SEGNALAZIONE

Carissimi colleghi,

ho trovato in internet una interrogazione dell’Onorevole Scilipoti, su sollecitazione di alcune associazioni di tutela dei consumatori, che punta il dito contro una organizzazione che promuove corsi di memoria, ma che in realtà pare fare tutt’altro. Secondo quanto scritto nell’interrogazione, i metodi su cui si basano gli organizzatori di tali corsi sono basati sulla PNL. Ma la cosa che più mi stupisce è leggere che “nessuno dei membri di questa società è laureato in psicologia, pedagogia, scienze della formazione e medicina (psichiatria), e quindi abuserebbe della professione”.

Ho trovato poi, sempre in internet, un filmato promozionale della stessa società e sono rimasta profondamente colpita da quanto ho visto.

Mi chiedo a questo punto come sia possibile tutelare sia noi psicologi professionisti abilitati ma soprattutto l’utenza dall’uso improprio di tecniche psicologiche da parte di persone non formate ad utilizzarle?

Lettera Firmata

LINK ORIGINALE

http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=27280&stile=6& highLight=1

ALTRI LINK COLLEGATI

 

 

COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLA DR.SSA LORITA TINELLI

“Certo, non tutti gli specialisti di medicine parallele (o dolci) sono reclutatori al servizio delle sette, ma bisogna ammettere che la battaglia quotidiana che conducono contro la razionalità contribuisce ad allargare la breccia nel muro di dubbio che separa l’uomo sofferente dal credulone estatico, credente devoto nella rivelazione di guarigione che gli viene propinata”.

Jean-Marie Abrgrall – I ciarlatani della salute – Editori Riuniti.

Nel corso degli ultimi anni diverse associazioni, che promuovono la tutela dei diritti e della salute degli individui, hanno ricevuto un numero sempre più crescente di richieste di aiuto da parte di chi era rimasto danneggiato dopo aver sperimentato alcuni percorsi  di carattere psicologico.

L’enorme numero di utenti scontenti, dimostrato anche dai diversi forum tematici di discussione che ogni giorno si aprono nella rete informatica, evidenzia la presenza di un bisogno sempre più impellente dell’essere umano di percorrere corsi, seminari, incontri… finalizzati all’approfondimento di argomenti di carattere psicologico o al potenziamento di funzioni mentali (quali l’apprendimento, la memoria, la capacità attentiva) ma anche relazionali (per esempio la capacità seduttiva). Non solo. Dimostra anche che il mercato offre risposte sempre più variegate alla varie domande, che spesso prescindono da alcune norme di carattere legale.

Esistono per l’appunto corsi di seduzione, corsi che promettono di insegnare strategie per diventare milionari nel giro di pochi giorni, corsi che promettono percorsi che aiutano il raggiungimento di una maggiore consapevolezza e così via.

Come ha sottolineato l’Onorevole Scilipoti, primo firmatario dell’interrogazione presentata ai Ministeri della Giustizia, dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, sollecitata dal deputato Antonio Borghesi nel marzo 2011,  la preoccupazione è che tali percorsi sembrerebbero proposti ed esercitati da operatori che non hanno alcuna formazione in merito ad argomenti di carattere psicologico né possiedono l’abilitazione all’utilizzo di tecniche desunte dalla psicologia.

Entrambi i politici citati, partendo proprio dal risultato delle esperienze umane a loro riferite, affermano:  “In Italia vengono attivati corsi di memoria, lettura veloce e crescita personale, basati sulla programmazione neuro linguistica (PNL); si tratta di una tecnica psicologica, la cui valenza scientifica è ancora da assodare, che teorizza la possibilità di influire sugli schemi comportamentali di soggetti attraverso la manipolazione di processi neurologici messi in atto tramite l’uso del linguaggio (…)”.

La medesima preoccupazione è presentata in un’altra interrogazione del luglio 2010 dall’Onorevole Massimo Donadi il quale afferma: “Spesso tali personaggi non hanno nemmeno i titoli accademici atti all’esercizio di qualsiasi professione inerente la loro truffa; per convincere le vittime adotterebbero suggestioni di massa, ma ancora peggio la tecnica del PNL (programmazione neuro linguistica) …”.

Il  criminologo  francese Jean-Marie Abgrall afferma che talvolta tali operatori (definiti dallo stesso autore ‘ciarlatani della salute’) rischiano, con il loro operare, di distogliere la persona alla ricerca dall’unico cammino che potrebbe portarla al raggiungimento dei suoi equilibri o della sua ‘guarigione’.

Spesso i corsi proposti da operatori non formati né abilitati alla professione di psicologo, attingono a teorie ormai desuete della psicologia, che utilizzano un approccio ‘intuitivo’ fondato sul concetto che il corso proposto può fornire una conoscenza della causa dei problemi o dei bisogni dei propri iscritti.

Il fine ultimo non diventa più la crescita della persona, così come promosso in prima istanza, ma il suo assoggettamento. Difatti l’utente finisce per entrare in un vortice di corsi di primo, secondo, terzo, quarto … livello, quasi dovesse aprire una serie di scatole cinesi per acquisire particolari conoscenze, ai quali non riesce a sottrarsi, con grande aggravio in termini economici e spesse volte di danni alla salute psicofisica.

Certamente, come afferma Abgrall, non è il caso di fare di tutta l’erba un fascio. Ma è bene offrire al fruitore di ‘servizi psicologici’ tutte le informazioni necessarie per una scelta più oculata  che vada incontro ai suoi bisogni reali.

Documenti e libri consultati

http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=27280&stile=6& highLight=1

http://www.gris-imola.it/audio_video/Interrogazione%202010.pdf

http://www.gris-imola.it/audio_video/interrogazione%20Licastro.pdf

Jean-Marie Abgrall, Mécanique des sectes (Parigi, Payot 1996)

Jean-Marie Abgrall, I ciarlatani della salute (Editori riuniti, 1999)

 

PARERE DEL DR. MAURO GRIMOLDI

Quello dei contorni, dei confini di ogni cosa è sempre un tema ricco di fascino. L’Ulisse dantesco esorta i suoi compagni, giunti alle Colonne d’Ercole, finis terrae delle antiche carte geografiche a superare quel limite: “O frati, che per cento milia perigli siete giunti a l’Occidente, in questa tanto picciola vigilia dei nostri giorni, del domani non vogliate negare l’esperienza”. Oltre il quale, giova rammentare, appena intravista la montagna del purgatorio, troveranno la morte.

Nel caso della Psicologia il territorio è vasto, e la questione della geografia del limite non è indifferente alla funzione stessa di quel limite; tuttavia non meno pericoloso è il superamento dei confini. Il che non è affatto estraneo rispetto al tema dei corsi, dei venditori di illusioni roboanti scandite dagli applausi della setta che cancella l’arbitrio dell’individuo, degli artigiani delle passeggiate sui carboni ardenti e dell’empowerment dei dirigenti high-potential basato su tecniche, su prassi che coinvolgono il sistema psiche-soma in modi spesso drammatici e potentemente evocativi.

Il fatto è che la Psicologia nasce lontanissima da questo confine, allora imprevedibile.

Nasce, da un lato, dal magma primordiale della filosofia e della medicina, in accademia. Nelle Università del XIX secolo si cominciano ad effettuare misurazioni dei comportamenti e delle percezioni, a studiare il condizionamento. È il tempo di Wundt e di Skinner. Pochi anni più tardi il più coraggioso e geniale neurologo della storia inaugura una prassi che chiamerà psicoanalisi, prima o insieme ad una teoria dell’inconscio, e da lì inizia un dispositivo di cura non già del corpo, ma della mente. L’invenzione dell’inconscio è cioè coeva a quella di una terapia della psiche, di una clinica come pratica che, come efficacemente rilevava Valeria La Via, ha la stessa radice etimologica del clinamen di Lucrezio, e che qui indica un soggetto-paziente piegato, sdraiato.

Da questa posizione inclinata, sdraiata del paziente si individua una differenza di ruolo, di status e di potere essenziale ai fini della percezione sociale della psico-terapia. Una differenza di status e di distribuzione del potere, quella tra terapeuta e paziente, evidentemente non priva di qualche rischio. Anche se non così drammatica come nel caso del rapporto con il medico, rapporto in cui il corpo del paziente è totalmente affidato all’epistème, alla scienza e coscienza di un Altro, tuttavia già il ricordo degli esperimenti ipnotici di Mesmer e delle tinozze ipnotiche in cui galleggiavano i pazienti, non poteva non condizionare da subito la percezione della terapia come una prassi da tenere sotto attenta osservazione. La questione dell’asimmetria dei poteri avrebbe avuto buoni motivi di essere affrontata, non fosse stato che gli Psicologi si relegano da soli uno spazio preferenziale nei luoghi di cura della follia, nella istituzioni totali in cui rinchiudere era funzionale all’oblio sociale, a dimenticare l’esistenza della follia. Propongo l’esistenza di un legame consequenziale tra la legge 180 del 1978 e una seconda legge, la 56 del 1989 che, solo nove anni dopo stabilisce delle regole nelle professioni di cura della psiche umana. La rinnovata visibilità degli Psicologi e l’apertura degli ospedali psichiatrici, che ha “fatto uscire”, insieme a molti psicotici quasi altrettanti psicologi dalle mura contenitive degli ospedali psichiatrici ha prodotto un’esigenza sociale, non solo corporativa, l’esigenza di una legge, di una norma, di un contenitore.

Facciamo un balzo repentino in avanti. Lo scorso anno, nel 2010 due Carabinieri del comando dei NAS si presentano ad un Ordine degli Psicologi di una piccola regione italiana. Il quesito che pongono è preciso: “l’ipnosi è un atto che possono fare solo gli Psicologi?”. La domanda non aveva – e non ha – una risposta così certa e  univoca come i militari dell’Arma credevano. Già, perché proprio l’ipnosi, che ha accompagnato la storia della Psicologia fin dai suoi albori, mette in primo piano proprio la dimensione del potere, e, con essa, del pericolo che potenzialmente corre il paziente, se mal-trattato. L’ipnosi, esige, nell’immaginario collettivo, delle tutele. Mica possono farla tutti, sembrano dire i Carabinieri nel nostro esempio. È lo stato di debolezza, di totale affidamento di un paziente non nel pieno possesso delle sue capacità di intendere e, soprattutto di volere, a sconcertare.

Gli Psicologi sono i peggiori difensori di sé stessi e dei loro pazienti, in questi casi. Perché troppo spesso hanno la sensazione che la legge sia stata fatta a proprio beneficio. La potenzialità, l’illusione corporativa della legge li fa sentire responsabili, e forse perfino colpevoli. Non è così e non di rado il mondo sociale si aspetta una tutela più ferma e precisa della prassi psicologica e psicoterapeutica, ovvero di una prassi che è orientata al sociale e che il cliente-paziente vuole sia attentamente sorvegliata e tutelata. La legge 56 che ha strappato la Psicologia dai territori dell’approssimazione e delle competenze innate e spontanee, richiedendo un percorso preciso e normato dall’art. 33 della Costituzione, nasce per difendere gli utenti, i cittadini, e, solo incidentalmente, gli Psicologi.

Il movimento compiuto dalla Psicologia e dalla Psicoterapia è andato, in poco più di un secolo, in una direzione precisa. Oggi, dall’odiata ma precisa definizione di “medico dei matti” ha un ruolo ampio e diverso, quello di “professionista dalla salute psichica”. La “cura dei sani” è più adatta ai tempi, più breve, meno faticosa, e dà, complessivamente, migliori e più sicuri risultati. Così lo Psicologo oggi, chiusi i manicomi e spesso anche gli studi degli psicanalisti reclama sovente un posto nella scuola e in azienda, dove fa consulenze brevi ma anche orientamento e selezione del personale.

Questa smart-care, una vera clinica della salute psichica, potrà dare nel futuro ampi frutti. Al tempo stesso però ha reso la Psicologia sempre più una questione di interesse generalizzato. Sul piano tecnico ha prodotto o rilanciato esigenze diverse. Dalla cura della nevrosi al superamento dei propri limiti e al potenziamento delle risorse lavorative, personali, sociali. Nascono tecniche strategiche e paradossali, programmazione neurolinguistica, ipnosi. Mai come in questi casi si spingono a livelli estremi i meccanismi suggestivi e manipolativi, che il paziente-utente di un atto comunque etimologicamente clinico, subisce. E mai come in questi casi l’esigenza di tutela della pubblica fede, ovvero della fiducia del cittadino che si rivolge ad un professionista si fa imprescindibile. Sarebbe un grave errore se si usasse la novità degli strumenti per reclamarne una verginità epistemologica; ciò distruggerebbe in brevissimo tempo la fiducia dei cittadini, che non esitano di fronte a queste realtà, aspettandosi una tutela che può essere fornita solo da una ferra iscrizione delle nuove tecniche nell’orizzonte già sufficientemente ampio descritto dalle norme e dalle leggi.

 

Fonte: Osservatorio di Psicologia nei Media