stando al racconto dei fuoriusciti, si avevano atteggiamenti diversi in presenza di bambini: «Un giorno c’era una mamma con una bambina – racconta ancora Angela – e si diceva che la mamma era stata abusata dal nonno; il maestro dichiarò che solo se la mamma si fosse impegnata a fare il lavoro (frequentare il gruppo, ndr), la piccola non sarebbe stata abusata». Situazioni borderline, insomma, che spesso cadevano in vere e proprie violenze: un altro dei maestri, operante questi a Milano, in un altro processo è stato condannato in via definitiva per abusi sessuali.

MINACCE CONTINUE

Ma non c’erano solo violenze: «si organizzavano seminari di ogni tipo: sul denaro durante il quale si arrivava ad andare anche a chiedere l’elemosina vestiti da barbone, o sulla morte, durante il quale si costruiva la propria tomba e alcuni ci dormivano dentro». Insomma, una vera e propria «manipolazione mentale che annulla l’adepto allontanandolo da genitori, figli, parenti, compagni e amici», ci dice la dottoressa Lorita Tinelli, che per aver denunciato tra i primi quanto accadeva in Arkeon ancora deve far fronte a minacce e intimidazioni. Anche la sua vicenda ha dell’incredibile: dopo un’intervista rilasciata nel 2006 a a Maurizio Costanzo, la psicologa colleziona qualcosa come 180 denunce da parte di adepti di Arkeon, tutte archiviate, ed un atto di citazione in sede civile con richiesta di risarcimento di 4 milioni di euro e richiesta di chiusura del sito internet del Cesap (Centro Studi Abusi Psicologici, da lei fondato) da lei gestito, negata dal magistrato con dichiarazione di merito. «Contro di me – racconta ancora a Linkiesta – hanno creato blog a nome di membri di Arkeon con l’obiettivo di denigrare la mia attività, sostenendo che mi fossi inventata tutto e che avessi manipolato sia la stampa che i magistrati. Ho ricevuto anche minacce di morte con lettere in cui qualcuno si diceva pronto a difendere il Maestro, impugnando la katana, una spada».
E poi uno degli elementi più inquietanti: un libro, rintracciabile su Amazon, dal titolo «Il Curioso Caso Lorita Tinelli: Fenomenologia Di Una Psicologa Paragiornalista». L’autore, ovviamente, non esiste. Inventato. Tale Pierluigi Belisario: sarà un caso ma Pierluigi è il nome di un ex arkeoniano molto vicino al guru e che ha avuto un ruolo-chiave nel processo e, ci dice ancora la Tinelli, «Belisario è il nome di mio marito». Un nome non comune: che sia stato utilizzato per “ribattezzare” l’autore di questo libro, lascia pensare. Ma minacce e intimidazioni hanno toccato anche altri protagonisti della vicenda, dai testimoni-chiave del processo (alcuni dei quali sono stati querelati più di 100 volte, ma sempre assolti) fino all’allora presidente dell’Ordine degli Psicologi di Bari, Giuseppe Luigi Palma: «Per noi – ci racconta – la vicenda è iniziata a fine anni ’90 quando ci fu segnalato che Moccia (il guru di Arkeon, ndr) si presentava come psicologo, ma non era iscritto all’ordine.

Dopo il caso Braibanti (nel 1967 un intellettuale di sinistra aveva avuto rapporti omosessuali con due giovani. Uno dei due, però, spinto dai genitori, denunciò il tentativo di Braibanti di «introdursi nella sua mente»), la Consulta ha dichiarato il reato incostituzionale perché «reato d’opinione»

Da qui si sono aggiunte poi varie segnalazioni e denunce sugli abusi psicologici, anche grazie all’operato della dottoressa Tinelli, che per questo è stata poi bersagliata». Non a caso anche l’Ordine nel processo si è costituito parte civile, ricevendo un risarcimento danni; e proprio da lì sono cominciate le pressioni: «So che specie su internet e blog creati ad hoc, sono stato attaccato e insultato dai seguaci di Arkeon. Ma al di là del caso concreto, questa è una vicenda che dovrebbe invitare le istituzioni a riflettere».

IL REATO CHE MANCA

Già, perché forse sarebbe andata diversamente se l’Italia avesse reintrodotto nel suo codice penale il reato di manipolazione mentale. Già, reintrodurre. Perché in Italia c’era. L’articolo 603 del codice penale, infatti, prevedeva che chi sottoponeva «una persona al proprio potere in modo da ridurla in totale stato di soggezione» poteva essere condannato fino a 15 anni di reclusione. Tuttavia dopo il caso Braibanti (nel 1967 un intellettuale di sinistra aveva avuto rapporti omosessuali con due giovani. Uno dei due, però, spinto dai genitori, denunciò il tentativo di Braibanti di «introdursi nella sua mente»), la Consulta ha dichiarato il reato incostituzionale perché «reato d’opinione». Da allora tutti i tentativi fatti per reintrodurlo sono miseramente falliti. «È chiaro – puntualizzano dall’Aivs (Associazione Italiana Vittime Sette) – che non è nostro scopo resuscitare il vecchio reato di plagio, ma riteniamo opportuno che lo Stato italiano possa adottare idonee misure legislative che prevengano e contrastino il condizionamento psicologico degli individui».
Non a caso, la Fecris, la Federazione Europea dei Centri di Ricerca e di Informazione sulle Sette e i Culti, ha inviato una lettera al Governo e ai presidenti di Camera e Senato, esprimendo «forte preoccupazione e sconcerto per il mancato recepimento delle indicazioni contenute» in una Raccomandazione del Consiglio d’Europa (la numero 1412 del 1999) con la quale gli Stati membri sono stati sollecitati a «un’efficace azione di vigilanza e di informazione preventiva sui gruppi a carattere religioso, esoterico o spirituale». Niente da fare: in Italia si continua a perder tempo. Anche in questa legislatura qualcuno ci ha riprovato: l’onorevole Pino Pisicchio il 15 marzo 2013 ha presentato una nuova proposta di legge che, tuttavia, non è mai stata calendarizzata. Intanto le associazioni hanno organizzato soltanto poche settimane fa un incontro in Senato per denunciare l’abbandono delle vittime, non tutelate dallo Stato: diversi i politici presenti, che hanno assicurato la volontà di organizzare tavoli tecnici. Molti di questi, da Piero Liuzzi ad Angela D’Onghia, hanno presentato interrogazioni ad hoc. Che, tuttavia, non hanno mai avuto risposta dal Governo

Fonte: http://www.linkiesta.it/it/article/2017/08/10/sette-segrete-il-mondo-torbido-che-la-legge-non-riesce-a-perseguire/35177/

Creative Commons License Sette segrete, il mondo torbido che la legge non riesce a perseguire is licensed by Lorita Tinelli under a Creative Commons Attribution-Noncommercial-Share Alike 3.0 United States License.